Se solo potessi ti prenderei a calci, Rose Byrne tra dramma e commedia. La recensione
CinemaCon E solo potessi ti prenderei a calci, Mary Bronstein firma uno dei film più inquieti e radicali degli ultimi anni. Presentato tra Sundance e Berlinale, il film racconta la caduta emotiva di una psicologa e madre interpretata da una straordinaria Rose Byrne, candidata agli oscar come protagonista. Tra humor nero, claustrofobia domestica e crisi della maternità contemporanea, un viaggio nella mente di una donna sull’orlo del collasso. Al cinema dal 5 marzo, distribuito da I Wonder Pictures
Se solo potessi ti prenderei a calci, recensione del film di Mary Bronstein
Una crepa nel soffitto, una crepa nella mente
Linda rientra in casa.
La figlia — che non vedremo mai davvero in volto — le dice che c’è acqua sul pavimento.
All’inizio sembra un dettaglio banale, uno dei tanti piccoli inconvenienti di una giornata già complicata. Poi Linda entra in camera da letto, alza lo sguardo e vede una crepa nel soffitto.
Un secondo dopo il soffitto crolla.
L’acqua invade la stanza mentre lei scappa via di corsa.
È una scena improvvisa, quasi slapstick nella sua violenza domestica e assurda. Perché in Se solo potessi ti prenderei a calci, il film audace e inquieto di Mary Bronstein, non è solo un appartamento a cedere. È l’equilibrio mentale della sua protagonista.
Da quel momento la vita di Linda — psicologa, madre, donna già stremata — diventa una spirale sempre più caotica di incidenti, responsabilità e frustrazioni che sembrano arrivare tutte insieme, senza darle il tempo di respirare.
Il cinema americano indipendente ogni tanto produce film che sembrano non voler rassicurare nessuno.
E solo potessi, ti prenderei a calci appartiene a questa famiglia di opere nervose, abrasive, quasi punk nella loro libertà espressiva.
Non è un film sulla maternità e sul crescere una figlia gravemente malata, almeno non nel modo in cui il cinema è abituato a raccontarlo.
È un film su cosa succede quando la vita diventa un peso troppo grande da reggere.
Se E solo potessi, ti prenderei a calci funziona con una forza così brutale è soprattutto grazie a Rose Byrne., giustamente candidata all’Oscar come migloor attrice protagonista per questa interpretazione
Rose Byrne è come il gin per un Martini Cocktail
In fondo, Rose Byrne per Se solo potessi ti prenderei a calci è quello che il gin è per un Martini cocktail: l’ingrediente essenziale. Senza di lei il film semplicemente non esisterebbe, proprio come un Martini senza gin smette di essere un Martini.
Si percepisce chiaramente che regista e protagonista si sono scelte a vicenda. Prima ancora delle riprese, Mary Bronstein e Rose Byrne hanno lavorato a lungo sulla sceneggiatura, discutendo il passato del personaggio, le sue ferite e la sua storia invisibile, costruendo Linda parola dopo parola prima ancora che davanti alla macchina da presa.
Nel corso del film la vediamo bere troppo vino, tentare di acquistare droga sul dark web, perdere la pazienza, prendere decisioni sbagliate, urlare, implodere. Eppure Byrne riesce a mantenere sempre un filo di umanità nel personaggio
Approfondimento
Se solo potessi ti prenderei a calci, clip esclusiva del film
Un film girato attraverso il volto di Rose Byrne
La scelta formale più radicale di Se solo potessi ti prenderei a calci riguarda lo sguardo.
La macchina da presa di Christopher Messina resta spesso incollata al volto di Rose Byrne, come se lo spettatore fosse intrappolato dentro la mente della protagonista.
La camera si avvicina sempre di più, fino quasi a entrare nei suoi occhi. È una scelta precisa: il film non vuole mostrarci il mondo, vuole farci vivere l’esperienza mentale di Linda.
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Questa claustrofobia visiva trasforma il film in un’esperienza quasi fisica.
Il pubblico non osserva semplicemente la crisi della protagonista: la subisce insieme a lei.
La figlia, per esempio, resta quasi sempre fuori campo. Sentiamo la sua voce, percepiamo la sua presenza, ma raramente la vediamo davvero.
È come se anche lei fosse diventata una pressione invisibile dentro la mente della madre
La maternità come campo di battaglia
Molti film hanno raccontato la maternità come esperienza emotiva complessa. Ma pochi lo hanno fatto con la ferocia di Se solo potessi ti prenderei a calci.
Mary Bronstein non cerca consolazione né redenzione.
La maternità qui è una zona di attrito:
tra colpa e stanchezza, tra responsabilità e rabbia.
Linda non è la madre eroica del cinema tradizionale. È una donna che spesso sembra non riuscire più a reggere il peso della situazione.
Ed è proprio questa onestà brutale a rendere il film così disturbante.
Il cinema raramente permette alle donne di essere così imperfette, così sgradevoli, così vulnerabili.
La regista racconta invece una verità più scomoda: ogni essere umano ha un limite, e a volte la vita supera quel limite.
Terapia, auto-aiuto e l’illusione di essere salvati
Uno degli elementi più ironici del film è il fatto che Linda sia una psicologa.
Passa le giornate ad ascoltare i problemi degli altri, a distribuire consigli, a usare il linguaggio rassicurante della terapia.
