Disclosure Day, recensione: Spielberg torna agli alieni e ci ricorda di essere umani

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Steven Spielberg torna alla fantascienza con Disclosure Day, thriller sugli UFO e sulla vita extraterrestre che richiama Incontri ravvicinati del terzo tipo, X-Files e il miglior cinema hitchcockiano. Con Emily Blunt, Josh O'Connor, Colman Domingo e Colin Firth, il regista premio Oscar costruisce una storia di misteri governativi, linguaggi alieni e verità nascoste senza rinunciare all'emozione e alla meraviglia che hanno reso unico il suo cinema. Un grande racconto sull'empatia, sulla paura dell'ignoto e sul bisogno umano di conoscere ciò che si nasconde oltre il cielo

Quello che devi sapere

Spielberg torna agli UFO senza perdere il senso della meraviglia

C’è una fotografia di Spielberg sul set di Incontri ravvicinati del terzo tipo, scattata nel 1977. Cappello a tesa larga, occhiali aviator, un dito puntato verso qualcosa che solo lui vede nell’inquadratura. Non sembra un regista che chiede. Sembra uno che sa già dove vuole arrivare. Quella certezza lì è rimasta invariata per cinquant’anni. È la stessa con cui ha scritto su un iPhone le 52 pagine che sarebbero diventate  Disclosure Day.

Ci sono registi che invecchiano e diventano sapienti. Spielberg ha fatto l’opposto: ha mantenuto il privilegio dell’incanto. Che è la cosa più difficile che esista nel cinema, e forse nella vita. Disclosure Day è la prova. Un’alchimia perfetta che mescola Hitchcock (l’uomo e la donna in fuga, la falsa colpa, il MacGuffin che cambia la storia del mondo) con X-Files. Solo che il celebre “I want to believe” cede il passo a “Meritiamo di sapere.” E la differenza, nel 2026, è tutto.

Il lungometraggio si muove con grazia e perizia tra (fanta)scienza e fede. E pure per chi, come il sottoscritto, non ama il retrogusto zuccheroso di certe derive new age, il film tiene. D'altronde mica è un film di Tim Burton, e qui non siamo in Mars Attacks!. Sono due ore e tre quarti davvero ben spese. Con tanti saluti ai film carini ambientati nella splendida cornice di una cucina, una camera da letto e un tinello.

Spielberg ha settantanove anni. Disclosure Day ha l'energia di chi sa che il tempo stringe e ha ancora moltissimo da dire. Non è un testamento. È un grido. Elegante, preciso, a tratti spericolato. Come scriveva Rainer Maria Rilke: "La bellezza non è altro che l'inizio del terribile." Qui il terribile è la verità. E la bellezza è scoprire che non sei solo nell'universo.

Come nasce un film: 52 pagine sulle note di un iPhone

La storia nasce su un iPhone. Nel luglio del 2023, mentre il Congresso americano teneva udienze pubbliche sugli UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, il termine del nuovo secolo per gli UFO), Spielberg ha iniziato a scrivere un trattamento sulle note del suo telefono, mandando aggiornamenti quotidiani alla produttrice Kristie Macosko Krieger come se fossero capitoli di un romanzo a puntate. "Ogni giorno mi veniva inviato qualcosa," racconta lei. "Era solo un po' più lungo, stuzzicandoci ogni singolo giorno con dei frammenti. Ci ritrovavamo a dire: cos'è questo? Cosa succederà dopo?" Alla fine di tre mesi, il regista più influente della storia del cinema aveva scritto 52 pagine sulle note di un iPhone. Sicché.

Il soggetto è stato poi consegnato al fedelissimo David Koepp, che ha firmato le sceneggiature di Jurassic Park, La guerra dei mondi e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Insieme hanno sviluppato quarantadue stesure.

