The Long Walk, recensione. Dal romanzo di Stephen King un film brutale e distopico

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

In The Long Walk, diretto da Francis Lawrence e tratto dal primo romanzo di Stephen King (pubblicato nel 1979 con lo pseudonimo Richard Bachman), cento ragazzi partecipano a una marcia senza fine in un’America distopica: chi rallenta sotto i cinque chilometri orari viene eliminato sul posto. Un survival estremo senza elementi soprannaturali che diventa riflessione feroce su competizione, spettacolarizzazione del dolore e crisi del sogno americano. Cooper Hoffman è Ray Garraty, David Jonsson Pete McVries, mentre Mark Hamill interpreta il Maggiore. Un film fisico e viscerale sul limite umano e sul prezzo della sopravvivenza. Dal 23 aprile al cinema con Adler Entertainment.

Quello che devi sapere

The Long Walk recensione: un survival senza scampo

Non ci sono mostri. Non ci sono virus. Non c’è nulla di soprannaturale.
In The Long Walk cento ragazzi camminano. E basta. Camminano fino a quando il corpo cede, fino a quando la velocità cala sotto la soglia minima, fino a quando qualcuno — da un veicolo militare — decide che è finita.
Francis Lawrence prende il primo romanzo di Stephen King (firmato Richard Bachman) e lo trasforma in un’esperienza fisica prima ancora che narrativa: un film che non ti guarda ti consuma. Perché la vera domanda non è chi vincerà. Ma quanto sei disposto a perdere per arrivare alla fine.

 

 

Un’America distopica senza tempo

Siamo in un’America che potrebbe essere ieri, oggi o domani. Diciannove anni dopo una guerra che ha devastato tutto — forse una guerra civile, forse qualcosa di peggio — il paese vive in una depressione economica che odora di Grande Depressione reloaded. I despoti militari dominano, il sogno americano è diventato un manifesto da tirare a lucido nelle occasioni ufficiali. Un dettaglio, tra i tanti, dice tutto sul regime: farti beccare a leggere Nietzsche o Kierkegaard vale la pena di morte. In questo contesto, ogni anno, cento ragazzi scelti per estrazione partecipano a The Long Walk: una maratona televisiva in cui bisogna camminare a non meno di cinque chilometri orari, senza fermarsi, sotto la sorveglianza di soldati armati su veicoli militari. Tre avvertimenti e sei eliminato. Definitivamente.

Lawrence e lo sceneggiatore JT Mollner — fresco del suo folgorante Strange Darling — non precisano l'epoca, e fanno bene. C'è qualcosa di american gothic senza tempo in questa storia: la grandezza del paese come promessa mai mantenuta, l’energia dei giovani come carburante sacrificabile sull’altare di un sistema che li usa e li dimentica. Scritto come allegoria della guerra del Vietnam, il romanzo di King parla tanto al 2025 quanto parlava al 1979. Forse di più.

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Le regole della marcia: camminare o morire

A un certo punto nel film si vedono dei cavalli, e viene in mente un altro film — un altro mondo in cui i disperati camminano, o meglio ballano, fino allo stremo per sopravvivere. Non si uccidono così anche i cavalli? di Sydney Pollack (1969), tratto dall’omonimo romanzo del 1935: nella California della Grande Depressione, coppie di disperati senza lavoro ballano per giorni interi, attratti ancora prima che dal premio in denaro dalla semplice possibilità di avere il vitto assicurato. Il parallelo con The Long Walk è bruciante: cambiano i decenni, cambia il formato dello spettacolo, ma la sostanza è identica. Il sistema trova sempre un modo elegante per trasformare la disperazione umana in intrattenimento. Ne rimarrà uno solo, anche lì. E anche lì gli altri si consumano — come i piedi devastati, le caviglie fratturate, l’umiliazione di defecare per strada pur di non perdere il passo. The Long Walk è anche questo: un film tutto al maschile — a parte la straordinaria Judy Greer nei panni della madre di Ray — in cui i corpi cedono lentamente, con una precisione quasi documentaristica. Il burnout non è una metafora astratta. È quella caviglia che cigola da tre giorni, è il passo che si accorcia senza che te ne accorga, è il momento in cui smetti di pensare al traguardo e inizi solo a pensare al prossimo metro.

