Peaky Blinders – The Immortal Man, recensione: Tommy Shelby tra fantasmi, fiamme e falsari
CinemaIntroduzione
Peaky Blinders - The Immortal Man è il ritorno definitivo di Tommy Shelby, interpretato da Cillian Murphy: una recensione tra guerra, fantasmi e redenzione. Disponibile su Netflix dal 20 marzo, il film vede anche Barry Keoghan nei panni di Duke e chiude un’epopea raccontando un uomo che ha perso tutto. Tra passato, conflitti familiari e una Birmingham in fiamme, il mito cambia forma: non è più potere, ma sopravvivenza.
Quello che devi sapere
Dove eravamo rimasti: un uomo che aveva già detto addio al mondo
Prima ancora che Peaky Blinders- The Immortal Man (disponibile su Neflix dal 20 marzo) inizi, la storia di Tommy Shelby aveva già raggiunto un punto che, per molti, era una fine.
La sesta stagione si chiudeva con un uomo distrutto, svuotato, ridotto all’essenziale. Non più il capo indiscusso, non più il politico, non più il manipolatore del destino. Solo un sopravvissuto.
Tommy aveva perso tutto: Polly, la sua bussola morale; Ruby, il suo ultimo legame con l’innocenza; Lizzie, che porta via con sé ciò che restava di una vita “normale”. Anche il suo stesso corpo sembrava tradirlo, con quella diagnosi di morte imminente che lo spinge verso un gesto estremo.
E poi la rivelazione.
La malattia era una menzogna. Un’ennesima manipolazione. Un ultimo tentativo di controllare un uomo che non poteva più essere controllato.
E in quel momento, forse per la prima volta, Tommy Shelby sceglie.
Non la vendetta.
Non il potere.
Non la morte.
Sceglie di vivere.
Ma è una vita diversa. Una vita svuotata, quasi sospesa, che lo porta lontano da Birmingham, lontano dalla famiglia, lontano da tutto ciò che aveva costruito.
Quando lo ritroviamo in The Immortal Man, non stiamo assistendo al ritorno di un re.
Stiamo osservando un uomo che aveva già abbandonato il trono.
E che viene costretto, ancora una volta, a riprenderselo.
Un inizio che è già una dichiarazione: falsificare la storia
L’apertura del film è tra le più intelligenti e simbolicamente potenti dell’intero universo narrativo di Peaky Blinders. Sachsenhausen, Operazione Bernhard, la falsificazione della sterlina.
Non è solo un contesto storico: è una metafora totale.
Il denaro falso prodotto dai prigionieri non serve solo a destabilizzare l’economia britannica. Serve a introdurre un tema: la realtà è manipolabile. La storia può essere riscritta. L’identità è un costrutto fragile.
E allora diventa inevitabile pensare a Tommy Shelby.
Un uomo che ha costruito sé stesso come si costruisce una moneta falsa: con precisione, con violenza, con una volontà quasi divina di controllare il destino. Ma ogni falsificazione porta dentro di sé un difetto. Una crepa invisibile.
E il film, sin da subito, ci dice:
questa crepa sta per esplodere.
Tommy Shelby: un Macbeth sopravvissuto alla propria morte
Qui il film smette di essere un gangster movie e diventa tragedia.
Tommy è un uomo che ha già perso tutto, ma continua a esistere. Ed è proprio questo il problema. Non dovrebbe essere vivo, non nel senso simbolico. È un sopravvissuto che non riesce a giustificare la propria sopravvivenza.
Un Macbeth mai davvero morto, che cammina tra le rovine del proprio regno. Un re senza trono, un dio senza fede, un uomo senza pace.
Tommy qui è qualcosa di diverso da tutto ciò che abbiamo visto prima.
Non è più il leader carismatico, il calcolatore freddo, il demiurgo del crimine. È un uomo che vaga tra le macerie della propria vita come un re decaduto.
Un Macbeth sopravvissuto alla propria tragedia.
E torna inevitabilmente in mente quella battuta, forse una delle più rivelatrici dell’intera serie:
“You’re not God.”
“No, I’m not God. Not yet.”
