Ghost Cat Anzu, il gatto fantasma che parla ai vivi. La recensione del film
CinemaArriva al cinema solo il 9, 10 e 11 marzo l’anime di Yôko Kuno e Nobuhiro Yamashita presentato ai festival di Cannes e Annecy. Il film arriva nelle sale italiane con Animagine, la collana cinematografica dedicata all’animazione giapponese nata dalla collaborazione tra Dynit e Adler Entertainment. La storia di Karin, una bambina abbandonata dal padre, e del bizzarro gatto fantasma che si prende cura di lei diventa un racconto poetico sul lutto, l’infanzia e sul confine tra il mondo dei vivi e quello degli spiriri
Ghost Cat Anzu, il gatto fantasma che consola i vivi
Arriva al cinema solo il 9, 10 e 11 marzo Ghost Cat Anzu, uno degli anime più sorprendenti passati negli ultimi mesi tra Cannes e Annecy. Diretto da Yôko Kuno e Nobuhiro Yamashita, il film racconta l’incontro tra una bambina abbandonata dal padre e un gigantesco gatto fantasma che guida un motorino, fa il massaggiatore e sembra conoscere tutti gli spiriti della foresta.
È una storia che parte come un piccolo racconto di provincia e si trasforma lentamente in qualcosa di più grande: una favola surreale sull’infanzia, sul lutto e sul confine sottile tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Un anime che sembra muoversi con leggerezza, quasi distrattamente, ma che nasconde sotto la superficie una malinconia profonda.
Una bambina lasciata indietro
La protagonista si chiama Karin, ha undici anni e una tristezza che sembra più grande di lei.
Il padre, indebitato con degli usurai, la porta in un piccolo villaggio dove vive il nonno, monaco in un tempio buddhista. Dice che tornerà presto.
Naturalmente non lo farà.
Karin resta così in questo luogo sospeso tra campagna, mare e foresta, in una casa che non sente sua e con una vita che non ha scelto.
Le giornate scorrono lente.
Spesso la si vede seduta alla stazione, in attesa di un treno che non porta mai la persona che sta aspettando.
È una delle immagini più semplici e più dolorose del film.
Perché racconta quella sensazione molto concreta che molti bambini conoscono: essere lasciati indietro.
Approfondimento
Ghost Cat Anzu, clip esclusiva del film anime
L’arrivo del gatto fantasma
Nel tempio vive anche Anzu (nella versione italiana la voce è di Maurizio Merluzzo)
Un enorme gatto arancione che cammina su due zampe parla come un adulto, guida un motorino e passa le giornate tra piccoli lavori, scommesse al pachinko e conversazioni con creature soprannaturali.
Anzu è un bakeneko, una figura del folklore giapponese: un gatto che, dopo molti anni di vita, acquisisce poteri soprannaturali e diventa uno spirito.
È pigro, un po’ truffaldino, spesso irresponsabile.
Ma possiede anche una strana forma di generosità.
Quando il nonno chiede a lui di prendersi cura di Karin, il rapporto tra i due parte nel peggiore dei modi: diffidenza, sarcasmo, silenzi.
Eppure, è proprio da questa convivenza forzata che nascerà qualcosa di inatteso.
Non esattamente una famiglia.
Ma qualcosa che le somiglia molto.
Approfondimento
Ghost Cat Anzu, un anime tra realismo e folklore giapponese
Un anime che vive tra realtà e spiriti
Una delle caratteristiche più affascinanti di Ghost Cat Anzu è il modo in cui è stato realizzato.
Il film è stato prima girato in live action con attori reali e poi ridisegnato fotogramma per fotogramma dagli animatori attraverso una tecnica simile alla rotoscopia.
Il risultato è sorprendente.
I movimenti dei personaggi hanno una naturalezza quasi documentaria, mentre il mondo che li circonda è popolato da spiriti, mostri, divinità minori e creature del folklore.
Il fantastico non appare mai come qualcosa di straordinario.
È semplicemente parte della vita quotidiana.
Nel villaggio nessuno sembra stupirsi davvero nel vedere un gatto gigante passare su un motorino o discutere con il dio della povertà.
È questo tono casuale, quasi indifferente al soprannaturale, a rendere il film così particolare.
