Il Suono di una caduta, recensione del film di Mascha Schilinski tra memoria e trauma
CinemaDal 26 febbraio al cinema con I Wonder Pictures, Il Suono di una caduta di Mascha Schilinski – Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025 e candidato tedesco agli Oscar 2026 – racconta un secolo di vita femminile in una fattoria dell’Altmark. Tra memoria, desiderio e traumi che si trasmettono nel tempo, il film costruisce un affresco ipnotico e perturbante sul peso del passato e sull’eco silenziosa delle generazioni.
Il Suono di una caduta: la casa che non dimentica
C’è una casa, nel nord della Germania, che non dimentica. Le sue pareti non sono fatte solo di mattoni e calce, ma di echi. Di respiri trattenuti. Di segreti che nessuno ha mai pronunciato a voce alta. Il Suono di una caduta di Mascha Schilinski – titolo originale Sound of Falling – è un film che ascolta ciò che resta quando tutto sembra finito. Non il tonfo, ma la vibrazione dopo l’impatto.
Presentato in concorso al Festival di Cannes dove ha vinto il Premio della Giuria, selezionato dalla Germania come candidato agli Oscar 2026 e ora nei cinema italiani dal 26 febbraio con I Wonder Pictures, questo secondo lungometraggio della regista berlinese – dopo Dark Blue Girl – è un’opera che si muove come un ricordo: non lineare, non rassicurante, ma ostinatamente viva.
Al centro del racconto ci sono quattro ragazze che attraversano la giovinezza nella stessa fattoria dell’Altmark, separate da un secolo ma unite da una vibrazione sotterranea. La casa evolve, ma il passato non svanisce: riecheggia.
E infatti il film comincia senza spiegazioni. Nessun cartello. Nessuna data. Solo un corridoio, una ragazza, una gamba amputata che diventa fantasma. Il tempo non è una linea: è una ferita che si riapre.
Quattro epoche, un solo battito
Alma all’inizio del Novecento.
Erika negli anni Quaranta, sotto l’ombra lunga della guerra.
Angelika nella DDR degli anni Ottanta.
Lenka nel presente, dopo la caduta del Muro.
Quattro corpi, quattro adolescenze, quattro modi diversi di arrossire davanti al mondo. Eppure, qualcosa le lega: uno sguardo che si imprime sottopelle, un gesto che si ripete, un silenzio che diventa eredità.
Nel pressbook, Schilinski racconta come il film sia nato trascorrendo un’estate in una vera fattoria dell’Altmark, esplorandone le stanze rimaste intatte per cinquant’anni, come se qualcuno avesse appena posato il cucchiaio e fosse uscito un attimo.
È lì che ha trovato una fotografia di tre donne che sembravano guardare direttamente verso il presente, rompendo la quarta parete del tempo.
È esattamente ciò che accade nel film. Le protagoniste, a volte, guardano in macchina. Non è un vezzo stilistico: è un cortocircuito. Siamo noi i fantasmi o sono loro?
La macchina da presa di Fabian Gamper – in un formato quasi quadrato, chiuso, come una vecchia fotografia – si muove come una presenza che abita la casa. Non osserva soltanto: ricorda. L’immagine è granulosa, a tratti lattiginosa, come se un velo si fosse posato tra noi e il passato. La regista parla esplicitamente di un film sulla rimozione e sulla percezione: ricordare è sempre guardarsi dall’esterno, con fratture, dissociazioni, punti ciechi.
Il cinema, qui, è un atto medianico.
Approfondimento
Il suono di una caduta: clip esclusiva del film di Mascha Schilinski
Violenza, desiderio, trasmissione del trauma
Uno dei nuclei più perturbanti del film è la normalità della crudeltà. Non la crudeltà spettacolare, ma quella domestica. Quotidiana. Le domestiche sterilizzate “per essere rese innocue per gli uomini”, come riportato nella ricerca storica citata dalla regista. Una frase trovata in un documento: “In verità, ho vissuto completamente invano”. È da lì che parte la domanda.
Che cosa significa vivere invano?
E come si trasmette un trauma quando nessuno lo nomina?
Il film suggerisce che i traumi non passano attraverso grandi discorsi, ma attraverso piccoli tremori. Uno sguardo. Un rossore. Una vergogna che affiora sulla pelle contro la nostra volontà. Schilinski parla della memoria come di qualcosa che conserva le sensazioni più che le parole. Non ricordiamo le frasi, ricordiamo l’umiliazione. Non ricordiamo il giorno, ricordiamo il bruciore.
