La mattina scrivo, recensione del film di Valérie Donzelli sulla libertà di creare

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e premiato per la miglior sceneggiatura, La mattina scrivo di Valérie Donzelli racconta la storia vera di un fotografo che abbandona il successo per diventare scrittore. Con Bastien Bouillon protagonista, il film esplora precarietà, gig economy e libertà artistica. Un racconto intimo e politico sulla dignità di chi sceglie di creare anche quando il mondo misura tutto in denaro. Al cinema dal 5 marzo

La mattina scrivo, recensione del film di Valérie Donzelli

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e premiato con il riconoscimento per la miglior sceneggiatura, La mattina scrivo (titolo originale À pied d’œuvre) è uno dei ritratti più sinceri e disarmanti della condizione dell’artista contemporaneo. Il nuovo film di Valérie Donzelli, tratto dal memoir autobiografico di Franck Courtès, racconta la storia di un uomo che decide di abbandonare una carriera di successo per inseguire una vocazione fragile e ostinata: la scrittura.

Una scelta che non ha nulla di romantico. Al contrario, è un salto nel vuoto.

Perché, come ricorda una frase che attraversa idealmente tutto il film, “finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati”.

Finire un testo non significa e…

È il manifesto implicito di un cinema che parla di vocazione artistica senza mitologie.

Chi è Franck Courtès

Il film La mattina scrivo è tratto dal memoir autobiografico dello scrittore e fotografo francese Franck Courtès. Prima di dedicarsi alla letteratura, Courtès ha lavorato per alcune delle riviste più importanti della Francia fotografando celebrità della musica, del cinema e della politica. A un certo punto della sua carriera ha però deciso di abbandonare la fotografia editoriale, che percepiva sempre più commerciale, per dedicarsi alla scrittura.
Questa scelta radicale lo ha portato a vivere un periodo di forte precarietà economica, esperienza che ha raccontato nel libro À pied d’œuvre, pubblicato in Francia da Gallimard e poi tradotto in Italia da Playground. Il film di Valérie Donzelli riprende proprio questo percorso: il racconto di un artista che sceglie la libertà creativa anche quando significa affrontare povertà, isolamento e incomprensione sociale

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L’imperativo di ricominciare

Il film si apre con un gesto quasi brutale: “Spazzate!”.
Un pavimento coperto di polvere, macerie, frammenti.

È un’immagine concreta ma anche simbolica.
Prima di diventare qualcuno bisogna spesso distruggere ciò che eravamo.

Paul, il protagonista interpretato da Bastien Bouillon, è stato un fotografo di successo. Un professionista capace di guadagnare migliaia di euro per uno scatto. Poi qualcosa cambia: la fotografia comincia a sembrargli un lavoro troppo commerciale, troppo distante da ciò che sente di voler fare davvero.

Così lascia tutto.

Non per inseguire un sogno glamour, ma per dedicarsi a qualcosa di molto più incerto: scrivere.

E da quel momento la sua vita cambia radicalmente.

La precarietà come condizione esistenziale

Quando i risparmi finiscono, Paul è costretto a iscriversi a una piattaforma di lavori occasionali.
Diventa un jobber della gig economy: svuota cantine, falcia prati, monta mobili, trasporta scatoloni.

Ogni lavoro vale pochi euro.

Ogni giornata è una contrattazione con l’algoritmo.

Il film mostra con lucidità questa nuova economia del lavoro: un sistema in cui non esiste più un padrone visibile ma un meccanismo impersonale che mette i lavoratori in competizione tra loro, spingendoli ad abbassare continuamente il prezzo delle proprie competenze.

È una vera e propria “corsa al ribasso”, come dice Paul nel film.

Donzelli osserva questo mondo senza retorica, ma con una precisione quasi documentaria. Non c’è moralismo, solo la constatazione di una realtà sempre più diffusa.

La fragilità della paternità

Ma La mattina scrivo non è solo un film sul lavoro.

È anche un film sulla fragilità delle relazioni.

Paul è divorziato e ha una figlia adolescente. Nel giorno del suo compleanno non può essere presente: il lavoro lo porta lontano e l’abbraccio viene sostituito da una videochiamata.

La madre regala alla ragazza un paio di Adidas Gazelle rosse, alla moda.
Paul invece le dona una vecchia fotografia di quando era bambina.

La reazione della figlia è fredda, quasi imbarazzata.