È lì che si nasconde tutto.
L’ambizione, la hybris, la convinzione di poter controllare il destino, piegare il mondo, riscrivere le regole.
Vive isolato, lontano da tutto, e scrive. Non un semplice diario, ma una sorta di romanzo autobiografico, significativamente intitolato The Immortal Man.
È un gesto che ha qualcosa di profondamente ironico e tragico allo stesso tempo: mentre il mondo brucia, mentre la guerra divora tutto, Tommy Shelby si mette a raccontare sé stesso, come se potesse fissare la propria esistenza sulla pagina, darle una forma definitiva.
Come se scrivere fosse un modo per sopravvivere.
O forse per giustificarsi.
E in questo c’è qualcosa di quasi borgesiano: l’idea di un uomo che continua a vivere oltre tutto, oltre tutti, prigioniero della propria stessa sopravvivenza.
Immortale non per scelta, ma per condanna.
Un uomo, appunto, immortale con il terrore di esserlo.
La guerra fuori e dentro: Birmingham in fiamme
La sequenza del bombardamento è devastante, ma non solo per la sua potenza visiva.
Quei cinquantatré operai non hanno un nome, non hanno una scena, non hanno un monologo. E proprio per questo, per la prima volta, Tommy Shelby smette di essere il centro del racconto. Ma il film non usa questo evento solo come spettacolo: lo usa come specchio. Birmingham è Tommy.
La città industriale, potente, sporca, costruita sul ferro e sul sangue… ora è in fiamme.
E così lui.
C’è qualcosa di profondamente poetico in questo parallelismo: mentre il mondo esterno crolla sotto le bombe, il mondo interiore del protagonista implode sotto il peso della memoria.
E nel mezzo di questo inferno emerge Duke.
Padre e figlio: il cuore oscuro del racconto
Il rapporto tra Tommy e Duke è il vero motore emotivo del film, e forse il suo elemento più tragico.
Duke non è semplicemente un figlio. È un riflesso. Una distorsione. Una conseguenza.
È ciò che succede quando il potere viene ereditato senza la disciplina, quando la violenza non è più strategia ma istinto, quando il trauma diventa identità.
Come emerge chiaramente, Duke è guidato da rabbia e abbandono.
Non cerca solo potere: cerca un padre.
E Tommy, dal canto suo, non sa essere padre. Non lo è mai stato davvero. Lo dice implicitamente anche nel film: è stato una “forma di governo”, non una figura affettiva.
E allora il conflitto diventa inevitabile.
Non è solo uno scontro generazionale. È uno scontro tra ciò che Tommy è stato… e ciò che ha creato.
Barry Keoghan: il caos perfetto chiamato Duke Shelby
Il rapporto tra Tommy e Duke è il vero motore emotivo del film, e forse il suo elemento più tragico.
Duke non è semplicemente un figlio. È un riflesso. Una distorsione. Una conseguenza.
È ciò che succede quando il potere viene ereditato senza la disciplina, quando la violenza non è più strategia ma istinto, quando il trauma diventa identità.
Come emerge chiaramente, Duke è guidato da rabbia e abbandono.
Non cerca solo potere: cerca un padre.
E Tommy, dal canto suo, non sa essere padre. Non lo è mai stato davvero. Lo dice implicitamente anche nel film: è stato una “forma di governo”, non una figura affettiva.
E allora il conflitto diventa inevitabile.
Non è solo uno scontro generazionale. È uno scontro tra ciò che Tommy è stato… e ciò che ha creato.
Rebecca Ferguson: la maga gitana e il ritorno del destino
Rebecca Ferguson porta nel film qualcosa che era sempre stato presente in Peaky Blinders, ma mai così centrale: la dimensione mistica.
Il suo personaggio non è solo una figura narrativa. È un ponte.
Tra passato e presente.
Tra vivi e morti.
Tra realtà e simbolo.
La sua presenza riporta il racconto alle radici gitane della famiglia Shelby, a quel mondo fatto di rituali, presagi, maledizioni e visioni.
E soprattutto, riporta Tommy a ciò che ha sempre cercato di controllare: il destino.