The Long Walk recensione: il significato del film

Ray Garraty è il ragazzo del Maine. Arriva alla linea di partenza accompagnato dalla madre che lo supplica di tornare indietro. Non torna indietro. Con lui ci sono altri novantanove ragazzi, uno per ogni stato, tutti volontari — tecnicamente. Nella pratica, quando la tua famiglia non arriva a fine mese e il premio è “qualsiasi cosa tu voglia per il resto della tua vita”, il confine tra scelta e necessità smette di esistere. Le regole sono semplici: mantenere una velocità minima di circa cinque chilometri orari, non fermarsi mai, non uscire dalla strada. Chi rallenta riceve un avvertimento. Al terzo, i soldati sul mezzo militare che scortano la marcia “comprano il tuo biglietto” — eufemismo per farti fuori sul posto, davanti a tutti, in diretta televisiva. Vince l’ultimo rimasto in piedi.

Quello che succede tra il via e il traguardo — ammesso che esista un traguardo — è ciò che rende The Long Walk qualcosa di diverso da qualsiasi survival movie tu abbia visto. Non ci sono eroi che trovano armi nascoste, alleanze strategiche, colpi di scena da manuale. C’è solo la strada, il passo, e la domanda che cresce chilometro dopo chilometro: perché sei qui, cosa speri di vincere davvero, e cosa sei disposto a fare — o a non fare — per arrivarci.

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Il cast: Cooper Hoffman e David Jonsson sorprendono

Ray Garraty arriva al via cercando di rassicurare la madre. Ha il viso aperto di chi non ha ancora capito in cosa si è cacciato, eppure dentro di lui brucia qualcosa — una vendetta, un segreto, una rabbia che lo tiene in piedi quando ogni muscolo urla di fermarsi. Cooper Hoffman lo abita con una naturalezza disarmante: figlio d'arte cresciuto nell'ombra lunga di Philip Seymour, aveva già dimostrato un talento cristallino in Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson. Qui compie un salto qualitativo impressionante: il suo Ray è fisico, sudato, reale, capace di passare dall'umorismo nero alla commozione pura senza un fotogramma di falso.

Accanto a lui, David Jonsson — BAFTA Rising Star 2025, già lanciato nel firmamento da Alien: Romulus — costruisce Pete McVries mattone per mattone: pragmatico, graffiante, con una vena di ottimismo furibondo che non ti aspetti da chi cammina verso la morte sapendo di camminare verso la morte. Il legame tra Ray e Pete è il cuore emotivo del film, una fratellanza che nasce dallo sfinimento e dalla paura e diventa qualcosa di più antico e puro — l'amicizia come ultimo baluardo contro il nichilismo del sistema.

Mark Hamill inquietante come non mai

E poi c'è lui. Il Maggiore. Occhiali scuri, voce insolita, la calma di chi ha fatto della violenza istituzionale il proprio stile di vita. Mark Hamill — sì, Luke Skywalker in persona — costruisce un villain di rara efficacia proprio perché non urla, non minaccia, non si agita. Governa con la silenziosa certezza di chi sa che le regole sono dalla sua parte. Lawrence lo ha voluto contro ogni logica di casting, e la scommessa vince: la stanchezza che Hamill porta nel corpo, quella fragilità sotto l'acciaio, trasforma il Maggiore in qualcosa di più perturbante di un semplice antagonista militare. È il sogno americano che ti guarda negli occhi e ti dice che stai perdendo tempo a sognare.

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Un ensemble che cammina, soffre e brilla

Attorno ai protagonisti, un ensemble di giovani attori che Lawrence ha selezionato con la cura di un direttore d'orchestra. Ben Wang porta Hank Olsen con un carisma irriverente che nasconde insicurezze profonde; Charlie Plummer trasforma il controverso Barkovitch in un ragazzo fragile e triste, ostaggio di se stesso prima ancora che degli altri; Roman Griffin Davis — già indimenticabile in Jojo Rabbit — è un Curly quindicenne che mente sull'età per partecipare e porta sullo schermo un'innocenza che fa male. Garrett Wareing è il misterioso Stebbins, lupo solitario con un segreto che ti spezza; Tut Nyuot è il solare Art Baker, religioso e fumatore, ottimista per forza o per necessità. Joshua Odjick è il ruvido Collie Parker, che cammina per fuggire da se stesso e per strada scopre che forse c'è ancora qualcosa per cui vale la pena rimanere.

