Serra Yilmaz, da Le fate ignoranti al libro Cara Istanbul la musa di Özpetek si racconta

Cinema
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

©Getty

Attrice, regista, traduttrice e narratrice instancabile, la star turca diventata icona del cinema internazionale ha costruito una traiettoria artistica che sfugge alle definizioni rigide, muovendosi con naturalezza tra cinema, teatro e scrittura. L'abbiamo incontrata per farci raccontare la sua ultima fatica, il libro dedicato alla sua patria, e per farci incantare dalla sua arte da affabulatrice. Ecco cosa ci ha raccontato di lei e della collaborazione pluridecennale con il cineasta di Mine vaganti e Diamanti

C’è un filo sottile che attraversa tutta la carriera di Serra Yılmaz: la memoria come forma di resistenza e, insieme, come atto creativo.

Con il suo libro Cara Istanbul, pubblicato da Rizzoli nel febbraio 2026, questo filo si fa immediatamente presente e attuale, perché è proprio dalla scrittura del testo che prende avvio il suo più recente percorso narrativo. Attrice, regista, traduttrice e narratrice instancabile, Yılmaz ha costruito nel tempo una traiettoria artistica che sfugge alle definizioni rigide, muovendosi tra cinema, teatro e scrittura con una naturalezza che sembra appartenere più all’istinto che al progetto.

 

Formata tra Istanbul e la Francia, dove si avvicina al teatro dopo gli studi in Psicologia, debutta al cinema nei primi anni Ottanta e attraversa successivamente una carriera internazionale che la porta a essere una presenza riconoscibile e trasversale della scena europea. Il grande salto nel panorama italiano arriva grazie all’incontro con il regista Ferzan Özpetek, con cui avvia un sodalizio artistico destinato a diventare centrale nella sua identità cinematografica. A partire da Harem Suare (1999) in poi, Yılmaz diventa una presenza ricorrente nei suoi film: da Le fate ignoranti (ed è nel cast anche della serie tv del 2022) a La finestra di fronte, da Saturno contro a Un giorno perfetto, fino a Rosso Istanbul e La dea fortuna. Ruoli spesso costruiti su una miscela di ironia e intensità emotiva, che l’hanno resa familiare al pubblico italiano e parte integrante dell’immaginario del cinema di Özpetek. Accanto al cinema, ha mantenuto un rapporto costante con il teatro, tra Turchia e Italia, e ha sperimentato anche la regia cinematografica con il remake turco di Perfetti sconosciuti (Cebimdeki Yabanci, 2018), confermando un profilo artistico mobile e non riconducibile a un solo linguaggio.

Cara Istanbul, un "copione" che è la sua stessa vita

Con il romanzo autobiografico Cara Istanbul, Yılmaz compie però un passaggio diverso: non interpreta una storia, ma la costruisce. Non si muove dentro un copione, ma dentro la propria memoria. Il libro nasce come una lunga lettera alla città d’origine, Istanbul, e si trasforma in un archivio affettivo e culturale che racconta non solo una geografia urbana, ma una trasformazione identitaria. È un’opera che non cerca la nostalgia, ma la stratificazione del tempo: ciò che resiste, ciò che scompare, ciò che cambia forma.

 

Pagina dopo pagina, Yılmaz passa dal raccontare la ricchezza della lingua turca al proporre ricette di manicaretti tipici di Istanbul, fino a soffermarsi sul canto del muezzin e, chiaramente, sui passaggi fondamentali in cui si è snodata la sua vita. Rievoca le sere d’inverno in cui sua madre le raccontava storie non per addormentarla, ma per condividere un tempo intimo e prezioso. Racconta anche di come il potere suadente delle parole degli sconosciuti imbonitori incontrati sui vaporetti l’abbia al tempo stesso affascinata e formata, contribuendo a plasmarla fino a farla diventare ciò che è oggi: in primis, un’affabulatrice, come lei stessa ama definirsi. 

Ne emerge il ritratto di un’artista che concepisce il racconto come un flusso continuo, ramificato, dove la struttura non è mai un punto di partenza ma semmai un punto di arrivo, passando dalla lingua orale alla scrittura senza perdere il ritmo del parlato e senza rinunciare alla libertà dell’improvvisazione narrativa.

 

Abbiamo incontrato Serra Yılmaz per ripercorre assieme a lei la genesi di Cara Istanbul, il rapporto con la memoria familiare e con le lingue che hanno attraversato la sua vita, fino al cinema, al teatro e al lungo rapporto artistico con Özpetek, tra ricordi di set e riflessioni sul mestiere dell’attrice. Ecco cosa ci ha raccontato. 

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Perché ha deciso di scrivere Cara Istanbul proprio adesso?
A dire la verità non ho deciso io di scriverlo. Avevo in mente un progetto di libro con ricette e aneddoti, ma mentre ci pensavo è arrivata una proposta di Rizzoli. L’ho accettata, ed è così che è nato Cara Istanbul, seguendo quella traiettoria che si è definita in modo naturale a partire dall’idea iniziale.

 

Come ha scelto quali ricordi includere e quali lasciare fuori?
I ricordi sono tantissimi, c’è un’abbondanza di cose vissute e ricordate. Con gli editori abbiamo deciso cosa tenere e cosa eliminare. Durante il lavoro può anche succedere che un passaggio inizialmente previsto si riveli inutile e venga tolto. È un continuo richiamo tra i ricordi.