Ferguson interpreta la maga con un equilibrio perfetto tra ambiguità e autorità. Non è mai completamente spiegata, mai completamente decifrabile.
E proprio per questo funziona.
È reale? È una proiezione? È un inganno?
Non importa.
Perché ciò che conta è che Tommy crede.
E in un universo come quello di Peaky Blinders, la fede — anche nella magia — ha un potere reale.
Il cast di The Immortal Man: ciò che resta della famiglia Shelby
Il cast: ciò che resta della famiglia Shelby
Il cast di The Immortal Man lavora soprattutto per sottrazione. Non è più una coralità esplosiva come nelle prime stagioni, ma un insieme di presenze che portano con sé il peso del tempo e delle perdite.
Al centro resta Cillian Murphy, che continua a incarnare Thomas Shelby con una performance sempre più essenziale, quasi svuotata. Non è più l’uomo che domina la scena, ma quello che la attraversa, come un’ombra che si trascina dietro tutto ciò che è stato.
Accanto a lui, Sophie Rundle nel ruolo di Ada Shelby diventa una figura chiave: è il punto di equilibrio tra il passato criminale della famiglia e un tentativo, fragile ma necessario, di restare ancorati a una dimensione politica e morale. Ada non è più solo la sorella “diversa”: è, forse, l’unica rimasta davvero lucida.
Uno degli innesti più interessanti è quello di Stephen Graham nei panni di Hayden Stagg, il re criminale di Liverpool. Il suo personaggio introduce una dimensione diversa rispetto ai Shelby: meno mitologica, più concreta, quasi operaia. Graham riesce a rendere Stagg una presenza credibile e umana, capace di bilanciare il tono più epico e tragico del film con una fisicità immediata, terrena.
A completare il quadro tornano volti storici come Ned Dennehy (Charlie Strong), Packy Lee (Johnny Dogs) e Ian Peck (Curly), che non sono più motore dell’azione ma diventano custodi di memoria. Le loro presenze funzionano come echi di un tempo che non esiste più, frammenti di una famiglia ormai dispersa.
Ed è proprio qui che il film trova una delle sue chiavi più profonde.
Non racconta più un clan.
Racconta ciò che ne è rimasto.
La regia di Tom Harper e la fotografia: tra fango, fuoco e fantasmi
La regia di Tom Harper compie un’operazione molto precisa: non prova a trasformare Peaky Blinders in qualcosa di diverso, ma ne amplifica la natura cinematografica fino al limite.
Il film respira. Si dilata. Si concede il tempo di osservare.
E lo fa soprattutto attraverso la fotografia, che è uno degli elementi più riusciti dell’intera operazione.
Le immagini sono pesanti, materiche. Si sente il fango sotto gli stivali, il freddo nelle ossa, il fumo nell’aria. Birmingham non è mai stata così viva… e così morta allo stesso tempo. Le strade distrutte, i cieli grigi squarciati dalle bombe, gli interni bui e quasi soffocanti costruiscono un mondo che non è solo ambientazione, ma stato mentale.
La casa di Tommy, isolata, immersa nella nebbia, è forse l’immagine più potente: non è un rifugio, è un mausoleo.
Harper lavora molto sulla sottrazione. I silenzi pesano quanto le esplosioni. Gli sguardi durano più delle parole. E soprattutto, ogni movimento di macchina sembra studiato per accompagnare Tommy nel suo lento ritorno alla vita — o forse alla distruzione finale.
Quando poi il film accelera, lo fa con una consapevolezza quasi coreografica: le sequenze d’azione non sono mai caotiche, ma eleganti, costruite come danze violente. E qui emerge ancora una volta l’anima della serie, quel misto di brutalità e stile che l’ha resa iconica.
Ma la vera forza visiva sta nei contrasti.
Luce e ombra.
Fuoco e ghiaccio.
Vita e morte.
Tommy Shelby è sempre al centro di questi opposti, spesso letteralmente incorniciato tra due mondi: quello dei vivi e quello dei morti, quello del passato e quello del presente.
E allora la fotografia diventa linguaggio.
Non ci dice solo cosa stiamo guardando.
