Anaconda, recensione: il film reboot che ride del proprio mito e gioca con la nostalgia

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Anaconda è un reboot metacinematografico che rilegge il film del 1997 come una commedia d’avventura consapevole, autoironica e sorprendentemente affettuosa. Diretto da Tom Gormican e interpretato da Jack Black, Paul Rudd, Thandiwe Newton, Steve Zahn, Daniela Melchior e Selton Mello, il film gioca con citazioni, nostalgia anni Novanta, curiosità produttive e una colonna sonora programmaticamente pop, trasformando il mito dell’anaconda in uno scacciapensieri divertito e divertente, al cinema dal 5 febbraio

Rifare Anaconda nel 2025 non è un’idea sensata. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il film, ora in sala in Italia dal 5 febbraio 2026., Un'opera che non ambisce al riscatto critico, non cerca la riabilitazione storica, . Al contrario, sceglie una strada molto più onesta e, in fondo, più intelligente: abbraccia la propria natura di giocattolo cinematografico, ne riconosce i limiti, li esibisce e ci scherza sopra.

Il punto di partenza è dichiaratamente metacinematografico. Un gruppo di amici di mezza età, vite normali, sogni rimasti in sospeso, decide di rifare Anaconda, quel bizzarro oggetto anni Novanta che, tra foreste amazzoniche finte, CGI acerba e overacting memorabile, è entrato nell’immaginario collettivo più per le risate involontarie che per il brivido. E qui arriva il colpo di genio: il film sa benissimo di partire da un materiale ridicolo e lo tratta con un rispetto che non è reverenza, ma affetto.

La trama: rifare un film per rifare la propria vita

La storia segue un gruppo di amici di lunga data arrivati a un punto morto delle rispettive esistenze, uniti da un passato comune fatto di cinema artigianale, videocamere sgangherate e sogni precoci. Intorno ai tredici anni, Doug aveva scritto, diretto e interpretato un cortometraggio horror intitolato The Quatch, girato insieme a Griff e Claire: un film ingenuo e rumoroso, ma serissimo nel suo desiderio di fare paura. Quel piccolo mito privato riaffiora anni dopo durante la festa di compleanno di Doug, quando Griff gli regala una vecchia videocassetta appena ritrovata, riportando alla luce non solo immagini sgranate, ma l’idea stessa di un futuro immaginato insieme e mai davvero realizzato.

Griff, interpretato da Paul Rudd, è oggi un attore disoccupato, appena cacciato da una comparsata nella serie S.W.A.T. e persino da un’improbabile apparizione in una serie medical, colpevole di aver recitato una battuta con un accento tanto fuori luogo quanto ridicolo: una maliziosa eco dell’indimenticabile parlata di Jon Voight nel primo Anaconda. Doug, il personaggio di Jack Black, vive invece a Buffalo, dove sognava di diventare regista e oggi si ritrova a girare filmini di matrimonio, tentando ostinatamente — e senza riuscirci — di infondervi un’atmosfera horror che nessuna coppia di sposi sembra desiderare. Attorno a loro si muovono altri amici con sogni accantonati e frustrazioni silenziose, tutti accomunati dalla sensazione di aver mancato un appuntamento con se stessi. L’idea di rifare Anaconda come progetto low budget diventa così una fuga e insieme una sfida: tornare a girare un film come quando erano ragazzi. Ma la spedizione in Amazzonia, nata come gioco nostalgico e atto d’amore cinefilo, deraglia rapidamente in un caos produttivo e umano, fino a quando l’anaconda smette di essere un oggetto cinematografico e diventa una presenza reale, costringendo i protagonisti a confrontarsi non solo con il pericolo, ma con il fallimento, l’amicizia e il senso stesso di continuare a raccontare storiie.

Approfondimento

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Ridicolizzato dai Razzie, salvato dalla memoria pop

Il nuovo Anaconda si costruisce così come una commedia d’avventura che guarda il cinema mentre lo rifà, lo cita, lo smonta, soprattutto per chi ricorda l’originale come oggetto trash più che horror. Non è satira feroce, non è parodia distruttiva.I È qualcosa di più morbido, quasi tenero: un’operazione che ironizza senza umiliare, che ride con il pubblico e non del pubblico.

Il riferimento al film del 1997 è costante ma mai soffocante. C’è il gusto della citazione, certo, ma anche la consapevolezza storica di un titolo che, all’epoca, era stato massacrato dalla critica e coccolato dai Razzie Awards, con nomination che oggi sembrano parte integrante del suo mito: peggior film, peggior regista, peggior sceneggiatura, peggior coppia (Jon Voight e l’anaconda animatronica) e persino peggior esordiente… l’anaconda stessa. Un palmarès che, riletto oggi, è quasi una medaglia pop.

L’anaconda come idea di cinema

Il nuovo film prende tutto questo e lo ribalta in chiave comica. L’anaconda non è più solo una minaccia: è un’idea di cinema, un simbolo del passato, una creatura che incarna il cinema industriale che divora tutto e che, proprio per questo, fa ridere. La CGI non cerca il realismo assoluto: anzi, gioca con la propria artificiosità, trasformando il limite tecnico in scelta stilistica. È una strategia consapevole, che strizza l’occhio allo spettatore senza mai diventare compiaciuta.