La regia di Francis Lawrence: un film fisico

La vera scommessa di The Long Walk è produttiva prima ancora che narrativa. Lawrence ha girato il film in rigoroso ordine cronologico, con il cast che percorreva fino a sedici chilometri al giorno sotto temperature di trentotto gradi in Manitoba. Il direttore della fotografia Jo Willems — già compagno d'avventura nei capitoli di Hunger Games — ha progettato una macchina da presa che non si ferma mai: carrelli elettrici speciali, van di supporto, una carovana di veicoli per ogni ciak lungo circa tre quarti di miglio. Il primo assistente alla regia avrebbe percorso fino a ventiquattro chilometri al giorno. Mentre i personaggi si sporcano, si feriscono, si stancano, anche la troupe accumula stanchezza vera — e si vede sullo schermo. C’è qualcosa di impietoso e insieme ipnotico nel modo in cui Lawrence registra il decadimento fisico dei ragazzi: le caviglie che si gonfiano, il passo che si accorcia, gli occhi che perdono fuoco. È il ritratto più onesto del burnout che il cinema abbia prodotto negli ultimi anni — e non parla di uffici open space né di riunioni su Zoom, ma dice esattamente la stessa cosa.

 

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Colonna sonora e atmosfera

La colonna sonora è firmata da Jeremiah Fraites, cofondatore dei Lumineers, al suo debutto cinematografico: musica locomotiva e inquietante, con glissandi inventivi, staccato e una commistione di strumenti tradizionali ed elettronici che funziona da cardiopalma continuo. Fraites ha composto durante le riprese, consegnando materiale su materiale a Lawrence e al montatore Mark Yoshikawa: il risultato è una colonna sonora che batte allo stesso ritmo dei passi dei ragazzi.

Se The Long Walk fosse un cocktail

Sarebbe un Long Island Iced Tea preparato male — o meglio, preparato troppo bene. In apparenza sembra qualcosa di fresco e innocuo: un bicchierone alto, ghiaccio abbondante, profumo estivo. Poi lo assaggi e capisci che dentro ci sono vodka, gin, rum, tequila e triple sec, tutti insieme, senza pietà, mascherati da un filo di cola che non inganna nessuno. Prendi il primo sorso di questo film e pensi di stare assistendo a un dramma di formazione con ragazzi belli e bravini che camminano. Al secondo sorso hai già il cuore in gola. Al terzo stai piangendo senza capire bene perché. È un cocktail che non ti avverte, non ti chiede il permesso, ti entra dentro e ti fa sentire tutto quello che avevi deciso di non sentire: la precarietà della vita, la ferocia del sistema, la bellezza insopportabile dell'amicizia quando sai che finirà. E come ogni Long Island che si rispetti, non lo dimentichi il giorno dopo.

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Il finale spiegato: resistere o restare umani

Arrivati alla fine, quello che resta non è la gara.
Non è il premio. Non è nemmeno la promessa — mai mantenuta — che da qualche parte, oltre quella strada infinita, ci sia davvero una ricompensa.

Francis Lawrence costruisce un percorso che consuma lentamente ogni certezza: il corpo cede, la mente si incrina, e la marcia smette di essere una competizione per diventare qualcosa di più profondo e disturbante. Un automatismo. Un’abitudine imposta. Una forma di sopravvivenza che, a un certo punto, non distingue più tra volontà e condanna.

È qui che The Long Walk cambia passo. Perché non parla solo di chi resiste, ma di cosa resta quando resistere diventa l’unica cosa che sai fare. Quando andare avanti non è più una scelta, ma l’unico linguaggio possibile.

E allora la distopia si incrina e lascia spazio a qualcosa di più vicino, più riconoscibile. Non un futuro lontano, ma un presente in cui la fatica si accumula, le aspettative schiacciano e la linea tra resistenza e esaurimento si fa sempre più sottile.

Il sistema chiede un vincitore. Uno solo.
Ma il film suggerisce una verità molto meno rassicurante: che continuare ad andare avanti, a volte, non è una prova di forza.

È una perdita progressiva. Di lucidità. Di senso. Di umanità.

E forse la domanda più inquietante non è chi arriverà alla fine.
È se, una volta arrivato, sarà ancora in grado di fermarsi.

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