Ci dice cosa sta provando Tommy.
E in un film dove il protagonista parla sempre meno…
questo fa tutta la differenza.
Tim Roth: il volto lucido e inquietante del male moderno
Se Tommy Shelby è il caos che cerca ordine, il personaggio di Tim Roth — John Beckett — è l’ordine che nasconde il caos.
Ed è proprio questo a renderlo così disturbante.
Roth non interpreta il classico antagonista urlato, caricaturale, sopra le righe. Al contrario, costruisce un villain sottilissimo, quasi elegante nella sua crudeltà. Un uomo che non ha bisogno di alzare la voce, perché il suo potere è già implicito nelle sue parole, nei suoi silenzi, nel modo in cui occupa lo spazio.
Beckett è il volto “rispettabile” del male.
Non è un gangster. Non è un uomo di strada. È qualcosa di peggio: è il tradimento istituzionale. È il collaborazionista, il borghese che sceglie il lato oscuro non per necessità, ma per convenienza, per opportunismo, per ambizione.
E qui il film diventa ancora più interessante.
Perché mentre Tommy rappresenta un male “umano”, sporco, emotivo, Beckett è un male freddo, ideologico. È il ponte tra il crimine e la politica, tra il sottobosco di Birmingham e l’orrore sistemico del nazismo.
Il suo piano — quello di inondare l’Inghilterra con denaro falso per distruggerne l’economia — non è solo una mossa narrativa, ma una dichiarazione:
il potere moderno non passa più solo dalla violenza, ma dal controllo invisibile.
E in questo senso Beckett è l’antitesi perfetta di Tommy.
Dove Shelby costruisce imperi con il sangue, Beckett li distrugge con la carta.
Dove Tommy è guidato da traumi e fantasmi, Beckett è guidato da un calcolo glaciale.
Tim Roth riesce a dare a questo personaggio una dimensione quasi inquietante nella sua normalità. Non è un mostro evidente. È credibile.
Ed è proprio questo a fare paura.
Perché il vero orrore del film, alla fine, non è la violenza…
ma la razionalità con cui viene giustificata.
La colonna sonora: un requiem tra rock, memoria e Massive Attack
La musica, in The Immortal Man, non accompagna semplicemente le immagini: le attraversa, le contamina, le rende più dense. È una presenza costante, quasi fisica, che si insinua tra le scene come un respiro affannoso.
È, a tutti gli effetti, un requiem moderno.
La nuova versione di “Red Right Hand” non è più solo un tema iconico: è un ritorno, un segnale. È come se il film stesso ci dicesse che Tommy Shelby non può davvero sfuggire a ciò che è stato. Quel suono è il suo destino.
Ma è nella costruzione più profonda della soundtrack che il film trova una dimensione ancora più interessante. Il lavoro di Antony Genn e Martin Slattery non si limita a comporre: stratifica, contamina, dialoga con l’identità sonora che ha reso Peaky Blinders unica.
E dentro questo tessuto sonoro emergono le cover dei Massive Attack, che rappresentano forse il momento più potente e coerente dell’intera operazione musicale.
La reinterpretazione di “Teardrop”, affidata a Girl In The Year Above, non è un semplice omaggio: è una trasformazione radicale. E accanto a lei c’è anche “Angel”, riletta da Grian Chatten, che porta dentro il film tutta la minaccia ipnotica e febbrile dei Massive Attack. Due brani diversissimi eppure complementari, due ombre sonore che trasformano la colonna sonora in uno stato mentale più che in un accompagnamento- E poi ci sono le altre rielaborazioni, filtrate attraverso l’estetica post-punk e industriale del film, che richiamano l’universo dei Massive Attack — quel senso di sospensione, di inquietudine costante, di bellezza che si porta sempre dietro una crepa.
Non sono più canzoni.
Sono stati mentali.
Il suono si dilata, si sporca, rallenta. Le percussioni diventano ossessive, le linee melodiche si spezzano, le voci sembrano galleggiare sopra le immagini senza mai trovare un vero appiglio.
E questo è perfetto per il film.