In ogni epoca, le ragazze del film fanno esperienza di un patriarcato che cambia forma ma non sostanza. Incesto, abuso, repressione sessuale, desiderio che si confonde con la colpa. Non c’è compiacimento. C’è una freddezza quasi entomologica. Gli zoccoli dei cavalli devono essere ferrati. La bocca del cadavere della nonna va legata per non far entrare le mosche. La domestica viene sterilizzata. È la normalità di quell’epoca.La vita quotidiana può contenere l’orrore senza alzare la voce.
Approfondimento
Oscar:le candidature, record per Sinners
Il fiume, le mosche, le fotografie
Ci sono immagini che tornano come ritornelli. Le mosche che ronzano attorno ai corpi. L’acqua del fiume che separava Est e Ovest, frontiera e promessa. Le fotografie post-mortem, pratica diffusa all’inizio del Novecento: i morti sistemati accanto ai vivi, in posa.
In una delle sequenze più potenti, la macchina da presa indugia su una fotografia in cui non è chiaro chi sia vivo e chi morto. Il cinema qui riflette su se stesso: ogni immagine è un cadavere che respira ancora. Ogni fotogramma è un fantasma.
Il suono gioca un ruolo decisivo. Fruscii, statiche, improvvisi silenzi. Come se qualcuno stesse cercando un segnale tra le frequenze. Non è un horror, ma il film usa il linguaggio del perturbante per raccontare la genealogia femminile. Le protagoniste sembrano avvertire una presenza. Forse sono le antenate. Forse sono le loro versioni future.
E allora il titolo acquista senso. Il suono di una caduta non è il colpo. È l’eco. È la vibrazione che continua anche quando il corpo ha toccato terra.
Approfondimento
Cannes 2025, Palma d'Oro per A Simple Accident. Tutti i vincitori
Mascha Schilinski, una voce europea importante
Con questo film, Mascha Schilinski si impone come una delle autrici più radicali del cinema europeo contemporaneo. Non per provocazione, ma per rigore. La sua regia è controllata, quasi ascetica, e allo stesso tempo attraversata da lampi lirici.
Il pressbook ricorda che la regista ha studiato sceneggiatura e regia tra Amburgo e Baden-Württemberg, vincendo nel 2023 il Thomas Strittmatter Award proprio per la sceneggiatura de Il Suono di una caduta. Il film è stato realizzato con un budget limitato e in soli 34 giorni di riprese, senza possibilità di rigirare le scene. Eppure, non c’è nulla di improvvisato: ogni inquadratura sembra cesellata.
Il villaggio dell’Altmark ha contribuito fornendo oggetti, storie, fotografie. È un film che nasce da una comunità e parla di comunità. Ma non è un affresco storico tradizionale. È un poema visivo.
Non cerca di spiegare tutto. Non chiude le ferite con una morale. Lascia che lo spettatore completi il disegno.
Un’esperienza e una visione indimenticabili
Il Suono di una caduta dura 149 minuti, ma il tempo qui non scorre: sedimenta. Non è un film che si lascia seguire come un filo narrativo, ma come una corrente sotterranea. Chiede attenzione, chiede silenzio, chiede di accettare che alcune immagini non si spiegano ma si attraversano.
Non offre consolazione e non promette redenzione. Sceglie la complessità, l’opacità, il diritto del ricordo a restare incompleto. In un’epoca che pretende risposte rapide e interpretazioni immediate, Mascha Schilinski costruisce un cinema che non chiarisce: scava.
Quando si esce dalla sala, non si ha l’impressione di aver visto una storia, ma di aver ereditato qualcosa. Un frammento. Una vibrazione. Il volto di una bambina che guarda in macchina come se sapesse già tutto, e allo stesso tempo nulla.
Forse è questo il senso più profondo del film: nessuna di queste ragazze è davvero sola. Ognuna porta dentro di sé le altre, come un’eco che attraversa le generazioni.
Dal 26 febbraio al cinema, Il Suono di una caduta non si limita a raccontare un secolo di storia femminile. Lo fa risuonare. E ci ricorda che nessuna caduta è mai davvero silenziosa.