A cena con il dittatore, recensione: la commedia satirica che smaschera il potere

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Spagna, 1939. Due settimane dopo la fine della Guerra Civile, Franco ordina un banchetto di gala all'Hotel Palace di Madrid. Per prepararlo, il maître Genaro e il giovane tenente Medina sono costretti ad attingere all'unica riserva di cuochi all'altezza della situazione: i prigionieri repubblicani rinchiusi nelle carceri franchiste. Nasce così A cena con il dittatore La cena, il film più atteso e premiato del cinema spagnolo del 2025, candidato a otto premi Goya e campione d'incassi in patria. Manuel Gómez Pereira, il re della commedia iberica anni Novanta, torna al grande schermo con una commedia antibellica che sa di Lubitsch e di Wilder, di Fellini e di Sordi, di Bastardi senza gloria e di Jojo Rabbit. Una satira feroce e necessaria, in cui la risata non è evasione ma resistenza, e la cucina diventa campo di battaglia. Mario Casas e Alberto San Juan guidano un cast corale di rara precisione in un film dal doppio registro — forchette e fucili, pentole e paure — che arriva in Italia dal 9 aprile grazie a Officine UBU.

Quello che devi sapere

A cena con il dittatore: come inizia il film e perché colpisce subito

C'è una duplicità fondante, in A cena con il dittatore, che si manifesta già nei titoli di testa. Forchette, piatti, una tavola imbandita si sovrappongono a camionette militari, truppe in marcia, eserciti trionfanti. La prima immagine è uno striscione  bianco con la scritta 'Viva Franco' che si manifesta sulla facciata del Palacio de las Cortes di Madrid. E subito dopo — perché Gómez Pereira sa che la storia nera ha bisogno di respirare — un tenente sonnecchia mollemente su un sidecar, mentre il suo conducente inchioda il mezzo davanti a un gruppo di ragazze in uniforme e basco rosso, esclamando con l'aria da piacione: «Evviva il movimento nazionale!». Una di loro lo apostrofa: «Idiota». Lui si giustifica: «Chiedo scusa, quando vedo una bella donna mi si ingrippa la moto». Il tono è dato. La narrazione sarà tragica, ma non funebre. Non siamo di fronte a una farsa tipo Totò e Peppino divisi a Berlino, ma a qualcosa di più ambizioso: uno sguardo alla storia più nera e oscura filtrato dall'ironia, nella speranza — per citare l'aforisma di Claudio Magris — che l'umorismo sia la sentinella della ragione.

A cena con il dittatore trama: cuochi prigionieri e una fuga

Madrid, primavera 1939. La Guerra Civile è finita da due settimane e Francisco Franco vuole celebrare la vittoria con un banchetto di gala all'Hotel Palace. Incaricato dell'operazione è il tenente Medina (Mario Casas, magnetico nella sua naïveté fascista), affiancato da Genaro Palazón (Alberto San Juan, premio Goya per il miglior attore non protagonista, al suo terzo Goya in carriera), maître dell'hotel dal curriculum leggendario e dall'umanità fuori dagli schemi. Il problema è uno solo: i cuochi di livello abbastanza alto da sfamare il Caudillo e i suoi generali sono quasi tutti di sinistra, e quasi tutti in galera. La soluzione è semplice quanto esplosiva: estrarli di prigione, farli cucinare, poi rimandarli in cella. Ma mentre al piano di sopra si mette in scena la grottesca liturgia del potere, al piano di sotto, tra coltelli e pentoloni, i cuochi-prigionieri organizzano qualcosa di più interessante di un menù. La fuga è servita, come recita il tagline italiano.

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Manuel Gómez Pereira: il ritorno del re della commedia iberica

Ci sono registi che il cinema se li porta nel sangue anche quando la televisione li sequestra per anni. Manuel Gómez Pereira, il genio dietro Salsa rosa, Boca a boca e El amor perjudica seriamente la salud — tre pilastri della commedia spagnola anni Novanta — era rimasto lontano dal grande schermo per quasi un decennio, impegnato in serie di successo come Grand Hotel, Le ragazze del centralino e Velvet. Nel 2025 torna con due film in contemporanea: Un funeral de locos e La cena. Quest'ultima covava in lui dal 2008, quando l'attore Sancho Gracia gli passò il testo teatrale di José Luis Alonso De Santos con un messaggio semplice: «Ci vedo una pellicola». Gómez Pereira ci ha messo diciassette anni a realizzarla, ma ne è valsa ogni minuto d'attesa. Il copione, riadattato insieme agli sceneggiatori storici Joaquín Oristrell e Yolanda García Serrano — con i quali aveva già vinto il Goya per la sceneggiatura originale — trasforma l'opera teatrale in qualcosa di diverso: un film dal ritmo cinematografico serrato, un'unità di tempo e di luogo (una sola giornata, dall'alba alla notte).