Perché The Immortal Man è un’opera infestata. Dai ricordi, dai rimorsi, dai fantasmi. E la musica fa esattamente questo: non accompagna Tommy, lo segue. Lo perseguita.
Accanto a queste, i contributi di Grian Chatten — da “Puppet” a “Opium Dreams” — aggiungono una dimensione ancora più intima, quasi confessionale, come se il film trovasse improvvisamente una voce interiore capace di raccontare ciò che Tommy non riesce a dire.
Il risultato è una colonna sonora che non cerca mai la bellezza facile.
Cerca la verità.
E la verità, in questo caso, è fatta di suoni sporchi, di silenzi pesanti, di melodie che non consolano ma scavano.
È musica che resta addosso.
Come il film.
Se il film fosse un cocktail: “The Immortal Man”
Se il film fosse un cocktail: “The Immortal Man”
Se The Immortal Man fosse un cocktail, non sarebbe qualcosa da bere in compagnia, tra risate e leggerezza.
Sarebbe un rituale.
Un drink da affrontare in silenzio, magari a fine serata, quando tutto si è già consumato e resta solo ciò che non si riesce a dimenticare.
Lo chiamerei proprio così: “The Immortal Man”.
Un cocktail scuro, stratificato, costruito più per evocare che per piacere.
Ingredienti:
- 5 cl di whisky torbato scozzese – il fumo, la guerra, le trincee che non se ne vanno mai davvero
- 1 cl di assenzio – la follia, le visioni, i fantasmi che parlano
- 2 cl di vermouth rosso amaro – il passato, dolce e velenoso allo stesso tempo
- 1 dash di Angostura bitters – la colpa, quella che resta sempre sul fondo
- Scorza d’arancia bruciata – la memoria, consumata ma ancora viva
Preparazione:
Si versa tutto in un mixing glass pieno di ghiaccio, si mescola lentamente — senza fretta, senza distrazioni — e si serve in un bicchiere basso, pesante.
Niente ghiaccio nel bicchiere finale.
Perché questo non è un drink che si diluisce.
Prima di servirlo, si passa la scorza d’arancia sulla fiamma e la si lascia cadere dentro, ancora leggermente annerita.
Non per estetica.
Perché deve lasciare un profumo
Un segno.
Tommy Shelby non muore, si consuma
Ci sono personaggi che finiscono.
E poi ci sono quelli che restano.
Tommy Shelby appartiene alla seconda categoria.
The Immortal Man non è la storia della sua fine, ma della sua trasformazione definitiva. Non c’è una vera redenzione, non c’è una chiusura netta, non c’è nemmeno una vittoria. C’è qualcosa di più raro, e forse più disturbante: la consapevolezza.
Perché alla fine, il punto non è se Tommy vinca o perda.
Il punto è che capisce.
Capisce che tutto ciò che ha costruito — il potere, l’impero, il nome — è stato anche ciò che lo ha distrutto. Capisce che la famiglia che ha sempre messo al primo posto è stata anche il campo di battaglia più doloroso. Capisce che non si sfugge davvero al passato, si può solo imparare a conviverci.
E allora il mito cambia forma.
Non è più il gangster che entra in scena al rallentatore mentre parte “Red Right Hand”. Non è più l’uomo che controlla ogni variabile, che piega il mondo alla propria volontà.
È un uomo che cammina tra le rovine… e non scappa.
E in questo c’è qualcosa di profondamente nuovo per Peaky Blinders.
Perché per la prima volta, Tommy Shelby non cerca di essere Dio.
Accetta di essere umano.
Ma attenzione: questo non lo rende più debole.
Lo rende più pericoloso.
Perché un uomo che non ha più nulla da dimostrare, che non ha più bisogno di vincere, che ha guardato in faccia tutto ciò che ha perso… è un uomo che non può più essere controllato.
Ed è forse questo il vero significato del titolo.
“The Immortal Man” non è immortale perché sopravvive.
È immortale perché lascia un'impronta tra la cenere e le macerie
Un’ombra.
Una ferita.
Un’eco.
E quando il film si chiude, non hai la sensazione di aver assistito a una fine.
Hai la sensazione che qualcosa continui.
Non fuori.
Dentro.