Mio Fratello è un Vichingo recensione: Jensen e Mikkelsen tornano con una dark comedy

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Dal 26 marzo al cinema con Plaion Pictures, Mio Fratello è un Vichingo (The Last Viking) è il sesto film di Anders Thomas Jensen con Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas: una dark comedy nordica presentata in Selezione Ufficiale alla Mostra di Venezia 2025. Due fratelli, un bottino nascosto, un uomo convinto di essere John Lennon e i Beatles da ricostruire dal nulla. Un film che diverte e ferisce, che mescola grottesco e lirismo, identità smarrita e commozione autentica. L'ultimo vichingo siamo noi.

C’è un uomo che crede di essere John Lennon.
E un altro che, per salvarlo, o forse per salvarsi, decide di rimettere insieme i Beatles.

Dentro questa premessa, che sembra una battuta e invece è una ferita, Anders Thomas Jensen costruisce Mio Fratello è un Vichingo (The Last Viking): una dark comedy che usa il grottesco come esca per parlare di identità, memoria e legami che non si riescono a spezzare neanche quando sarebbe più semplice farlo.

È il sesto film che il regista danese gira con Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas. Non è abitudine, è grammatica condivisa. E qui arriva a una forma ancora più libera: un racconto che si muove tra fiaba nera e commedia disperata, senza mai scegliere davvero da che parte stare.

La trama: Beatles, bottini e identità smarrite

Dopo quindici anni di carcere, Anker (Nikolaj Lie Kaas) torna in libertà con un obiettivo solo: ritrovare il bottino nascosto della rapina che lo ha condannato. Il problema è che l'unico a sapere dove si trova è suo fratello Manfred (Mads Mikkelsen), che nel frattempo ha sviluppato un disturbo mentale di tutto rispetto: è convinto di essere John Lennon. Per recuperare il tesoro — e il rapporto con il fratello, segnato da una cicatrice che affonda le radici in un passato doloroso — Anker si lancia in un'impresa che ha tutti i contorni della follia: ricreare i Beatles. Un brano alla volta.

È una sinossi che in mani diverse sarebbe diventata o una farsa senza fondo o un dramma lacrimoso. Jensen la trasforma in qualcosa di più difficile da definire e più prezioso da guardare: una fiaba nera con una vena comica che sa esattamente quando far ridere e quando affondare il coltello.

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Un inizio disarmante: la favola animata

Il film sorprende da subito con una sequenza animata, semplice e quasi infantile, che richiama le leggende norrene. Un prologo che destabilizza lo spettatore prima ancora che la storia cominci: ci ricorda che siamo tutti menomati, feriti, divelti. Nessuno è mai intatto, e questo vale tanto per i vichinghi del mito quanto per i fratelli disfunzionali del presente.

È un'apertura coraggiosa, che annuncia un film capace di cambiare registro senza preavviso: dal dramma all'assurdo, dal noir al road movie, dalla commedia slapstick alla commozione autentica. Non una copia maldestra di Tarantino, come certi thriller nordici hanno fatto credere di poter essere. Un film con uno stile proprio, un'energia propria, una partecipazione emotiva che si sente in ogni scena.

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Mads Mikkelsen, l’attore che non è mai quello che sembra

Mads Mikkelsen, essere John Lennon per non sparire

Mads Mikkelsen è uno di quegli attori che non si spiegano: si osservano mentre cambiano forma.

In Mio Fratello è un Vichingo è Manfred, un uomo che ha smarrito il passato e lo ha sostituito con un’identità assoluta, fragile e potentissima: John Lennon. Potrebbe essere una maschera comica, diventa qualcosa di più difficile da definire — una crepa emotiva che non chiede di essere corretta, solo accolta.

Mikkelsen lavora per sottrazione, evitando ogni deriva caricaturale. Non cerca mai l’effetto, non forza mai il personaggio: lo lascia esistere. Ed è proprio in questa leggerezza apparente che si aprono gli abissi del film.

Nikolaj Lie Kaas: la spalla che non è mai solo una spalla

Nikolaj Lie Kaas è il contrappunto necessario: Anker è l’uomo che torna dal carcere con un piano preciso, razionale, quasi meccanico. Ma è un piano che si sgretola scena dopo scena, perché la realtà — quella del fratello, quella del passato — non è mai negoziabile.

Kaas costruisce il personaggio per accumulo di tensione: trattiene, resiste, prova a controllare. E più prova a tenere tutto insieme, più tutto gli scivola via. Non è la spalla di Mikkelsen: è il suo specchio deformato, la versione che ha scelto di restare lucida — e che proprio per questo rischia di rompersi.

Il loro rapporto è il vero centro del film: non una dinamica di supporto, ma un equilibrio instabile tra due modi opposti di sopravvivere alla stessa ferita.

