The Lunch, recensione. Il documentario che racconta l’America spaccata di Trump
Cinema Foto di Mercedes Corveddu
Introduzione
Al cinema dal 14 maggio, The Lunch – A Letter to America di Gianluca Vassallo è uno dei documentari più sorprendenti dell’anno. Novantadue minuti girati in 31 giorni e 5.500 chilometri attraverso undici stati americani durante l’ultimo mese delle elezioni che hanno riportato Donald Trump alla Casa Bianca. Il cuore del film è un gesto semplice e devastante: un hamburger preparato dal cuoco messicano Eduardo Hernandez e consumato dal trumpiano Robert Arnold Linsay mentre si chiudono i seggi del 5 novembre 2024. Un racconto spiazzante, potentissimo e mai retorico sull’America sospesa tra paura, solitudine e bisogno di appartenenza
Quello che devi sapere
The Lunch, l’hamburger che racconta un’America divisa
Fu Allen Ginsberg a definire Naked Lunch di William Burroughs come "un attimo congelato in cui ognuno vede cosa c'è realmente sulla punta della forchetta." Gianluca Vassallo, che Ginsberg lo ha letto a diciassette anni e non se n'è mai ripreso — la sua poesia America chiude The Lunch - A Letter to America, nei titoli di coda come un grido disperato e perfetto —, ha fatto esattamente quello: un pasto nudo. Novantadue minuti in cui vedi, sulla punta della forchetta, quello che preferiresti non vedere.
Il film si muove da New York verso ovest, in un viaggio di 5.500 chilometri attraverso undici stati, e torna dove ha cominciato: Coney Island, 5 novembre 2024, un diner del lungomare. Eduardo Hernandez, mani veloci e sguardo consapevole, schiaccia la polpetta sulla griglia. Robert Arnold Linsay, bandiera di Trump al collo come un mantello da captain america claudicante e affannato, aspetta seduto.
Sugli schermi piatti scorrono i primi exit poll, tra uno spot per le pastiglie Mucinex e uno per il montascale a poltroncina Acorn Stairlift. In cucina, un televisore a tubo catodico replica l'effetto neve — quel white noise che dai tempi di Poltergeist, di The Ring, di Twin Peaks significa che qualcosa di irrisolvibile sta per accadere. È la fine di un'America, e il film lo sa già dall'inizio.
Il documentario italiano che entra nell’America di Trump
Presentato al Tallinn Black Nights Film Festival 2025 in concorso nella sezione Doc@PÖFF e all'anteprima italiana del Bellaria Film Festival 2026 — sezione Gabbiano —, The Lunch arriva nelle sale il 14 maggio distribuito da Lo Scrittoio. Scritto e diretto dal fotografo, artista visivo e regista sardo Gianluca Vassallo, è esattamente quello che il titolo promette: una lettera.
Non una requisitoria, non un saggio cinematografico, non un atto d'accusa. Una lettera, con tutto il pudore, la tenerezza e l'irrisolvibile malinconia che questo genere epistolare porta con sé. La differenza non è da poco: cambia tutto il modo in cui si guarda, e soprattutto tutto il modo in cui si viene guardati.
5.500 chilometri dentro la paura americana
L'idea del film nasce nell'ottobre del 2016, a Kutztown, Pennsylvania, in un diner che profumava di carne fritta e news locali. Vassallo era di passaggio per un lavoro commerciale, macchina fotografica al collo, quando le mani di un cuoco messicano — Ramón, chissà dove è finito adesso — avevano consegnato un hamburger a un meccanico in felpa MAGA. Il bianco americano che morde, inconsapevole, il lavoro, le mani e la vita di chi lo ha cucinato. Un'immagine così potente da richiedere otto anni di incubazione prima di diventare film.
A luglio del 2024, vedendo avvicinarsi lo spettro del ritorno di Trump, Vassallo raduna la sua squadra e parte. Trentuno giorni, undici stati, 5.500 chilometri: da New York al South Dakota, attraverso New Jersey, Pennsylvania, West Virginia, Ohio, Indiana, Illinois, Wisconsin, Iowa, Minnesota. Una seconda sessione di riprese, più breve, si tiene durante la settimana dell'insediamento, tra New York e Washington D.C. — vicinissimi alla Casa Bianca, in attesa della macchina presidenziale che Vassallo non vuole mostrare: vuole il momento di attesa, non il potere che arriva.
Dormire dai trumpiani per capire gli Stati Uniti
Il metodo è quello dell'arte relazionale applicata al cinema: dormire a casa delle persone riprese, pregare a tavola (tutti atei) con Mark Leonard il cowboy che spara, fingere di essere trumpiani con i trumpiani e democratici con i democratici. Non per ingannare, ma per raggiungere quel piano paritario in cui le persone smettono di rappresentarsi e cominciano, semplicemente, a esserci.
Mercedes Corveddu, assistente alla regia con i capelli rosa e le idee vegetariane, ha avuto vita più dura in casa dell'allevatore — ma nessuno ha mai avuto paura. La qualità dell'accoglienza rurale, dice Vassallo, era una curiosità genuina, molto più di certi democratici incontrati per strada.
