Nino, trama e cast del film di Pauline Loquès che esce al cinema oggi

Cinema

Introduzione

Arriva al cinema Nino, esordio nel lungometraggio di Pauline Loquès: un racconto intimo e contemporaneo che segue quattro giorni decisivi nella vita di un giovane alle prese con una diagnosi di cancro alla gola. Tra incontri, silenzi e derive urbane nella Parigi quotidiana, il film esplora il tempo sospeso prima della cura. Nel cast Théodore Pellerin, William Lebghil e Jeanne Balibar.

Quello che devi sapere

Un tempo sospeso prima della cura

C’è un momento preciso, nella vita, che il cinema ha raccontato poco: quello che viene prima. Prima della terapia, prima della reazione, prima della battaglia. Nino, esordio nel lungometraggio della regista francese Pauline Loquès, si muove esattamente in questo spazio fragile e raramente esplorato.

Il film, della durata di 97 minuti , segue quattro giorni nella vita del protagonista: un tempo sospeso, quasi irreale, che separa la diagnosi di un tumore alla gola dall’inizio delle cure. Non è ancora il racconto della malattia, ma quello dell’attesa. E l’attesa, qui, diventa cinema.

La trama: due missioni per tornare a vivere

Nino è un giovane uomo che si trova improvvisamente davanti a una sfida decisiva. I medici gli assegnano due compiti fondamentali, due missioni necessarie prima dell’inizio del trattamento. Da quel momento, il film si trasforma in un attraversamento urbano ed emotivo.

Nel corso di questi giorni, il protagonista vaga per Parigi, incontrando persone, affrontando piccoli incidenti quotidiani, lasciandosi trascinare in situazioni spesso imprevedibili. Un viaggio che lo costringe a rientrare nel mondo e, soprattutto, dentro se stesso.

Non c’è una trama tradizionale fatta di svolte narrative forti: c’è piuttosto una deriva, una traiettoria umana che si costruisce per accumulo di dettagli, incontri, esitazioni.

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Il tempo dell’attesa come scelta narrativa

La scelta più radicale di Pauline Loquès è proprio questa: raccontare ciò che di solito viene saltato. Non la malattia in sé, ma il tempo che la precede.

La regista costruisce il film su una temporalità compressa – quattro giorni – ma allo stesso tempo dilatata, quasi in tempo reale. Un’idea che nasce da un’urgenza personale: il film è dedicato a un familiare scomparso prematuramente a causa di un cancro aggressivo .

Questa origine autobiografica non si traduce in un racconto melodrammatico, ma in un tentativo di restituire senso a ciò che sembra ingiusto. Nino diventa così un personaggio che attraversa il trauma cercando una possibilità di trasformazione.

Un protagonista che fatica a parlare

La malattia che colpisce Nino non è casuale: è un tumore alla gola, quindi al centro stesso della parola. La difficoltà di comunicare diventa elemento drammaturgico e simbolico.

Nel film, infatti, i corpi parlano più delle parole. Il contatto fisico, gli sguardi, le presenze diventano strumenti di relazione più efficaci del linguaggio. È come se la perdita della voce aprisse uno spazio diverso, più istintivo, più autentico.

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Parigi come spazio vivo e instabile

La città non è solo uno sfondo. Parigi è una presenza attiva, quasi un organismo che respira insieme al protagonista.

A volte accogliente, a volte opprimente, la città cambia a seconda dello stato emotivo di Nino. I suoni urbani, le strade, gli incontri casuali costruiscono un paesaggio sonoro e visivo che oscilla tra realismo e percezione soggettiva.

Il film gioca proprio su questa ambivalenza: la città può essere un rifugio oppure un luogo invadente, capace di travolgere.

Tra commedia e tragedia: il tono del film

Uno degli aspetti più interessanti di Nino è il tono. Pauline Loquès lavora su una linea sottile tra dramma e ironia.

La regista cerca costantemente l’assurdo dentro il tragico: piccoli glitch della realtà, momenti stranianti, dettagli quasi comici che emergono anche nelle situazioni più difficili. Questo equilibrio evita al film di scivolare nel patetico e lo mantiene in una dimensione profondamente umana.

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Il cast: volti e presenze

A interpretare Nino è Théodore Pellerin, attore capace di incarnare contraddizioni e fragilità. Il suo volto, insieme vulnerabile e resistente, diventa il centro emotivo del film.

Accanto a lui:

  • William Lebghil
  • Salomé Dewaels
  • Jeanne Balibar
  • Camille Rutherford
  • Estelle Meyer
  • Victoire Du Bois
  • Balthazar Billaud
  • Mathieu Amalric

Il casting punta su interpreti capaci di lasciare un segno anche in poche scene, costruendo un universo umano fatto di presenze brevi ma incisive.

Un film sul corpo prima della trasformazione

Un altro tema centrale è il corpo. Prima della cura, prima delle trasformazioni imposte dalla malattia, il corpo di Nino è ancora “integro”, ma già attraversato da una tensione.

Il film insiste su questo momento liminale: il corpo che sta per cambiare, ma non è ancora cambiato. Una soglia fisica ed esistenziale che raramente il cinema esplora con questa attenzione.

 

Dal punto di vista stilistico, Pauline Loquès evita sia il realismo estremo sia l’estetizzazione eccessiva. La macchina da presa resta vicina al protagonista, ma mantiene una distanza che permette di percepire la città e gli altri personaggi.

È un equilibrio delicato: stare con Nino senza rinchiuderlo in una soggettiva totale. Il risultato è un racconto che alterna immersione e osservazione.

 

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Perché vedere Nino

Alla fine, Nino non è un film sulla malattia. È un film sulla crescita.

Il percorso del protagonista passa attraverso piccoli gesti, incontri casuali, difficoltà comunicative. È un viaggio minimo e allo stesso tempo radicale, che lo costringe a uscire da una condizione di sospensione esistenziale.

 

Nino è un film che lavora per sottrazione. Non cerca il colpo di scena, ma la verità dei momenti intermedi.

È un racconto contemporaneo, che parla a una generazione abituata a vivere tra ansia per il futuro e difficoltà a stare nel presente. E lo fa con una delicatezza rara, evitando ogni retorica.

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