Il cast danese: una compagnia teatrale di lusso

Accanto ai due protagonisti, Jensen ha riunito una vera e propria compagnia del cinema scandinavo. Sofie Gråbøl — la detective Sarah Lund di The Killing, uno dei personaggi televisivi più iconici degli ultimi vent'anni — interpreta Margrethe, archetipo simpatico e irresistibile di chi sogna di essere quello che non è, rivisitato in chiave ironica e pulp. Søren Malling, il redattore Torben Friis di Borgen e protagonista di A Hijacking, porta il suo consueto realismo emotivo. Bodil Jørgensen, Lars Brygmann — già Robert Award per Riders of Justice — e Nicolas Bro completano un cast in cui ogni attore sembra al posto esatto dove deve stare.

È questa densità del cast uno dei segreti del cinema di Jensen: non ci sono comprimari decorativi, ci sono personaggi con un'esistenza propria, capaci di portare sullo schermo quella «galleria di vite spezzate» che è il suo marchio registrato.

L'universo Jensen: ibridazione come poetica

Autore di oltre cinquanta sceneggiature — tra cui quelle di Dopo il Matrimonio e In un Mondo Migliore di Susanne Bier, entrambi candidati all'Oscar, e de La Terra Promessa di Nikolaj Arcel — Jensen ha costruito nel tempo un universo personale e riconoscibile. Il suo marchio è l’ibridazione, ma qui diventa qualcosa di più netto: un modo di raccontare in cui il tono non è mai stabile, e proprio per questo resta sempre vivo.. Da Luci Intermittenti (2000) a The Green Butchers, da Le Mele di Adamo a Riders of Justice, ogni suo film smonta e rimonta le aspettative del genere.

Con Mio Fratello è un Vichingo questo processo si arricchisce di una riflessione più profonda sull'identità: le nostre identità sono plasmate dalla percezione degli altri, dice Jensen nelle note di regia. Rendersi conto di essere sempre più di una cosa sola — e non una sola cosa fissa — può essere liberatorio. Può renderci più indulgenti verso le stranezze altrui. E verso le nostre.

La fotografia e la musica: paesaggi scolpiti come marmo

Girato in esterni a Fionia e in Svezia — la «casa della mamma» costruita in una foresta a Tollered, in Västra Götaland — il film usa i paesaggi nordici non come cartolina ma come estensione emotiva dei personaggi. La fotografia di Sebastian Blenkov scolpisce la luce come fosse marmo: alberi, nebbia, case di legno sgangherato che sembrano uscite da una fiaba Brothers Grimm riscritta da Cormac McCarthy.

La colonna sonora di Jeppe Kaas alterna malinconia e ironia con la stessa disinvoltura con cui Jensen alterna i registri narrativi — accompagnando senza spiegare, suggerendo senza insistere.

Twist and Shout con l'elmo vichingo

C'è una scena, nel film, in cui un gruppo di sbandati balla e canta Twist and Shout — con pellicce di castoro e elmi vichinghi, come in una festa improvvisata ai margini del mondo. È in questa confusione gioiosa che si nasconde la verità del film: solo l'ironia e la risata possono lenire le ferite di un'infanzia violenta, di giovinezze spezzate, di traumi mai rimarginati. La commedia non è la negazione del dolore: è il modo in cui il dolore trova una via di uscita senza distruggersi.

Come dice Jensen: «Le persone spesso sono più di una cosa. Se sai di essere più di una cosa, non ti sentirai offeso così facilmente né prenderai le cose troppo a cuore.»

Se fosse un cocktail: il Viking Sour

Se Mio Fratello è un Vichingo fosse un cocktail, sarebbe un Viking Sour. Base di aquavite nordica — il distillato scandinavo per eccellenza, aromatizzato all'anice e al cumino, che sa di fiordi e di inverni lunghi — con succo di limone, miele di foresta e qualche goccia di bitter. Ha l'acidità che brucia come una ferita, la dolcezza che consola come un abbraccio tardivo, e un retrogusto che rimane in gola come un ricordo incancellabile.

È un drink che non si lascia addomesticare, spigoloso e poetico, proprio come il cinema di Anders Thomas Jensen. Un cocktail che racconta la stessa oscillazione del film: tra il dolore e la risata, tra il mito e la quotidianità, tra il gelo dei fiordi e il calore di una danza improvvisata. Con un Viking Sour in mano, anche il peso delle cicatrici diventa più leggero — e si può ballare Twist and Shout anche con un elmo da vichingo in testa.

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L'ultimo vichingo siamo noi

iMio Fratello è un Vichingo non racconta solo due fratelli alla ricerca di un bottino. Racconta cosa succede quando la realtà smette di essere sufficiente — e allora bisogna inventarsene un’altra per restare in piedi.

Jensen non cerca risposte, non sistema le crepe: le lascia aperte. E in quelle crepe ci mette una risata, una canzone, un’illusione condivisa che assomiglia a una famiglia.

Non c’è redenzione, non c’è equilibrio. Solo un tentativo — fragile, ostinato — di continuare a esistere senza smettere di credere a qualcosa.

Anche se quel qualcosa sono i Beatles.
Anche se non sono mai esistiti davvero, almeno non così.

Dal 26 marzo al cinema, distribuito da Plaion Pictures. Da non perdere.

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