 

Quanto tempo le ha richiesto la scrittura del libro?
Circa due anni. Durante questo periodo, l’estate scorsa ci siamo ritrovati a casa mia a Istanbul e abbiamo lavorato per quattro giorni quasi senza sosta. È stato lì che abbiamo finalizzato gran parte del materiale.

 

In che modo Istanbul oggi si discosta maggiormente da quella che descrive nel libro?
Oggi Istanbul non è più la città in cui sono nata. È troppo costruita, troppo legata ai profitti e agli investimenti. Nessuno si occupa più davvero del suo profilo urbano o del verde. È una città invasa dal cemento. Chi arriva da turista vede il Bosforo e resta affascinato (e questo è comprensibile), ma non è più la città che era.

 

Il libro è anche rivolto a sua figlia: quanto ha influito questa dimensione familiare nella scrittura?
Molto. Si ha sempre l’impressione che i genitori siano eterni, quindi non si presta attenzione ai loro racconti. Poi, quando non ci sono più, si vorrebbe poter fare domande che non si possono più fare. Io stessa oggi vorrei ricordare tutto ciò che mi diceva mia madre. Per questo i racconti di una madre diventano, col tempo, un tesoro preziosissimo per i figli.

 

Si definisce “affabulatrice”: quanto la scrittura è stata per lei un’estensione naturale del raccontare oralmente?
Io lascio sempre fluire il racconto. Non amo programmare o strutturare in anticipo. Tutto nasce in modo spontaneo, senza una griglia rigida. Il mio modo di raccontare è fatto per ramificazioni: vado nei rami piccoli, poi torno ai grandi, al tronco, e così via, seguendo un movimento naturale che si costruisce mentre scrivo.

 

Ha seguito una struttura precisa oppure ha lasciato fluire il racconto?
Non c’è una struttura rigida. Il racconto si è formato seguendo il suo ritmo naturale, senza forzature, lasciando che i passaggi emergessero in modo progressivo e coerente con il suo sviluppo, come qualcosa che prende forma mentre viene raccontato.

 

Nel suo percorso artistico, quanto è stato importante il passaggio tra paesi e lingue diverse?
È stato fondamentale. Ogni lingua è un mondo a sé, e conoscerne più di una è una grande ricchezza. Se non parlassi italiano, non avrei potuto lavorare in Italia. Lo stesso vale per la Francia. Le lingue aprono possibilità, anche professionali.

 

Tra cinema, teatro e scrittura, quale linguaggio sente più vicino oggi?
Quello che sto praticando in quel momento. Non ho una preferenza stabile, perché la vicinanza cambia a seconda del lavoro e del contesto in cui mi trovo, e si ridefinisce di volta in volta.

 

Qual è il film a cui è più legata tra quelli in cui ha recitato?
Le fate ignoranti (film del 2001 diretto da Ferzan Özpetek, con Margherita Buy e Stefano Accorsi, uscito in Italia il 16 marzo 2001, ndr) è quello a cui sono più legata. Mi emoziona ancora oggi rivederlo.

 

Qual è invece un film che porta nel cuore pur non avendovi partecipato?
Sono molti, moltissimi, ma ne cito uno in particolare: Una breve stagione (1969) di Renato Castellani (l'ultima opera del regista girata per il cinema, perché in seguito si è dedicato alla realizzazione di sole opere televisive. Christopher Jones interpreta Johnny Philips e Pia Degermark si cala nei panni di Luisa, rispettivamente un giovane americano che vive a Roma lavorando come agente di borsa e una ragazza svedese che lavora come traduttrice simultanea alla FAO, ndr).

 

Cosa considera più difficile nel lavoro dell’attrice?
L’attesa. I momenti in cui non si lavora e si aspetta una proposta sono la parte più difficile per un attore e un'attrice. 

 

In che modo prepara un personaggio in cui si deve calare, in scena o sul set?
In modo molto cerebrale. Ci penso a lungo e convivo con il personaggio per giorni, settimane o mesi, lasciando che la sua presenza si sedimentI progressivamente fino a diventare parte del mio modo di affrontarlo in scena o sul set.

 

Può condividere un aneddoto o un retroscena del lavoro con Ferzan Özpetek?
Durante le riprese di Harem Suare (1999), lui ebbe un litigio con il direttore della fotografia. Il giorno dopo c’era un invito a pranzo a casa di un’amica a Istanbul a cui io non ero stata invitata, ma lui mi disse che potevo andare comunque. Io però capii che non ero davvero invitata, così organizzai una gita con Marie Gillain (protagonista del film, ndr), il direttore della fotografia e l’operatore. Siamo andati verso la foresta di Belgrado e abbiamo passato la giornata lì, tra la foresta e il Mar Nero, con i telefoni spenti. Quando Özpetek lo scoprì mi telefonò furioso, quasi “impazzito”, perché non eravamo andati al pranzo. Il giorno dopo, sul set, mi disse che avrebbe cambiato la sceneggiatura: nel film, invece di rimanere sola, il mio personaggio sarebbe stato “portato via dalla famiglia”. In realtà non era vero: lo disse solo per farmi credere che mi avrebbe tolto la scena. Quando ho capito lo scherzo, abbiamo riso moltissimo!

 

Quali sono i suoi progetti futuri, sia in ambito cinematografico che teatrale o letterario?
Preferisco non parlarne finché non sono iniziati. Per scaramanzia. Posso solo dire che ho in mente un secondo libro...

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