Dai diner ai cowboy: l’America vista senza filtri
Vassallo è fotografo prima che regista, e si vede, nel senso buono, quello in cui "si vede" è un complimento e non una constatazione. La macchina da presa ha l'occhio di chi sa che un dettaglio vale un continente: una composizione rigorosa, quasi pittorica, che all'improvviso cede alla pasta umana dei protagonisti, al loro odore di cucine e di paura. Niente commento fuori campo, niente cartelli didascalici, niente del paternalismo da documentario da festival che spiega allo spettatore cosa deve sentire. Vassallo inquadra e si fa da parte. Come un buon bartender: prepara, serve, sparisce.
Basti pensare alla scena con cui apre il film: una donna islamica, velata, attraversa New York portando in giro — evidentemente per una consegna — una maglietta con l'effige di Trump. Appena dopo un discorso televisivo in cui il candidato tuona contro gli immigrati che dipinge come mostri e assassini. Non c'è didascalia. Non serve. Vale da sola più di mille articoli, saggi o, Dio ce ne scampi, thread su X.
Le immagini si susseguono con un effetto caleidoscopico: cieli americani abbacinanti, rodei, vacche, strade rurali che tagliano il nulla, zucche di Halloween, manifesti elettorali sbattuti dal vento. Marilyn Monroe e Ronald Reagan che fanno capolino dagli schermi come fantasmi di un'altra America. La ruota magica di Coney Island — ma non ci sono più né i guerrieri della notte di Walter Hill né Alvy Singer e Annie Hall di Woody Allen. Più che un Luna Park, è diventato un Lunar Park, quello caro a Bret Easton Ellis: un luogo inquietante che assomiglia all'originale senza esserlo più. Tra le Dixon Duchess della pallavolo e i Dixon Duke del football non si tratta dei nazisti dell'Illinois dei Blues Brothers, ma del crepuscolo di un American Dream per chi negli States non ci è nato ma li ha desiderati e amati, quegli Stati non più Uniti.
Eduardo e Robert, due uomini intrappolati nello stesso sogno americano
Il cuore narrativo del film batte attorno a due figure antitetiche che non si cercano e non si parlano davvero, ma che convergono verso lo stesso punto come le lancette di un orologio rotto. Eduardo Hernandez, cuoco messicano al Parkview Diner di Coney Island — oggi sua moglie vive in Albania con le due figlie, metà della sua brigata è stata portata via dall'ICE, due ragazzi della scena della cena sono semplicemente scomparsi un giorno senza lasciare traccia.
Robert Arnold Linsay, repubblicano MAGA, commentatore politico di New York: negli anni Novanta era un sostenitore di Ralph Nader e del Green Party, un eco-socialista radicale. Ha semplicemente spostato l'asse del suo radicalismo. Entrambi combattono la stessa paura di non significare nulla. Il vantaggio di Robert è che è bianco e americano — e quindi può permettersi di essere gentile col cameriere ispanico, gentilezza che è già, di per sé, un esercizio di potere.
È questo che rende il film spiazzante: Robert non è il coglione sanguigno dai modi primitivi che il pregiudizio liberale si aspetterebbe. Si esprime bene, con un eloquio complesso, è persino gentile. È un'anomalia? No: siamo noi che guardiamo con lenti distorte la realtà MAGA.
Trump, paura e solitudine: il film che evita ogni propaganda
Eduardo ricorda quando nessun poliziotto americano parlava spagnolo ed erano guai se ti fermavano — e ora i video di TikTok ti dicono quanto conti la famiglia. Qualcuno rimpiange Reagan, qualcuno rimpiange persino Clinton. Trump gioca sulla paura come un leader di setta, ma non è un problema solo del Partito Repubblicano. Non vediamo più l'altro. È un crescendo rossiniano di "Ciao come sto?", la fine delle sfumature.
Nell'ultima scena, la fiammella della griglia si spegne. Il tricolore messicano fa capolino. L'ordine è un'acqua ghiacciata, un tè freddo e un cheeseburger Deluxe, cottura media, lattuga, pomodoro, cipolla. The Star-Spangled Banner sfuma nel nulla. La bandiera adorna di stelle non garrisce vittoriosa. La terra dei liberi e la patria dei coraggiosi sembra sempre più una no man's land, un non-luogo. Ma è un motivo in più per raccontare questa terrificante confusione e Vassallo lo fa con maestria e stile.
Il suono dell’America che sta cambiando
I registi di solito detestano i fonici. Figurarsi i direttori della fotografia: stai combattendo con la luce e c'è qualcuno che vuole mettere un altro microfono. Vassallo con Daniele Guarnera, sound designer e coproduttore attraverso Percettiva, non ha mai combattuto — perché Guarnera ha un rapporto con il suono identico a quello che Vassallo ha con la luce. Il risultato è un film in cui i rumori di cucina, il crepitio di un fuoco nel Midwest, il silenzio di una strada del South Dakota alle tre di mattina non riempiono lo spazio sonoro ma lo abitano. Il suono non accompagna le immagini: le risponde.
