Pasotti veste i panni di Eugenio Monti, uno degli atleti più titolati nella storia del bob, ma anche il primo vincitore del Pierre de Coubertin World Trophy per via del suo fair-play
Lunedì 23 febbraio, Rai 1 trasmette in prima serata Rosso Volante, il film tv che racconta la vita di Eugenio Monti, bobbista, campione olimpico e, soprattutto, uno degli esempi di fair play più straordinari nella storia dello sport mondiale.
A interpretare il campione è Giorgio Pasotti, qui anche tra gli sceneggiatori insieme a Silvia Napolitano e Valerio Bariletti, con la regia di Alessandro Angelini.
La messa in onda non è casuale: arriva il giorno dopo la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, disputate in parte proprio sulla pista di bob di Cortina intitolata a Monti.
Chi era Eugenio Monti
Eugenio Monti nacque a Dobbiaco il 23 gennaio 1928 e morì a Belluno il 1° dicembre 2003. La sua storia sportiva comincia sugli sci: nei primi anni Cinquanta era già una delle promesse più brillanti dello sci italiano, capace di battere in gara Zeno Colò e di conquistare il titolo nazionale nello slalom gigante e speciale. Il 23 gennaio 1951, in allenamento al Sestriere, cadde e si ruppe i legamenti del ginocchio. Un secondo incidente, l'anno seguente, chiuse definitivamente la sua carriera sugli sci. Fu in quel momento che Monti scoprì il bob. Non come ripiego, ma come nuova ossessione. Nel 1957, in coppia con Renzo Alverà, vinse il primo di sette Campionati del mondo nel bob a due, cui si aggiunsero due titoli nel bob a quattro. Era diventato il più forte bobbista del mondo. Mancava solo l'oro olimpico.
Il soprannome con cui è passato alla storia glielo aveva cucito addosso Gianni Brera già da ragazzo: nel 1947 il grande giornalista sportivo lo notò e, per il colore dei capelli e la grinta dimostrata, gli diede il soprannome "Rosso volante". Un nome, questo, destinato a diventare parte integrante della sua identità, dentro e fuori dalla pista.
Il gesto che lo ha reso immortale
Alle Olimpiadi di Innsbruck, nel 1964, Monti ha 36 anni, un palmarès già leggendario e un unico cruccio: l'oro olimpico che gli è sempre sfuggito. È in testa alla classifica quando accade qualcosa di inaspettato: all'equipaggio britannico composto da Tony Nash e Robin Dixon si rompe un bullone fondamentale del bob. Senza quel pezzo, i britannici non possono gareggiare. Monti non ci pensa due volte. Smonta un bullone dal proprio bob e lo manda agli avversari. Nash e Dixon scendono, corrono, e vincono l'oro. L'Italia si ferma al bronzo. Alla stampa italiana che lo accusa di aver sabotato se stesso, Monti risponde con una frase che dice tutto sul suo carattere: "Nash non ha vinto grazie al bullone che gli ho prestato: ha vinto perché era il più forte". Per quel gesto, Monti fu il primo atleta della storia a ricevere il Pierre de Coubertin World Trophy, il massimo riconoscimento internazionale per lo spirito sportivo.
La rincorsa all'oro
Rosso Volante si concentra proprio sui quattro anni che separano Innsbruck dalle Olimpiadi di Grenoble del 1968, forse il periodo più intenso e drammatico della carriera di Monti. Allenamenti, delusioni, la consapevolezza di non essere più giovane, la voglia di non arrendersi. A Grenoble 1968, Monti vinse l'oro sia nel bob a due insieme a Luciano De Paolis, sia nel bob a quattro con De Paolis, Roberto Zandonella e Mario Armano. Chiuse così, a 40 anni, la sua carriera. Con un palmarès straordinario: 9 medaglie d'oro ai campionati mondiali e 6 medaglie olimpiche in totale.
Una vita oltre lo sport
Quello che il film racconta è anche un ritratto d'uomo. Monti era un personaggio complesso, capace di vivere in modo estremo e libero: amava la velocità in qualsiasi forma, tanto che a metà degli anni Cinquanta partecipò anche ad alcune gare di automobilismo, con una Cooper-Maserati e poi con una Ferrari ufficiale al Giro di Sicilia. Dopo il ritiro dalle competizioni, divenne tecnico della nazionale e poi presidente di società di impianti di risalita. La sua vita privata fu segnata da dolori profondi: la separazione dalla moglie, il morbo di Parkinson e la morte del figlio. Il primo giorno di dicembre del 2003 decise di andarsene di sua volontà.