Ma quando il suo mondo crolla, nessuna di quelle formule sembra funzionare.
Il film gioca con l’assurdità del sistema terapeutico contemporaneo: il terapeuta che ha un terapeuta che a sua volta ha un terapeuta, come una serie infinita di scatole cinesi.
Alla fine nessuno sembra davvero in grado di aiutare nessuno.
È un’idea amara ma potentissima:
a volte non esiste nessuna soluzione.
Esiste solo la resistenza.
Rose Byrne, una performance devastante
L’attrice abbandona completamente l’immagine elegante che il pubblico conosce e costruisce un personaggio nervoso, fragile, spesso irritante.
La sua Linda è un vulcano pronto a esplodere.
Nel corso del film la vediamo bere troppo, perdere la pazienza, prendere decisioni sbagliate, urlare, implodere.
Eppure, Byrne riesce a mantenere sempre un filo di umanità nel personaggio.
Il risultato è una delle interpretazioni più intense degli ultimi anni, capace di unire tragedia e humor nero.
Non è una performance che chiede empatia.
È una performance che pretende attenzione.
Gli altri volti della spirale
Attorno alla performance quasi totalizzante di Rose Byrne, Se solo potessi ti prenderei a calci costruisce una piccola costellazione di personaggi che amplificano la sensazione di pressione che schiaccia Linda.
Conan O’Brien sorprende nei panni dello psicologo della protagonista, una figura apparentemente rassicurante che dovrebbe rappresentare un punto di equilibrio. In realtà il suo personaggio diventa il simbolo delle ambiguità della terapia contemporanea: ascolta, analizza, ma non riesce davvero a salvare nessuno. Il suo tono impassibile, quasi ironico nella sua compostezza, rende le loro sedute alcune delle sequenze più tese e amare del film.
Danielle Macdonald interpreta Caroline, una giovane madre paralizzata dalla paura di poter fare del male al proprio bambino. Il suo personaggio agisce come uno specchio deformante delle ansie di Linda: nelle sue parole e nelle sue ossessioni si riflettono le stesse paure che la protagonista non riesce più a controllare.
E poi c’è A$AP Rocky nei panni di James, il vicino di motel che appare quasi come una figura sospesa tra realtà e simbolo. In mezzo al caos della vita di Linda, James sembra rappresentare una possibile pausa, un momento di tregua inattesa in un mondo che continua invece a stringersi attorno alla protagonista.
La regia di Mary Bronstein: cinema della pressione
Se solo potessi, ti prenderei a calci riesce a mantenere una tensione così costante è anche grazie alla regia di Mary Bronstein, che costruisce il film come una lunga esperienza di compressione emotiva.
La macchina da presa resta spesso incollata al volto di Rose Byrne, riducendo lo spazio visivo e trasformando lo spettatore in un testimone intrappolato dentro la mente della protagonista. È una scelta precisa: il mondo esterno conta meno della percezione che Linda ha di quel mondo.
La fotografia di Christopher Messina accentua questa sensazione di claustrofobia con immagini sporche, nervose, spesso girate in spazi chiusi e soffocanti. Anche il montaggio di Lucian Johnston contribuisce a creare una struttura quasi febbrile, fatta di piccoli incidenti quotidiani che si accumulano uno dopo l’altro fino a diventare un vero e proprio stato di assedio psicologico.
Il risultato è un film che non concede mai davvero sollievo allo spettatore. Come Linda, anche chi guarda si ritrova immerso in un flusso continuo di tensione, frustrazione e stanchezza emotiva.
Un cinema indipendente che rifiuta le regole
Presentato tra Sundance e Berlinale, Se solo potessi ti prenderei a calci rappresenta anche un manifesto del cinema indipendente americano contemporaneo.
Mary Bronstein ha lavorato per anni per realizzare il film senza compromessi, rifiutando le richieste dell’industria di rendere la storia più accessibile o meno radicale.
Il risultato è un’opera che non cerca di piacere a tutti.
E forse proprio per questo riesce a essere così potente.
Come ha detto la stessa regista, quando un film cerca di essere per tutti rischia di non essere per nessuno.
Perché vedere Se solo potessi ti prenderei a calci
Se solo potessi ti prenderei a calci non è un film facile.
È rumoroso, nervoso, spesso scomodo.
Ma proprio per questo resta addosso allo spettatore come una cicatrice.
Mary Bronstein costruisce un’opera che oscilla continuamente tra tragedia e umorismo, tra realismo psicologico e allucinazione.
Il risultato è un’esperienza cinematografica intensa, a tratti quasi insopportabile, ma impossibile da ignorare.
E soprattutto è il ritratto di una donna che non vuole essere salvata, ma semplicemente essere vista.
Il titolo come una dichiarazione di guerra
Il titolo Se solo potessi ti prenderei a calci suona come una minaccia, una battuta, una confessione.
Mary Bronstein non ha mai voluto spiegare davvero il suo significato.
Perché, come spesso accade con la poesia o con il cinema più libero, non esiste una sola interpretazione.
Può essere la rabbia di Linda contro il mondo.
Può essere il desiderio di reagire quando la vita ti paralizza.
Oppure può essere semplicemente il pensiero che tutti abbiamo avuto almeno una volta quando il peso delle cose diventa troppo grande.
Se solo potessimo reagire.
Se solo potessimo scalciare contro tutto.