Ester Pantano racconta Io + Te, un film tra desiderio, maternità e libertà di scelta
Cinema ©Getty
In Io + Te, al cinema dal 5 febbraio, Ester Pantano interpreta Mia, una donna indipendente e razionale chiamata a confrontarsi con l’amore, la maternità e i limiti del controllo. In questa intervista l’attrice racconta la costruzione del personaggio, il lavoro con Matteo Paolillo,e, e un percorso artistico fondato su studio e coerenza, che include ruoli come Jessica Matarazzo in Imma Tataranni, Suleima Lynch in Màkari e Francesca Morvillo nel film Francesca e Giovanni – Una storia d’amore e di mafia
C’è una linea di coerenza che attraversa il lavoro di Ester Pantano: la scelta di personaggi femminili che non chiedono permesso, che abitano il desiderio, il corpo e il dubbio senza farsi addomesticare. Dai ruoli popolari che l’hanno resa familiare al grande pubblico — come Jessica Matarazzo, la carabiniera di Imma Tataranni - Sostituto procuratore, Suleima Lynch, l’architetta di Màkari, Giuseppina Florio nella serie I Leoni di Sicilia e Francesca Morvillo, magistrato in Francesca e Giovanni – Una storia d’amore e di mafia — fino al cinema più intimo e autoriale, Pantano ha costruito un percorso riconoscibile, mai accomodante. Ha lavorato con Pio e Amedeo e con Lino Banfi, alternando televisione e cinema a una ricerca costante sul senso del mestiere.
In Io + Te, diretto da Valeria De Amicis e al cinema dal 5 febbraio, questa traiettoria trova una nuova, intensa declinazione. Mia è una donna razionale, indipendente, abituata a controllare tutto — persino ciò che per definizione sfugge: l’amore, la maternità, il corpo. Un personaggio attraversato da fratture intime e politiche, che interroga il presente senza retorica.
Accanto al lavoro d’attrice, Pantano porta avanti anche un impegno culturale concreto: insieme alla madre gestisce a Catania il Cinema King, storico presidio di cinema d’essai e luogo di visione condivisa. Un dettaglio tutt’altro che marginale, che racconta una visione precisa del cinema come spazio collettivo e della sala come esperienza viva.
Intervista a Ester Pantano
Come hai costruito il personaggio di Mia in Io + Te?
Ho lavorato innanzitutto sull’idea di Mia come persona onesta rispetto al proprio desiderio. Poi ho riflettuto a lungo sulla sua famiglia d’origine, perché credo che osservando le persone nel mondo si possa intuire molto del contesto da cui provengono: siamo, in qualche modo, il risultato dei nostri genitori.
Ho immaginato un padre assente, una profonda paura dell’abbandono e una resistenza alle relazioni durature. E una madre attrice, molto centrata su se stessa e poco presente, sempre in tournée teatrale, con legami mai davvero definiti, circondata da uomini diversi.
Questa bambina cresce osservando un’emotività instabile e sceglie un lavoro che le consente di avere un appiglio, di essere una professionista riconosciuta. Questo, però, la rende più fragile sul piano sentimentale: vive le relazioni in modo fugace, le consuma, fino a quando incontra Leo.
Il film affronta anche il tema della maternità.
Si parla di una gravidanza inaspettata, della scoperta del desiderio di maternità e poi del momento in cui quel desiderio si scontra con l’impossibilità. Da qui emerge un altro tema centrale: l’infertilità maschile.
Storicamente, come ai tempi dei re e delle regine, la responsabilità viene attribuita alla donna. Non si riflette quasi mai sull’infertilità dell’uomo, non si fanno abbastanza controlli né abbastanza ricerche.
Esiste anche una differenza culturale molto evidente: una donna si sottopone regolarmente a visite ginecologiche, mentre l’uomo raramente va dall’andrologo. È ancora vissuto come un tabù, come se fosse una vergogna, e questo dice molto.
Com’è stato il rapporto sul set con Matteo Paolillo?
C’è stata subito una grande affinità. Siamo colleghi con strumenti di lavoro simili e veniamo entrambi dal Centro Sperimentale di Cinematografia: la nostra formazione iniziale ha radici comuni.
Ci siamo incontrati su un piano di grande umanità e di profonda disponibilità all’ascolto e alla costruzione condivisa. Abbiamo parlato molto, fatto prove, letto e riletto il testo, e credo che questo tipo di tempo sia fondamentale nel lavoro attoriale.
Approfondimento
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Cosa rappresenta Mia nel tuo percorso artistico?
Nel mio percorso artistico ci sono molte donne che hanno lottato per la propria indipendenza, fuori dagli schemi del loro tempo. C’è la magistrata Francesca Morvillo, c’è Giuseppina Florio in I Leoni di Sicilia, e ci sono altre figure femminili che ho avuto l’onore di incarnare, collocate in epoche diverse — dall’Ottocento agli anni Novanta fino al presente — ma unite da una stessa tensione verso l’autodeterminazione.