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Disclosure Day: di cosa parla il film

Il dottor Daniel Kellner (Josh O'Connor) è un esperto di cybersicurezza che lavora per la WARDEX, oscura agenzia governativa che da decenni custodisce prove sull'esistenza di vita extraterrestre. WARDEX sta per "Waived Reporting, Development and Extraction": un'organizzazione che non deve rendere conto a nessuno, per definizione e per statuto. Koepp ha trovato il termine nei verbali delle udienze del Congresso sugli UAP. Non è fantascienza. È documentazione pubblica. Daniel decide che il mondo ha diritto a sapere. Dalla sua parte c'è Hugo Wakefield (Colman Domingo), ex membro dell'organizzazione ora convertito alla causa della trasparenza. Contro di lui c'è Noah Scanlon (Colin Firth), il responsabile della WARDEX, convinto con gelida sincerità che certe verità destabilizzerebbero la civiltà. Un cattivo che non crede di esserlo. Il tipo più pericoloso che esista.

In mezzo a tutto questo, a Kansas City, una meteorologa televisiva di nome Margaret Fairchild (Emily Blunt) si ritrova a parlare fluente russo durante la colazione senza averlo mai studiato. Poi, in diretta, comincia a emettere suoni che non appartengono ad alcuna lingua umana conosciuta. Clic gutturali. Clacchettii metallici. E poi sviene. Prima di tutto questo, un cardinale era entrato dalla finestra aperta e l'aveva guardata negli occhi. Il Cardinalis cardinalis, passeriforme del Nord e Centro America, famoso per il piumaggio rosso acceso e il canto melodioso. Messaggero di qualcosa che Margaret non sa ancora chiamare. Non è un uccello vero, fra l'altro: è generato interamente in computer grafica dal team del supervisore agli effetti visivi Matthew Butler. Spielberg fa il miracolo con la tecnologia. L'ha sempre fatto.

Disclosure Day non è un sequel di nulla. È una conclusione tematica, il completamento di un cerchio aperto quasi cinquant'anni fa con Incontri ravvicinati del terzo tipo. "Durante Incontri ravvicinati, dicevo a me stesso: 'Non sarebbe meraviglioso se tutto questo si rivelasse vero?'" racconta il regista. "Quasi 50 anni dopo, ora penso: 'Non sarebbe meraviglioso per noi sapere concretamente che tutto questo è vero?'" La risposta, nel film, è inequivocabile.

DISCLOSURE DAY

La suspense, quella vera: basta la scena del treno

Basta la scena dell'inseguimento sul treno per capire cos'è davvero la suspense al cinema. L'auto di Margaret e Daniel agganciata ai binari, trascinata a velocità folle, i due dentro che urlano e si aggrappano a tutto quello che trovano. Non è una sequenza di eroi d'azione. È una sequenza di persone terrorizzate che fanno del loro meglio. E la differenza si vede, si sente, si respira.

La sequenza è stata girata su una ferrovia a corto raggio nel New Jersey, con Emily Blunt, Josh O'Connor e le loro controfigure su un vero vagone merci di ventiquattro tonnellate acquistato da un museo ferroviario del Kentucky. Kamiński gira in 35mm con ottiche anamorfiche Panavision: ogni fotogramma ha la consistenza del reale anche quando mostra l'impossibile. Ci sono poi sessantanove inquadrature di effetti visivi per completare la sequenza, costruite dal team di Butler per collegare il lavoro pratico a ciò che non si poteva girare sul posto. Il coordinatore degli stunt Brian Machleit ha lavorato tre settimane solo per preparare le acrobazie. "Mi sentivo come se fossi stato investito da un treno, piuttosto che esserci saltato sopra," dice O'Connor. Nomen omen.

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Da Duel a The Fabelmans: il cerchio che si chiude

La sequenza realizza un'idea che Spielberg aveva in testa dai tempi di Duel, il suo primo lungometraggio per uno studio. Ma c'è di più. Da bambino aveva visto Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. DeMille (1952) e era rimasto ossessionato dalla scena dell'incidente ferroviario, tanto da ricrearla con i trenini e la Super 8, come mostrato in The Fabelmans. Ora l'ha girata "per davvero," con veri treni, veri attori e venticinque auto Dodge Charger della WARDEX. Il cerchio si chiude. Tre cerchi, in realtà.