A cena con il dittatore: i film a cui si ispira

Il regista non fa mistero delle sue fonti d'ispirazione: il cinema di Ernst Lubitsch, Billy Wilder, Woody Allen e la grande stagione della commedia all'italiana — Fellini, Dino Risi, Alberto Sordi, Vittorio Gassman. A questi aggiunge i riferimenti più recenti: Jojo Rabbit di Taika Waititi, quella satira sul nazismo che mescola bambini e svastica, ingenua ferocia e tenerezza assassina; e Bastardi senza gloria di Tarantino, con il suo peculiare intreccio di violenza e humor nero, di revisione storica e fantasia vendicativa. A cena con il dittatore non è nessuno di questi film, ma li ha tutti metabolizzati: la leggerezza di Lubitsch che trafigge il potere con un sorriso, il cinismo ottimista di Wilder, la vitalità corporea e cafona della commedia italiana. E poi, naturalmente, la tradizione spagnola: Madregilda di Francisco Regueiro, dove Juan Echanove interpretò un Franco grottesco vincendo Goya, Concha de Plata e Ondas; e ¡Buen viaje, excelencia! di Albert Boadella, con il memorabile Franco di Ramón Fontseré. Come diceva Darío Fo: «La satira è l'arma più efficace contro il potere: il potere non sopporta l'umorismo».

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A cena col dittatore; Mario Casas, Alberto San Juan e un cast perfetto

Se il film funziona come una macchina a orologeria comica, gran merito è del suo asse portante: Mario Casas nei panni del tenente Medina e Alberto San Juan in quelli del maître Genaro. Casas — classe 1986, già lanciato da Antonio Banderas, poi consacrato dal Goya per il miglior attore in Non uccidere di David Victori — abbandona ogni velleità di sex symbol per incarnare un fascista giovane, volenteroso e stupefacente nella sua ottusità: un uomo convinto di fare il bene mentre fa esattamente il contrario. San Juan, con tre Goya in tasca e una carriera teatrale di primo piano, gli costruisce attorno uno spazio di ironia sottile, da funambolo del doppio senso. I due formano una di quelle coppie cinematografiche in cui ogni scambio di battute è una scaramuccia di classe sociale, di intelligenza, di sopravvivenza. Intorno a loro, un cast corale di rara precisione: Nora Hernández nei panni di María, che interpreta i tre brani della colonna sonora originale firmata Anne-Sophie Versnaeyen — Soldadito español, Desde que te quiero e Y mientras tanto, canto — con una voce che sembra uscita da un cabaret del dopoguerra. E ancora Asier Etxeandia, Elvira Mínguez, e la collaborazione speciale di Antonio Resines.

A cena con il dittatore, la cucina diventa una forma di ribellione

Ciò che rende il film più interessante di una semplice parodia è la sua architettura verticale: al piano di sopra si celebra il potere, al piano di sotto si lavora, si pensa, si sopravvive. I cuochi-prigionieri non sono eroi da agiografia: sono persone intelligenti nel posto sbagliato, costrette a cucinare per chi li ha imprigionati. La loro ribellione è priva di retorica, fatta di sguardi, piccole defezioni, inganni calibrati al secondo. Una resistenza che non arringa: taglia, mescola e aspetta il momento giusto. Il potere franchista, di contro, si rivela per quello che è — una macchina inefficiente sostenuta da un eccesso di retorica e da una cronica incompetenza. Più i funzionari cercano di controllare ogni dettaglio, più il sistema si inceppa. È la burocrazia dell'assurdo, il teatro dell'ottusità in uniforme. E sullo sfondo aleggia Franco, divinità amministrativa distante e intoccabile, che non appare mai direttamente ma la cui presenza — come quella di un regista invisibile — condiziona ogni movimento, ogni parola, ogni piatto servito.