Gran parte del divertimento passa dal cast, che lavora in sottrazione più che in accumulo. Jack Black sorprende perché si trattiene, costruendo un personaggio meno esplosivo del solito, mentre Paul Rudd lavora sul registro dell’insicurezza e dell’autoironia. Non cercano la gag a tutti i costi, ma l’effetto comico che nasce dalla situazione, dal fallimento, dall’imbarazzo. Il film funziona soprattutto quando si ricorda che questi personaggi non sono eroi, ma adulti fuori tempo massimo che provano a rimettere in scena un sogno adolescenziale.

Curiosità, easter egg e giochi metacinematografici

Il gusto metacinematografico di Anaconda passa anche da una serie di curiosità ed easter egg disseminati con consapevolezza. In fase di sviluppo, il regista Tom Gormican aveva pensato a Nicolas Cage e Pedro Pascal come protagonisti, reduci dal successo de Il talento di Mr. C: Pascal dovette rinunciare per impegni già presi, mentre Cage giudicò il progetto troppo vicino a Massive Talent e propose una riscrittura più cupa del personaggio, ispirata alla versione di Jon Voight nel film del 1997, idea poi scartata da Sony.

I rimandi all’originale sono costanti ma mai invasivi: la mappa che indica Manaus richiama le location del primo Anaconda; il titolo “The Anaconda” ironizza sulla moda dei reboot che aggiungono semplicemente un “The”; la battuta su “Ana Conda” riecheggia una vecchia gag di Jack Black in Alta fedeltà. Anche l’ambientazione gioca sul doppio livello: l’Amazzonia è ricreata in Queensland, Australia, mentre Selton Mello si doppia da solo nelle versioni portoghese e spagnola. Dettagli che rafforzano l’idea di un film che non smette mai di dialogare con il proprio passato, trasformando la citazione in gesto affettivo.

Una colonna sonora tra nostalgia, ironia e memoria pop

Anche la colonna sonora lavora nella stessa direzione del film: non costruisce atmosfera, ma costruisce memoria. Anaconda mescola brani iconici degli anni Novanta – da I Don’t Want to Wait di Paula Cole a Baby Got Back di Sir Mix-A-Lot, qui remixata con consapevole sfacciataggine – a incursioni rock muscolari come Back in Black degli AC/DC e Kickstart My Heart dei Mötley Crüe, che accompagnano l’avventura come un jukebox emotivo più che come commento narrativo. Non mancano canzoni brasiliane e suggestioni latine, che dialogano con l’ambientazione amazzonica senza cercare l’esotismo da cartolina, mentre il recupero del tema originale firmato da Randy Edelman chiude il cerchio con il film del 1997, trasformandolo da semplice citazione a gesto affettivo. È una playlist volutamente eterogenea, a tratti eccessiva, che non punta all’eleganza ma alla riconoscibilità immediata: musica come madeleine pop, come richiamo a un’epoca in cui il cinema commerciale non aveva paura di essere rumoroso, sopra le righe, e sinceramente ingenuo.

Uno scacciapensieri che non finge di essere altro

Certo, non tutto funziona allo stesso modo. Il ritmo a tratti si sfilaccia, alcune sottotrame sembrano messe lì più per dovere che per reale necessità narrativa, e non tutte le gag colpiscono nel segno. Ma è un difetto che il film sembra accettare come parte del gioco. Non cerca la perfezione, cerca la complicità.

In questo senso, Anaconda è un film profondamente contemporaneo: non perché aggiorni il linguaggio, ma perché riflette sul concetto stesso di reboot, sull’ossessione per il riciclo, sull’industria che continua a scavare nel proprio passato in cerca di nuovi inizi che sappiano di vecchio. E lo fa scegliendo l’arma più disarmante: la leggerezza.

Alla fine, quando i titoli di coda scorrono e la sensazione è quella di aver passato un’ora e mezza senza pensieri pesanti, Anaconda centra il suo obiettivo. Non lascia ferite, non cambia il cinema, non pretende di essere rivalutato tra vent’anni. Ma sa cosa è, sa da dove viene e, soprattutto, sa ridere di sé stesso.

E in un panorama spesso schiacciato tra ambizioni sproporzionate e cinismo industriale, non è poco. Anzi: è già abbastanza per farsi voler bene

Se fosse un cocktail: Batida Anaconda

Se Anaconda fosse un cocktail, sarebbe una Batida Anaconda: un drink brasiliano, dolce, sfacciato, volutamente sopra le righe.
Alla base cachaça, inevitabile e ruvida, mescolata con latte di cocco per smussare gli spigoli e riportare tutto su un piano pop e confortante. Un’aggiunta di succo di ananas per l’illusione esotica e un tocco di lime che dà l’acidità necessaria a non far scivolare tutto nel puro zucchero. A chiudere, una spolverata di noce moscata o cannella, come certi dettagli fuori scala del film: eccessivi, forse inutili, ma memorabili. Non è un drink elegante né equilibrato, ma è immediato, riconoscibile, difficile da dimenticare. Una batida che non pretende raffinatezza, ma funziona proprio perché accetta il proprio lato tamarro, come il film che accompagna.

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