C’è poi quell’inizio folgorante che ti trascina subito nella vicenda, senza se e senza ma. Un passaggio di mano segreto durante un incontro di wrestling, con Lance Archer come Lottatore Rosso e Brian Cage come Lottatore Blu, e Chavo Guerrero Jr. sul bordo del ring. Non te lo aspetteresti da Spielberg. Ed è esattamente per questo che funziona. Un uomo dall’aria assonnata che sembra Julian Assange e porta con sé informazioni capaci di cambiare la storia del mondo. La cinepresa sa già dove vuole andare. Tu no. Ed è esattamente lì che vive il cinema.

 

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John Williams: la musica sotto il film, non davanti

John Williams, alla trentesima collaborazione con il regista, ha scritto questa volta la musica "sotto il film, non davanti." Non per condurre ma per spingere appena, come una corrente che senti solo quando smetti di nuotare. Le tracce si intitolano listen…, memory…, believe…, home…. Un manifesto in quattro parole. "È come se accompagnasse il film stando leggermente al suo interno," dice Spielberg. Williams ha novantaquattro anni. Ed è eccezionale ora tanto quanto lo era a quaranta. Alcune cose non si spiegano.

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Emily Blunt: quattro minuti di paura pura

Emily Blunt firma una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Margaret Fairchild è un personaggio scritto per qualcuno capace di reggere il peso di una storia enorme rimanendo ostinatamente umana, imperfetta, divertente, spaventata. Blunt porta tutto questo senza che si veda mai il trucco. Come quando si guarda un grande pianista: non vedi le dita, senti la musica.

La scena in cui, durante il notiziario meteo, si blocca e comincia a parlare in lingua aliena è una delle sequenze più inquietanti e magnetiche viste al cinema negli ultimi anni. Quei clic gutturali e clacchettii metallici sono stati sviluppati da lei e Spielberg in cabina di registrazione con il sound designer Gary Rydstrom, sette volte premio Oscar. "All'inizio non sapevamo che suono dovesse avere," racconta Blunt. "Ho scoperto di essere piuttosto brava con i rumori di schiocco, un talento che non sapevo di avere." Un piano sequenza di quattro minuti, senza un solo intervento in post-produzione. Il talento, a volte, ha la forma di quattro minuti ininterrotti di paura pura.

C'è poi il balletto, nel senso letterale del termine. Una scena in cui Margaret balla, con la grandine deliziosa di una donna che ha appena scoperto di poter fare cose impossibili e non sa ancora se ridere o piangere. È uno di quei momenti spielberghiani che non si dimenticano: gioia autentica dentro un thriller fantascientifico. Non capita spesso. Anzi, quasi mai.

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Colman Domingo: le mani aperte

Domingo, come dimostrato nella terza e ultima stagione di Euphoria e in Michael,  è ormai talmente bravo che potrebbe commuoverti anche se leggesse il menu di una trattoria per turisti. Qui fa di più, molto di più. Ed è il suo secondo film con Spielberg: era già in Lincoln nel 2012, quattordici anni fa. Nel 2023 ha presentato a Spielberg il Golden Globe per The Fabelmans. "È un'affinità costruita sulla consapevolezza che siamo entrambi esseri pieni di speranza che vogliono ispirare gli altri condividendo i nostri cuori nel nostro lavoro," dice Domingo. Parole sue. Parole di un uomo con le mani aperte, che non ha paura di quello che la vita porta.

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Il tema: smettere di avere paura dell'altro

Disclosure Day è un film sulla forza della parola che smuove le montagne. Sull'importanza del linguaggio, della comunicazione, sulla potenza dello human touch. Devono venire da un'altra galassia per ricordarci di cosa significhi davvero essere umani. Per insegnarci, di nuovo, a smettere di avere paura dell'altro, di quello che non conosciamo, di quello che parla in modo diverso da noi.

