Introduzione
Dal 5 marzo 2026 è arrivato nelle sale cinematografiche Good Boy, un’opera inquietante e provocatoria che si muove tra fiaba nera e thriller psicologico.
Il film è un thriller che trasforma un rapimento in una parabola sull’amore. Porta la firma del regista polacco Jan Komasa, candidato agli Oscar per Corpus Christi nel 2020, e propone una storia capace di destabilizzare lo spettatore mettendo in discussione il significato stesso di libertà, amore e controllo.
Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il lungometraggio è distribuito nelle sale italiane da Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures. Al centro del racconto c’è un’idea narrativa che intreccia tensione, ironia nera e una riflessione morale volutamente ambigua, interpretata da un cast internazionale composto da Stephen Graham, Andrea Riseborough e Anson Boon.
Scopriamo di seguito tutto quello che bisogna sapere sul film appena uscito nelle sale italiane Good Boy, dalla trama al cast. Nel frattempo potete guardare il trailer ufficiale nel video che trovate in alto, in testa a questo articolo.
Quello che devi sapere
La trama
Good Boy racconta la storia di Tommy, un diciannovenne ribelle che vive tra droga, feste e violenza, la cui vita viene stravolta quando viene rapito da Chris e Kathryn, una coppia intenzionata a “rieducarlo” secondo metodi discutibili.
Intrappolato in un seminterrato isolato, Tommy deve confrontarsi con la tensione tra libertà e controllo, affrontando dilemmi morali e psicologici che mettono in discussione il confine tra amore e oppressione.
La vicenda esplora con tono oscuro e provocatorio la sottile linea che separa autonomia e legami affettivi, mentre il protagonista cerca disperatamente una via di fuga dalla loro presa.
Il cast principale
Il film Good Boy vede protagonisti Stephen Graham, interprete di Chris, noto per il suo Emmy e il Golden Globe per la serie Adolescence; Andrea Riseborough, candidata all’Oscar per To Leslie, nei panni di Kathryn; e Anson Boon, vincitore del Premio Vittorio Gassman al Miglior Attore alla Festa del Cinema di Roma, che interpreta Tommy.
A completare il cast figurano Callum Booth-Ford, Savannah Steyn, Austin Haynes, Kit Rakusen, Monika Frajczyk e Noah Manzoor, che danno vita a un ensemble capace di rendere credibile la tensione psicologica e la complessità emotiva della storia.
L’origine del progetto: l’idea di Jerzy Skolimowski
Il film nasce da un’intuizione di Jerzy Skolimowski, figura leggendaria del cinema polacco e autore di EO nel 2022. Dopo aver visto Corpus Christi, il regista ottantasettenne decise di proporre la sceneggiatura proprio a Jan Komasa, convinto che fosse la persona più adatta per dirigerla.
Il regista racconta che Skolimowski, regista 87enne, gli disse chiaramente: “Voglio che lo diriga tu. Io sarò il produttore, penso che tu conosca meglio i giovani”.
Da quel momento il progetto ha preso forma come produzione internazionale, coinvolgendo interpreti di primo piano: Stephen Graham, premiato con un Emmy e vincitore del Golden Globe per la serie Adolescence; Andrea Riseborough, candidata all’Oscar per To Leslie; e Anson Boon, premiato con il Premio Vittorio Gassman al Miglior Attore proprio alla Festa del Cinema di Roma.
Una storia sospesa tra libertà e costrizione
Il regista Jan Komasa ha spiegato che l’idea narrativa di Good Boy lo ha colpito fin dal primo momento, soprattutto per le domande profonde che solleva. Il cineasta polacco spiega che il progetto lo ha portato a interrogarsi su un tema centrale: “Non riuscivo a togliermi dalla testa una domanda: in un mondo affamato di attenzione, la libertà è ancora desiderabile se nessuno ti vede? Sceglieremmo l’autonomia in solitudine o preferiremmo rinunciare alla libertà per il conforto di cure costanti?”.
Con Good Boy, Komasa intende indagare proprio la zona di confine tra affetto e oppressione, tra silenzio e violenza. Il regista lo descrive come un racconto intriso di un umorismo nero tipicamente britannico e polacco, volutamente provocatorio e collocato in una zona moralmente ambigua.