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Se A cena col dittatore fosse un cocktail

Se A cena con il dittatore fosse un cocktail sarebbe una sangria. Non quella annacquata dei buffet di nozze, non quella industrial-turistica servita in brocche di plastica sulle Ramblas. Una sangria vera, oscura e necessaria, che ho battezzato mentalmente La Sangre del Caudillo. Gli ingredienti sono semplici e tutti reali, come i fatti che il film racconta. Si parte da un Rioja Reserva corposo — un Tempranillo con almeno cinque anni di barrique, che porta con sé il legno, il tempo, la terra rossa di Castiglia — come base: il vino qui è la Spagna stessa, quella profonda, rurale, contadina, che la Guerra Civile ha lacerato. Si aggiunge brandy de Jerez, perché ogni dittatura ha bisogno di qualcosa che bruci, che alzi il tiro, che faccia sembrare tutto più grande di quello che è. Succo d’arancia sanguinella — non di quella bionda, quella rossa, per ovvie ragioni cromatiche e simboliche — come la commedia: acida, vitaminica, capace di ammorbidire il tannino della storia senza tradirlo. Una stecca di cannella e due chiodi di garofano: le spezie del potere, quelle che profumano l’aria mentre in cantina succedono cose che nessuno vuole sapere. E infine, al posto dello zucchero, un cucchiaio di miele di corbezzolo — il miele più amaro che esista, quello che i sardi chiamano “miele maledetto” — perché questa storia non si addolcisce davvero mai, neanche quando ride. La Sangre del Caudillo si prepara la sera prima, si lascia riposare tutta la notte in frigorifero — come i prigionieri in cella, come la memoria che aspetta il momento giusto — e si serve il giorno dopo, fredda, con abbondante ghiaccio e una fetta d’arancia sul bordo del bicchiere. Rossa come un manifesto repubblicano. Profumata come una cucina in cui si sta tramando qualcosa di più di un semplice menù.

A cena con il dittatore: ambientazione, fotografia e location

La scenografia di Koldo Vallés trasforma l'Hotel Palace di Madrid — uno dei luoghi più emblematici della capitale iberica, con il suo atrio a vetrate liberty e i suoi corridoi carichi di storia — in un palcoscenico iperrealista e al tempo stesso metaforico. Il direttore della fotografia Aitor Mantxola lavora sulla luce come uno strumento narrativo: la luce modula la gioia, la paura, la violenza e l'emozione in un contesto in cui la pace sembra dichiarata ma la paura continua ad aleggiare. È un «piccolo mondo» del dopoguerra spagnolo, in cui molti elementi del conflitto rimarranno ancora vivi. Il film rispetta l'unità aristotelica di tempo e luogo — tutto si svolge in una sola giornata — creando la pressione di una bomba a orologeria narrativa: più passano le ore, più la missione diventa irreversibile. Il montaggio di Vanessa Marimbert segue il ritmo della cucina: rapido, preciso, senza sprechi.

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Otto candidature ai Goya

Quando una commedia si trova candidata al Goya per il miglior film — tradizionalmente territorio riservato al cinema d'autore, al dramma sociale, alla tragedia con sottotitoli — vuol dire che qualcosa ha funzionato in modo straordinario. A cena con il dittatore ha ottenuto otto candidature ai Goya 2026, è stato presentato al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián (Sezione SSIFF 73) ed è stato il film più visto in Spagna nella sua settimana di apertura. «Quello che mi fa piacere è che il pubblico sia andato a vedere il film al cinema e che abbia funzionato il passa parola», ha dichiarato Gómez Pereira. «A volte basta questo». In Italia arriva grazie a Officine UBU, la coraggiosa casa di distribuzione milanese fondata da Franco Zuliani, che ha fatto della qualità la propria bussola, portando nei nostri cinema autori come Wim Wenders, Terry Gilliam, Gianfranco Rosi e Jia Zhangke. Una scelta editoriale coerente: A cena con il dittatore è esattamente il tipo di film di cui il cinema italiano ha bisogno — popolare senza essere scemo, intelligente senza essere elitario.

A cena con il dittatore, perché vederlo

A cena con il dittatore è un film che arriva nel momento giusto. In un'epoca in cui i populismi tornano a banchettare a tavole sempre più affollate, in cui i dittatori si reinventano come uomini del popolo e i fascismi si mettono il completo grigio, una commedia che ride del potere con la precisione di un coltello da cucina ben affilato non è solo intrattenimento: è una piccola forma di resistenza civile. Gómez Pereira lo sa, e lo dice apertamente: «Il populismo e le dittature sono oggi di nuovo di attualità. È importante conoscere i loro effetti. Anche attraverso una commedia, è essenziale che i giovani conoscano il nostro passato». Come Chaplin con Il grande dittatore, come Lubitsch con Essere o non essere, come Benigni con La vita è bella — film citati non per confronto ardito ma per genealogia ideale — A cena con il dittatore sceglie la risata come arma, la satira come antidoto, la cucina come campo di battaglia. E lo fa con una grazia, un'intelligenza e una gioia del racconto che mancavano da troppo tempo al cinema europeo. In alto i calici, dunque. Anche se, nel dubbio, controllate bene chi ha cucinato.

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