Il film è ambientato sullo sfondo di una crisi geopolitica internazionale che rischia di far scoppiare una guerra mondiale. Non siamo poi così lontani da quella situazione. In questo contesto, Spielberg sceglie di raccontare una storia sull'empatia. "Disclosure Day è una storia sull'empatia come risorsa straordinaria," dice il regista, "e su come debba essere condivisa a livello globale, con il mondo intero, non accumulata per interesse personale." Messaggio semplice. Ostinato. Necessario.

Ed è bello, forse necessario, poter credere che sarà un cardinale rosso posato sul davanzale a cambiare il nostro destino. Anche se quel cardinale è fatto di pixel. Anche se la meraviglia è costruita in un server farm da qualche parte in California. Spielberg crede nei segni. Lo ha sempre fatto.

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Eve Hewson, Josh O'Connor, Colin Firth: la fede, la scienza, il gelo

Eve Hewson porta la domanda teologica che nessuno degli altri personaggi osa formulare: e se la rivelazione extraterrestre fosse compatibile con Dio? "Perché avrebbe creato un universo così vasto, riservandolo solo a noi?" chiede la suora nel film. Era già apparsa in un film di Spielberg, Il ponte delle spie, a ventidue anni, dieci giorni di lavoro. Il regista l'ha seguita per undici anni prima di richiamarla. Spielberg non dimentica chi vale. Ca va sans dire.

Josh O’Connor costruisce Daniel come un uomo che porta la matematica nel corpo. Movimenti precisi, occhi da computer che cercano qualcosa che i computer non trovano. Vulnerabilità fatta carne. Ha letto la sceneggiatura in un’ora. “Sono molto dislessico, quindi di solito impiego tre o quattro giorni,” spiega. “Ma l’ho letta in un’ora.”

Colin Firth costruisce Noah Scanlon con quella capacità tutta britannica di rendere la freddezza elegante e l’eleganza inquietante. È un uomo che non alza mai la voce perché non ne ha bisogno: la certezza di avere ragione gli basta. Scanlon non mente, non minaccia, non perseguita nel senso cinematografico del termine. Semplicemente agisce come se certi fatti non fossero negoziabili, come se la verità fosse una questione di ordine pubblico. E in questo, paradossalmente, è il personaggio più onesto del film. Firth non fa nulla per renderlo odioso. Lo rende comprensibile. Ed è esattamente là che nasce il terrore.

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Il dispositivo in acciaio damasco: l'oggetto che non si spiega

Ogni grande film di Spielberg ha il suo oggetto feticcio. Lo squalo. La valigia luminosa. La moneta d'oro. Il sacro Graal. In Disclosure Day è "il dispositivo": un ettagono in acciaio damasco, lo stesso metallo delle spade antiche e dei coltelli da combattimento, realizzato da una fucina di Las Vegas che non sapeva bene per cosa stesse lavorando. Il prop master Joel Weaver ha presentato al regista diversi metalli e della roccia meteoritica. Hanno scelto l'acciaio damasco per la sua capacità di sembrare contemporaneamente liscio e irregolare, piatto e tridimensionale. "Un oggetto altamente irregolare che cerca di sembrare regolare," dice Weaver. Ogni personaggio ha la propria versione con lievi variazioni di texture. Quello di Daniel reca i simboli dei cerchi nel grano. Non è una bacchetta magica. Non è un'arma. È qualcosa per cui non abbiamo ancora le parole.

Wyatt Russell come Jackson è deliziosamente inadeguato: rappresenta tutto ciò che Margaret si è convinta di volere prima di scoprire cosa è in grado di fare davvero. È figlio di Kurt Russell e Goldie Hawn, protagonista del secondo film in assoluto di Spielberg, Sugarland Express.