“Ho voluto esplorare la sottile linea di demarcazione tra amore e tirannia, silenzio e violenza, il tutto intriso di un senso dell’umorismo nero britannico e polacco senza compromessi, che aleggia provocatoriamente nella zona grigia della moralità”, ha detto il regista.
Il fulcro della trama: il rapimento di Tommy
La trama del film Good Boy si sviluppa sul fragile equilibrio tra legalità e libertà personale. Il racconto prende le distanze da un mondo dominato dall’ossessione per i social e per la visibilità, proponendo invece un universo narrativo che sembra rifiutare apertamente questa logica.
Il protagonista è Tommy, interpretato da Anson Boon, un diciannovenne dal comportamento violento e autodistruttivo, immerso in una vita fatta di droga, feste e aggressività. Dopo una notte di eccessi trascorsa insieme ai suoi amici, il ragazzo viene improvvisamente rapito da una figura misteriosa.
Quando riprende conoscenza, Tommy scopre di essere incatenato nel seminterrato di una casa isolata. A tenerlo prigioniero sono Chris, interpretato da Stephen Graham, e la moglie Kathryn, interpretata da Andrea Riseborough. La coppia ha un obiettivo preciso: trasformare il giovane in quello che definiscono un “bravo ragazzo”.
Una famiglia disfunzionale e una riabilitazione forzata
Il film Good Boy si sviluppa dunque attorno a una situazione paradossale: una sorta di riabilitazione imposta con la forza da una famiglia profondamente disfunzionale. Mentre Tommy resta prigioniero e tenta disperatamente di trovare una via di fuga, dentro di lui comincia però a verificarsi qualcosa di inatteso.
Il regista descrive il cuore del film attraverso un interrogativo morale: “Cos’è meglio? Avere il 100% della libertà senza che a nessuno importi di te o avere meno libertà ma una famiglia che si prende cura di te ed è ossessionata dal tuo benessere?”
Secondo Komasa, ogni relazione implica inevitabilmente una rinuncia a una parte della propria autonomia. Restare accanto a qualcuno significa accettare di perdere una quota, anche minima, della libertà che si possedeva prima. “Quando si pensa a qualsiasi relazione, se si decide di stare con qualcuno, non si possono avere tutte le libertà che si avevano prima. Bisogna cederne anche solo una piccola percentuale. Il che significa accettare quella piccola catena tra te e la persona che ti ama. Il film mostra semplicemente quella catena”.
L’amore come catena
Nella visione del regista, Good Boy assume quindi il valore di un’allegoria sull’amore e sulle sue contraddizioni. Il legame affettivo, secondo questa prospettiva, comporta inevitabilmente dei vincoli. “Più ci si impegna con le persone, più catene ci sono. E forse va bene così. Forse è questo che sono l’amore e l’accettazione”.
Komasa osserva inoltre come, nella società contemporanea, molte persone sembrino temere proprio questi legami. A suo giudizio, il desiderio assoluto di indipendenza può spingere alcuni individui a rifiutare relazioni, famiglie e affetti pur di preservare la propria libertà personale.
“Le persone hanno così paura delle catene di questi tempi che preferirebbero essere sole, single e tagliate fuori dalle loro famiglie pur di essere libere. Ma forse finiscono solo per essere meno felici e più depresse”.
Il disagio morale al centro del film
Il regista è consapevole che il film possa risultare fortemente destabilizzante per il pubblico. La sua intenzione, tuttavia, è proprio quella di spingere gli spettatori in un territorio emotivo e morale poco confortevole. “Come regista, faccio film per dare al pubblico qualcosa che non ha mai visto. O forse l’ha sentito ma in un modo diverso; io cambio semplicemente il colore per renderlo nuovo e originale, per esplorare nuovi territori”.
Il punto più controverso del racconto, spiega il cineasta polacco, è il sentimento di ambiguità che lo spettatore prova nei confronti dei personaggi. “Il nuovo colore in questo film è il disagio che si prova nel fare il tifo per qualcuno che in realtà sta commettendo qualcosa forse di giusto ma nel modo sbagliato. Ci si sente un po’ in colpa per questo. Ed è questo che è la vita”.
Con questa tensione morale come motore narrativo, Good Boy si propone dunque come un thriller psicologico che usa il rapimento come metafora per interrogare le relazioni umane, la libertà individuale e il prezzo che spesso si paga per sentirsi davvero amati.