Rental Family – Nelle vite degli altri, Brendan Fraser tra bugie e verità. Recensione
CinemaDal 19 febbraio al cinema, Rental Family – Nelle vite degli altri racconta un attore americano assunto per fingere di essere padre, amico o figlio nella Tokyo contemporanea. Con Brendan Fraser, il film di Hikari esplora la solitudine urbana, i legami costruiti su richiesta e il confine emotivo tra verità e finzione: cosa accade quando una relazione finta diventa reale e qualcuno inizia davvero ad aver bisogno di te?
All’inizio Rental Family - Nelle vite degli altro sembra soltanto una premessa curiosa: un attore assunto per fingere di essere qualcuno nella vita degli altri. Poi la situazione smette di essere un’idea narrativa e diventa un’esperienza emotiva.
C’è qualcosa dell’“uomo nella folla” di Poe, però spostato nella Tokyo contemporanea: Brendan Fraser è un gaikokujin nella metropoli brulicante, un occidentale che attraversa skyline e metropolitane senza mai davvero appartenere a ciò che lo circonda. Non osserva soltanto la città — la attraversa come un passaggio.
Phillip vive a Tokyo da anni. Lavora poco, parla abbastanza giapponese per orientarsi ma non abbastanza da sentirsi parte del posto. È rimasto lì più per inerzia che per scelta, come succede quando una città diventa abitudine prima ancora che casa. L’impiego che trova è semplice: entrare nelle vite altrui e interpretare ruoli su richiesta.
Padri temporanei.
Amici per un pomeriggio.
Invitati a cerimonie inesistenti.
Il lavoro richiede presenza più che talento. Ed è proprio questo a renderlo pericoloso.
Il mestiere di riempire i vuoti
Il film nasce da un fenomeno reale diffuso in Giappone: aziende che offrono relazioni a pagamento. Hikari lo racconta senza giudizio e senza ironia sociologica. Il punto non è l’eccentricità del servizio, ma la naturalezza con cui funziona.
Phillip partecipa a funerali simulati, matrimoni di convenienza, incontri costruiti per salvare le apparenze. Ogni incarico dura poco, ma lascia qualcosa. Le persone non cercano un attore bravo: cercano qualcuno disposto a restare per un tempo definito.
La questione morale emerge lentamente. Quando un ruolo finisce, il legame continua a esistere solo per uno dei due. L’asimmetria emotiva diventa il vero tema del film.
Come suggerisce una frase attribuita a Ovidio, “sarai triste se sarai solo”: qui la solitudine non è un concetto psicologico, è una condizione pratica da cui difendersi.
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Brendan Fraser: recitare togliendo
Fraser lavora sul dettaglio minimo: postura chiusa, sorriso esitante, sguardo sempre un attimo in ritardo rispetto agli altri. Phillip non è un uomo drammatico, è un uomo consumato. La sua abilità non consiste nell’interpretare personaggi ma nell’ascoltare le persone.
Nel film si suggerisce che il suo talento non sia la recitazione ma la disponibilità umana, la capacità di occupare lo spazio lasciato libero dagli altri.
Più il protagonista entra nelle vite altrui, più appare evidente il vuoto nella propria.
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La bambina e la responsabilità
L’incarico più delicato è impersonare il padre di Mia per favorirne l’ammissione scolastica. L’accordo nasce come formalità, ma i bambini misurano il tempo in modo diverso dagli adulti. Bastano poche visite perché la presenza diventi relazione.
Il film costruisce la tensione senza drammi espliciti: ogni gesto affettuoso contiene già la futura separazione. La bugia non è l’evento centrale — è la durata a trasformarla in verità emotiva.
Quando qualcuno riempie un’assenza, smette di essere sostituibile.
Tokyo osservata dall’esterno
La città viene filmata in piena luce. Niente estetica notturna o esotica: strade normali, appartamenti piccoli, routine ripetute. Nei treni qualcuno dorme sdraiato sul sedile come se fosse l’unico posto possibile in cui lasciarsi andare davvero. Nessuno lo guarda.
Phillip attraversa questi spazi senza mai interromperli. A volte resta fermo davanti alle porte automatiche della metropolitana che si chiudono davanti a lui — sliding doors senza alternativa narrativa, non un bivio ma solo il tempo che continua senza aspettare. Non perde un’occasione: semplicemente non era destinata a lui.
Guarda spesso le finestre illuminate degli altri. Non spia, cerca un modello di appartenenza.
Tokyo diventa il luogo ideale per la storia: milioni di persone convivono senza entrare davvero in relazione. L’agenzia non appare bizzarra ma coerente con l’ambiente.
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Il confine tra ruolo e identità
Ogni incarico lascia una traccia. Phillip porta a casa oggetti, messaggi, abitudini degli altri. L’appartamento cambia lentamente, riempiendosi di colori e disegni della bambina. Lo spazio si trasforma in un archivio di relazioni provvisorie.
Il film suggerisce che l’identità nasca dall’accumulo di relazioni più che da una storia personale. Interpretare qualcuno modifica chi interpreta.
E il percorso porta lentamente ad accettare il limite: esiste un punto in cui realtà e finzione non si sovrappongono ma convivono. Non si smette di essere soli, si impara a esserlo meno.
Regia e ritmo emotivo
Hikari costruisce il film per sottrazione. La colonna sonora accompagna senza guidare, i dialoghi osservano più di quanto spieghino. L’emozione arriva come conseguenza.
Il risultato mantiene un equilibrio preciso, quasi gastronomico: come un buon sake, alterna ironia e malinconia senza diventare mai melenso.
Il percorso porta Phillip a confrontarsi con la propria immagine: la ricerca di un ruolo permanente dopo molti ruoli provvisori.
L’ultimo ruolo
Rental Family non risolve la solitudine ma la rende condivisibile.
Il sorriso finale non chiude la distanza tra le persone: la rende abitabile.
Dal 19 febbraio al cinema, è un racconto contemporaneo sull’appartenenza possibile.
A volte basta qualcuno disposto a restare — anche solo per finta — per sentirsi meno persi davvero.
Se fosse un cocktail
Lo chiamerei “Temporary Belonging”.
Un drink limpido, quasi trasparente, che all’inizio sembra neutro e invece cambia mentre lo bevi — proprio come le relazioni del film.
Ingredienti
• 5 cl sake junmai (la base: la normalità della vita quotidiana)
• 2 cl vermouth dry giapponese o bianco secco (la distanza emotiva)
• 1 cl liquore allo yuzu (la tenerezza improvvisa)
• 2 gocce di bitter al sakura (la malinconia che arriva dopo)
Preparazione
Mescolare lentamente con ghiaccio, senza shakerare. Servire freddo in coppetta bassa. Guarnire con una scorza di limone sottile: profuma prima ancora di essere bevuto.
Effetto
All’inizio leggero, quasi impersonale. Poi resta in bocca più a lungo del previsto.
Quando finisce, ti accorgi che non era il sapore a contare — era la sensazione di averlo condiviso.