Una comunità di spiriti e creature bizzarre
Il mondo di Ghost Cat Anzu si popola progressivamente di presenze improbabili.
Un enorme rospo parlante.
Spiriti della foresta e altre presenze bizzarre che sembrano uscite dalle leggende popolari giapponesi.
Tanuki e piccoli esseri che sembrano usciti da un sogno.
Non è un universo ordinato come quello di molti anime fantasy.
È piuttosto una comunità disordinata e rumorosa, dove il sacro e il ridicolo convivono senza gerarchie.
Anzu si muove in questo ecosistema come un vecchio amico di tutti.
Un intermediario tra il mondo umano e quello degli spiriti.
Una storia sul lutto e sulla crescita
Sotto l’umorismo surreale e l’assurdità di alcune situazioni, Ghost Cat Anzu nasconde una verità molto semplice.
Crescere significa imparare a convivere con l’assenza.
Karin non troverà una soluzione magica al suo dolore.
Non esiste.
Ma scoprirà qualcosa di più importante: che anche quando qualcuno scompare, il legame con quella persona continua a vivere.
E forse è proprio questo il segreto del film.
Parlare della morte senza paura, con leggerezza, con ironia, quasi con dolcezza.
Come se l’aldilà fosse soltanto una stanza accanto alla nostra, separata da una porta sottile che ogni tanto si apre.
Non per riportare indietro chi abbiamo perso, ma per ricordarci che l’amore non scompare davvero: cambia forma, si trasforma, diventa memoria, sogno, presenza invisibile.
E in questo senso il buffo, pigro e imprevedibile Anzu – che guida motorini, litiga con gli spiriti della foresta e ride di tutto – finisce per essere la guida più improbabile e più giusta possibile.
Perché nel mondo un po’ sgangherato di Ghost Cat Anzu la vita e la morte non sono nemiche.
Sono semplicemente due stanze dello stesso universo.
E tra una stanza e l’altra, ogni tanto, passa un gatto fantasma.
Un finale che parla ai vivi
In fondo Ghost Cat Anzu è proprio questo: un film che parla ai vivi.
Non attraverso grandi discorsi filosofici o momenti solenni, ma con piccoli gesti, incontri casuali, creature buffe che attraversano lo schermo come se appartenessero da sempre alla nostra quotidianità.
La malinconia non diventa mai disperazione.
La morte non è mai davvero spaventosa.
È piuttosto una presenza silenziosa, discreta, che convive con la vita.
E forse è per questo che il film, dopo i titoli di coda, lascia una sensazione strana: come se qualcosa si fosse spostato leggermente dentro di noi.
Un pensiero semplice ma potente.
Che la vita è fragile, certo.
Ma è anche incredibilmente piena di incontri, coincidenze, affetti inattesi.
E a volte basta davvero poco — un villaggio dimenticato, una bambina testarda e un gatto fantasma che ride troppo forte — per ricordarcelo
Se Ghost Cat Anzu fosse un cocktail
Se Ghost Cat Anzu fosse un cocktail probabilmente si chiamerebbe The Yokai Spritz.
Un drink che sembra leggero e quasi giocoso, ma che nasconde una malinconia delicata.
Ingredienti
Sake frizzante – la base giapponese, luminosa e un po’ misteriosa.
Liquore allo yuzu – la freschezza dell’infanzia, acida e brillante.
Un tocco di vermouth bianco – la nota nostalgica che attraversa il film.
Sciroppo di miele e zenzero – il lato caldo e affettuoso della storia.
Una goccia di bitter – perché anche nei racconti più dolci c’è sempre un fondo di tristezza.
Garnish
Una fetta di arancia e una foglia di shiso.
Il senso del drink
All’inizio è fresco, quasi spensierato.
Poi, lentamente, emergono le note più profonde.
Come il film.
Perché sotto la superficie buffa di un gatto fantasma che guida un motorino, Ghost Cat Anzu racconta qualcosa di molto umano: la difficoltà di crescere, di accettare le perdite, di trovare nuove forme di famiglia.
E quando il bicchiere è quasi vuoto rimane una sensazione sottile.
La stessa che lascia il film.
Quella malinconia dolce che arriva quando capisci che anche le storie più strane, in fondo, parlano sempre di noi.