Penso anche a personaggi come Suleima Lynch e Jessica Matarazzo, la carabiniera di Imma Tataranni: sono tutte donne che esercitano una forma di ascendente su se stesse, che cercano di condizionare la propria vita e di farne, per quanto possibile, ciò che desiderano, pur nei limiti imposti dal contesto storico e sociale.
In questo senso, Mia si inserisce in una linea di continuità, ma rappresenta anche una fase diversa, più fragile, più esposta. È una donna che va verso la scoperta, non verso un destino già scritto.
Come dice il testo, non è mai troppo tardi per ricominciare, né per capire qual è davvero la cosa che risuona quando qualcuno ci risponde come esseri umani.
C’è anche un forte movimento di collettività femminile: donne che scelgono di parlarsi, di condividere il disagio, di non chiudersi. Solo così può emergere una possibilità di risposta, invece del silenzio.
Hai interpretato una Penelope sorprendente nello spettacolo teatrale di Luana Rondinelli.
Penelope – L’Odissea è fimmina è stato l’incontro con un’altra figura femminile potentissima. È una donna che, dopo vent’anni di attesa e di promesse, capisce che quel tempo e quel sacrificio non sono più ciò che desidera.
Una delle domande che si pone è proprio questa: dopo vent’anni, chi sono io per lui e chi è lui per me? Quanto abbiamo davvero vissuto?
Penelope mantiene la promessa dell’attesa, perché è una promessa che ha fatto, ma a un certo punto parte. Parte verso il suo destino o verso la scoperta, perché, come dice il testo, non è mai troppo tardi per ricominciare, non è mai troppo tardi per capire cosa risuona davvero quando qualcuno ci risponde.
Anche qui emerge un forte movimento di collettività femminile: donne che si parlano, che fanno emergere verità nascoste, che condividono il disagio invece di chiudersi. In questo modo si possono risvegliare le coscienze, comunicare, trovare risposte, evitando di rivolgere tutto solo verso l’interno.
Com’è stata l’esperienza sul set di Oi vita mia con Pio e Amedeo e Lino Banfi?
È stata un’esperienza diversa dalle precedenti. Loro sono due persone meravigliosamente folli e il mio personaggio è una psicologa femminista.
È stato bellissimo lavorare con una troupe molto forte. Lino Banfi si è molto affezionato a me e mi ha raccontato tanto del suo percorso personale.
Interpretava una persona affetta da Alzheimer e ha potuto portare nel lavoro una catarsi profondamente personale, legata alla malattia della moglie. Questo ha arricchito il personaggio con un materiale emotivo autentico ed è stato molto intenso assistere a questo processo.
Hai un passato da ginnasta professionista: come nasce la passione per la recitazione?
Ho sempre fatto teatro e spesso ho interpretato ruoli principali anche a scuola. Dopo il liceo ero iscritta all’università di lingue e letterature straniere.
Nel frattempo, grazie a mia madre, mi sono avvicinata al canto. Dopo un mese il maestro mi propose di partecipare a un festival. Andò molto bene, ma soprattutto provai un’emozione fortissima, una sorta di liberazione.
Da lì sono arrivati il teatro, i festival, e poi l’incontro con due ragazzi siciliani che mi convinsero a provare le scuole ufficiali. Il giorno dopo, con mia madre, compilammo il bando per il Centro Sperimentale.
Quanto è importante per te la formazione internazionale?
È fondamentale. Ho studiato negli Stati Uniti e oggi vivo a Londra da due anni. Continuo a fare laboratori e mi sto concentrando molto anche sulla musica.
Credo sia necessario spostarsi, confrontarsi con culture diverse, perché questo arricchisce sia la mentalità sia la tecnica.
C’è un regista del passato, che non c’è più, con cui avresti voluto lavorare, e uno contemporaneo?
Michelangelo Antonioni, sicuramente.
Oggi mi piacerebbe lavorare con Xavier Dolan e con Chloé Zhao.
È un cinema che ti trasforma: esci dalla sala diverso da come sei entrato, con uno spazio emotivo più ampio e una percezione più profonda del mondo e delle fragilità degli altri.
Un consiglio a chi vuole intraprendere questa carriera?
Studiare, leggere, viaggiare, conoscere persone diverse e arricchire il proprio bagaglio.
Le scuole sono fondamentali, ma rappresentano il tronco: poi bisogna farlo fiorire con l’esperienza personale.
Servono cultura, curiosità e coscienza politica. Un tempo gli attori erano anche veicolo di coscienza, e credo sia importante tornare a questo, lavorando con autori e sceneggiatori coraggiosi.