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Adam Somner: la dedica che cambia tutto

C'è una storia che vale più di qualsiasi scena del film. Adam Somner era il primo assistente alla regia di Spielberg da vent'anni, dall'epoca di La guerra dei mondi. Ha lavorato anche con Ridley Scott, Alejandro González Iñárritu, Martin Scorsese, Paul Thomas Anderson. Ha vinto un Oscar come produttore di Una battaglia dopo l'altra di Anderson. Nel novembre del 2024, mentre aiutava Spielberg a preparare Disclosure Day e mentre si sottoponeva alle cure per un cancro alla tiroide, Somner è morto. Aveva cinquantasette anni. Il film è dedicato a lui.

"Era l'unica persona indispensabile sul set, oltre al direttore della fotografia e allo scenografo," dice Spielberg. "Comprendeva i demoni che compaiono nelle nostre menti e ci rubano la gioia quando giriamo i film. Sapeva come calmarci, quando metterci un braccio intorno alle spalle e sussurrarci qualcosa di terribilmente inappropriato all'orecchio per farci ridere quando eravamo pronti a urlare. Non c'è mai stato nessuno come Adam Somner prima d'ora."

Ha contribuito a costruire gli storyboard della sequenza del treno prima di morire. La sequenza più bella del film è anche la sua sequenza. Sicché quando quella macchina viene agganciata ai binari e trascinata a sessanta chilometri orari nel buio, c'è anche lui lì dentro. Come sempre. Indispensabile.

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Il cocktail: un Aviation tra le stelle

Se Disclosure Day fosse un drink sarebbe un Aviation. Gin, maraschino, crème de violette, succo di limone. Inventato nei primi del Novecento, nome ispirato all'aviazione, quel colore tra il lilla e il grigio che sembra il cielo all'alba quando non sai ancora cosa porterà la giornata. Profumato, leggermente amaro, con quella nota floreale che non ti aspetti. Come il gesto di un cardinale digitale che entra da una finestra aperta e ti guarda negli occhi. Come il momento in cui qualcuno ti dice che non sei solo nell'universo.

C'è qualcosa nell'Aviation che ricorda il padre di Spielberg che porta il piccolo Steven fuori di notte a guardare lo sciame meteorico delle Perseidi nel New Jersey. Quella notte in cui "da un giorno all'altro" il regista sviluppò "una vera curiosità per ciò che accade lassù tra le stelle, su qualche pianeta in orbita in uno dei tantissimi sistemi solari." La vita è troppo breve per bere male, come insegna un noto proverbio meneghino. E troppo breve per non alzare gli occhi al cielo ogni tanto.

Disclosure Day è, in due parole, un film necessario. Non nel senso militante e un po' stanco del termine. Nel senso più preciso: è un film che il cinema aveva bisogno di fare, che Spielberg aveva bisogno di fare, che noi avevamo bisogno di vedere. Un atto di fede nell'umanità firmato da qualcuno che all'umanità ha dedicato cinquant'anni di lavoro e ancora non si è stancato di difenderla.

Al cinema dal 10 giugno, distribuito da Universal Pictures. Portateci chiunque abbiate smesso di invitare in sala perché “tanto non vale la pena.” E se per caso, uscendo dal cinema, vedete un cardinale posato su un ramo, vero o digitale non importa, non fate niente. Guardatelo negli occhi. Aspettate.

DISCLOSURE DAY

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Disclosure Day

Regia: Steven Spielberg

Soggetto: Steven Spielberg

Sceneggiatura: David Koepp

Cast: Emily Blunt, Josh O'Connor, Colin Firth, Colman Domingo, Eve Hewson, Wyatt Russell

Fotografia: Janusz Kamiński

Montaggio: Sarah Broshar

Musica: John Williams

Scenografia: Adam Stockhausen

Costumi: Paul Tazewell

Produzione: Amblin Entertainment

Distribuzione: Universal Pictures

Paese/Anno: USA / 2026

Durata: 145 minuti

Uscita italiana: 10 giugno 2026

Voto: ★★★★★

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