In quella scena si concentra tutto il dolore del personaggio: la consapevolezza di non poter offrire più nulla che il mondo riconosca come valore.

È uno dei momenti più delicati del film.

Bastien Bouillon, un corpo vulnerabile

Gran parte della forza del film passa attraverso il volto di Bastien Bouillon.

Il suo Paul è un uomo insieme ostinato e fragile, quasi ascetico.
Bouillon gli dà una fisicità un po’ goffa, un’aria malinconica, una calma inquieta che rende il personaggio profondamente umano.

Non è un eroe romantico.

È un uomo che continua a scrivere anche quando nessuno sembra aspettarlo.

Attorno a lui si muove un cast che amplifica il senso di precarietà emotiva: Virginie Ledoyen e André Marcon interpretano figure che oscillano tra affetto, incomprensione e distanza.

La stessa Donzelli compare nel ruolo dell’ex moglie di Paul, creando un ulteriore livello di riflessione sulla famiglia e sulle aspettative sociali. 

Il tempo della scrittura

Il titolo del film è già una dichiarazione poetica.

La mattina scrivo.

Non “voglio scrivere”.
Non “diventerò scrittore”.

Scrivo.

Ogni giorno.

Per Donzelli la scrittura non è un traguardo ma una pratica quotidiana. Un gesto ripetuto che richiede disciplina e solitudine.

Il film mostra questo processo con una sincerità rara: la scrittura non appare come un atto romantico ma come un lavoro lento, pieno di dubbi e paure.

Eppure è proprio questo gesto ostinato che permette al protagonista di sopravvivere.

Un cinema che osserva senza giudicare

Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui Donzelli guarda i personaggi.

Ogni incontro che Paul fa nei suoi lavori occasionali – clienti ricchi, anziani solitari, famiglie disordinate – diventa una piccola scena di osservazione sociale.

Il film non deride nessuno.

Non idealizza nessuno.

Ogni personaggio viene trattato con la stessa dignità.

È una scelta stilistica che rende La mattina scrivo un racconto profondamente umano.

La musica e la memoria

Ad accompagnare il percorso del protagonista arrivano alcune canzoni che funzionano come brevi aperture emotive.

Tra queste Joe le Taxi di Vanessa Paradis, Le Vieux Couple di Serge Reggiani e Foule Sentimentale di Alain Souchon.

Brani che sembrano provenire da un’altra epoca e che creano piccoli momenti di nostalgia dentro la durezza della storia.

La colonna sonora originale di Jean-Michel Bernard, costruita su una melodia minimale e insistente, accompagna invece il film come un pensiero che ritorna continuamente.

Un battito fragile ma costante.

Perché vedere La mattina scrivo

La mattina scrivo è uno dei film più intensi sulla condizione dell’artista contemporaneo. Valérie Donzelli racconta la scelta radicale di un uomo che rinuncia al successo per inseguire la scrittura, mostrando senza retorica il prezzo della libertà creativa. Tra precarietà, gig economy e relazioni familiari fragili, il film diventa anche un ritratto del lavoro oggi e della dignità di chi prova a restare fedele a se stesso. Un’opera intima e politica allo stesso tempo, capace di parlare a chiunque abbia mai desiderato cambiare vita.

Se fosse un cocktail

Se La mattina scrivo fosse un drink sarebbe un Americano.

Un cocktail apparentemente semplice, quasi austero.
Niente fuochi d’artificio, niente dolcezze consolatorie. Solo bitter, vermouth e soda: ingredienti essenziali che raccontano una storia di equilibrio e resistenza.

Come Paul, il protagonista del film, che ogni mattina si rimette davanti alla pagina bianca sapendo che scrivere non garantisce nulla: non il successo, non il denaro, forse neppure i lettori.

Eppure continua.

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Il prezzo della libertà artistica

Alla Mostra del Cinema di Venezia. La mattina scrivo ha colpito per la sua semplicità radicale.

Non racconta la nascita di un genio.
Non costruisce il mito dell’artista maledetto.

Racconta qualcosa di molto più raro: la vita quotidiana di qualcuno che prova a restare fedele a ciò che ama.

In un mondo che misura il valore delle persone solo attraverso il denaro, la scelta di Paul diventa quasi un gesto politico.

E proprio per questo il film di Valérie Donzelli resta impresso: perché parla di libertà, ma senza mai dimenticare il prezzo che quella libertà comporta.

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