Whitney George, compositrice e coproduttrice americana, ha attraversato il viaggio con la troupe invece di aspettare comodamente il picture lock finale come fanno i compositori normali — e la differenza si sente. La sua America Suite è nata in parallelo al montaggio, come una risposta musicale in tempo reale a ciò che il film stava diventando. Speranza e disperazione, metropoli e praterie, intimità e distanza: tutto in pochi temi strumentali che dialogano tra loro come i personaggi del film.
Nei titoli di coda sfilano anche i brani di repertorio: Zeta Mix 7 di Elis Francas, Iowa Waltz di Greg Brown — che è esattamente quello che sembra, un valzer dell'Iowa, e se vi sembra poco non avete mai attraversato l'Iowa di notte —, e il Barbiere di Siviglia diretto da Riccardo Chailly, apparizione così improbabile e perfetta da sembrare un errore e invece è un colpo di genio. Ma l'ammazzacaffè finale è America di Allen Ginsberg. La poesia che Vassallo aveva letto a diciassette anni e che gli aveva cambiato la vita. Il grido disperato che il film meritava. E che l'America, probabilmente, non ascolterà.
Quando un pranzo diventa un gesto politico
Vassallo aveva la certezza, partendo, che sarebbe stato un film politico. Sul campo ha scoperto che stava diventando qualcos'altro — qualcosa di più scomodo e meno catalogabile, uno spazio poetico in senso terreno e affatto aulico, dove la politica non scompare ma si nasconde dentro il corpo delle cose quotidiane. Come la carne nell'hamburger.
Un cowboy dell'Iowa, ci dice il film, può determinare la guerra in Medio Oriente. E l'inadeguatezza di un dirigente democratico può produrre lo stesso effetto. Non c'è conforto in questa equazione, e il film non ne offre. Il pasto è un messaggio di speranza se lo guardiamo con i nostri occhi borghesi, sazi, bianchi ed europei — che è esattamente quello che siamo, noi in sala. Agli occhi di Eduardo, probabilmente no: lui sa di non essere poi così diverso dal vitello che compone gli hamburger che cucina, con la sola differenza che chi cucina un hamburger serve vivo, noi. E noi lo mangiamo e ringraziamo e lasciamo pure la mancia.
Le dediche finali sono il gesto più radicale di Vassallo
I titoli di coda di The Lunch sono un film nel film. Non i soliti scroll di nomi e ruoli, ma una serie di dediche scritte in inglese che svelano, forse più di qualsiasi inquadratura, chi è Gianluca Vassallo e perché ha fatto questo film.
Si ringrazia Nanni Moretti per "le telefonate in risposta alle mie email, a me, di tutti" — e la postilla "anche se sospetto a tutti" è il tipo di autoironia che solo chi si è sentito davvero privilegiato da un'attenzione inaspettata sa scrivere. Whitney George viene ringraziata per "aver portato l'America su un set pieno di italiani, per i drammi irriconciliabili, per la gentilezza che tanto disprezziamo" — e si ride, perché è tutto vero e tutti lo sanno. Daniele Guarnera "perché crede in me più di quanto ci creda io": frase che vale un intero rapporto umano. Edoardo e la sua brigata "per la coscienza di classe che incarnano e per la loro umanità" — non è retorica, è gratitudine vera verso chi ha messo la faccia in un film che racconta la propria vulnerabilità.
Ma sono le dediche finali a togliere il fiato. Prima ai rivoluzionari del mondo, "che sanno praticare l'empatia nella lotta, con la certezza che il bene nasce da una carezza al nemico, mai dal sangue." Poi, subito dopo, ai conservatori di tutto il mondo — proprio loro —, "affinché accettino la mia carezza." È il gesto più politico del film,
Se The Lunch fosse un cocktail
Pensarci fa quasi ridere — e poi fa quasi piangere, che è esattamente quello che fa il film. Se The Lunch – A Letter to America fosse un cocktail, si chiamerebbe The Last American Diner e sarebbe servito senza preavviso, in un bicchiere old fashioned leggermente incrinato, appoggiato su un tovagliolo di carta con il logo sbiadito di un diner di Coney Island.
Ingredienti:
Bourbon americano (base, corpo, radici — l'America profonda del Midwest, i cowboy, i campi di pannocchie)
Mezcal (fumo, sudore, le mani di Eduardo sulla griglia — l'America messicana che cucina quella anglosassone)
Sciroppo di mais (la dolcezza ingannevole dello slogan MAGA, il sogno americano che sa ancora di qualcosa di buono anche quando è diventato amaro)
Bitter al tabacco (il retrogusto impossibile da togliere, la Storia che brucia)
Acqua ghiacciata (l'unico elemento neutro, quello che ordina Eduardo nell'ultima scena — la sopravvivenza quotidiana oltre la politica)
Si beve lentamente, possibilmente da soli, guardando fuori dalla finestra. Non consola. Ma fa capire dove siete. Ed è, forse, già qualcosa.