La scomparsa di Josef Mengele, recensione: un film sulla fuga e sulla rimozione del male
CinemaDal 29 gennaio al cinema con Europictures, La scomparsa di Josef Mengele è il nuovo film di Kirill Serebrennikov, presentato a Cannes e tratto dal romanzo di Olivier Guez. Interpretato da August Diehl, il film segue la lunga fuga sudamericana del medico nazista responsabile degli esperimenti di Auschwitz, includendo il confronto con il figlio Rolf e interrogando memoria storica, rimozione e responsabilità collettiva
Il male che resta
La scomparsa di Josef Mengele nasce da una rimozione storica prima ancora che da un fatto biografico. Josef Mengele, il medico delle SS responsabile degli esperimenti sui prigionieri e sui gemelli ad Auschwitz, non è mai stato processato. È morto in Brasile nel 1979, protetto da una rete di complicità, silenzi e indulgenze. Kirill Serebrennikov parte da qui: non dal crimine, ma dalla sua mancata elaborazione.
Il film segue la fuga di Mengele lungo la cosiddetta “rotta dei ratti”, attraversando Argentina, Paraguay e Brasile in un arco temporale che va dal 1949 al 1979. Ma la geografia non ha nulla di avventuroso. È un paesaggio dell’occultamento: città anonime, fattorie isolate, interni borghesi in cui il tempo scorre senza produrre conseguenze morali. L’esilio non è una punizione, ma una forma di adattamento.
Serebrennikov costruisce un racconto che rifiuta la progressione classica. Non c’è ascesa né caduta, solo una persistenza. Il mondo cambia – la Germania prende progressivamente le distanze dal nazismo, la caccia ai criminali di guerra si intensifica, Eichmann viene catturato e giustiziato – ma Mengele resta fermo, impermeabile a ogni trasformazione storica. È questa immobilità etica a rendere il film profondamente inquietante.
Uno sguardo dal lato del carnefice
La scelta più radicale del film è il punto di vista. La scomparsa di Josef Mengele è raccontato quasi interamente dal lato del fuggitivo. Le vittime restano fuori campo, come sono rimaste fuori dalla giustizia. È una decisione che espone il film a un rischio evidente, ma che ne costituisce anche il nucleo politico.
Serebrennikov non cerca di spiegare Mengele né di renderlo comprensibile. Lo osserva mentre si giustifica, si sente perseguitato, si racconta come un uomo tradito dalla Storia. Il film mostra come il male possa sopravvivere non attraverso l’eccezione, ma attraverso la normalizzazione quotidiana.
Attorno a Mengele esiste sempre una rete pronta a sostenerlo: famiglie tedesche che non rinnegano il passato, comunità di ex nazisti in Sud America, regimi politici disposti a chiudere un occhio. La fuga non è un’anomalia individuale, ma il risultato di una responsabilità diffusa. Il film insiste su questa continuità silenziosa, ricordando che l’impunità è spesso un fenomeno collettivo.
Approfondimento
La scomparsa di Josef Mengele, una clip esclusiva del film
Il figlio Rolf e l’eredità impossibile
È nel rapporto con il figlio Rolf che il film introduce la sua unica vera linea di frattura. L’incontro tra il padre ormai anziano e il figlio adulto non produce una confessione né un confronto risolutivo. È un dialogo asimmetrico, fatto di richieste che restano sospese.
Rolf chiede di sapere, di capire, di avere accesso alla verità storica e morale del padre. Mengele risponde con razionalizzazioni, distinguo, giustificazioni pseudoscientifiche. Non nega i fatti, ma nega il loro statuto di crimine. È uno scarto che rende il confronto ancora più insostenibile: non c’è scontro ideologico, solo un muro.
Serebrennikov evita qualsiasi dinamica melodrammatica. Il figlio non è una figura salvifica né un giudice morale. È il rappresentante di una generazione che eredita il peso di una colpa che non ha commesso, ma che è costretta a portare. Il film suggerisce che il trauma non riguardi solo le vittime dirette, ma anche chi si ritrova a essere discendente del carnefice, privo di strumenti per sciogliere il nodo.
August Diehl e la forma del corpo
August Diehl costruisce un’interpretazione di sottrazione, mai caricaturale. Il suo Mengele non è un mostro urlante, ma un uomo convinto della propria rettitudine. Diehl lavora sul corpo prima ancora che sulla parola: la postura rigida, lo sguardo controllato, il progressivo irrigidirsi della vecchiaia.
Il film insiste su uno scarto costante: il decadimento fisico contro l’integrità dell’autoassoluzione. Il corpo cede, la morale no. Anche nei momenti di isolamento, paranoia o malattia, il discorso di Mengele resta identico a se stesso. Nessuna crepa, nessuna crisi. Solo la ripetizione ossessiva di un sistema di pensiero che continua a percepirsi come razionale.
Una memoria senza pacificazione
La scomparsa di Josef Mengele è un film che vagabonda nel tempo e nello spazio, attraversando decenni, continenti, identità false e rimozioni collettive. Eppure, nonostante questo movimento continuo, la sua traiettoria è circolare. Inizia e termina in Brasile, attorno allo scheletro di Josef Mengele: un corpo ridotto a reperto, a oggetto di studio, finalmente spogliato di ogni aura ideologica. Non c’è trionfo, non c’è giudizio. Solo resti.
Questa struttura di ritorno trasforma il film in una danza macabra, lenta e ostinata, in cui il tempo non guarisce ma consuma. La fuga non conduce da nessuna parte: riporta sempre allo stesso punto, a ciò che resta quando la Storia ha mancato il suo appuntamento con la responsabilità.
Il momento più eloquente del film arriva quasi in silenzio. In Brasile, Mengele ascolta alla radio la notizia dell’impiccagione di Adolf Eichmann in Israele. La giustizia, altrove, ha fatto il suo corso. Subito dopo esce e il suo sguardo inciampa in un manichino appeso a un albero: cappotto, cappello, stivali vuoti che oscillano nel vuoto. Non è un corpo, non è una punizione, non è una sentenza. È la messinscena di un destino che non lo raggiungerà mai, l’ombra di un castigo rimasto fuori campo.
Poi Mengele rientra in casa, si siede e mangia un piatto di minestra mentre la televisione trasmette le immagini delle fan dei Beatles assiepate davanti al Southern Cross Hotel di Melbourne, il 14 giugno 1964, che urlano “vogliamo i Beatles”. Il mondo è già altrove: pop, giovinezza, desiderio collettivo. In questo montaggio – giustizia alla radio, impiccagione simulata all’aperto, euforia televisiva in salotto – Serebrennikov stringe il nodo del suo film. La Storia non ripara, procede per scarti e disallineamenti. E il male, quando non viene fermato, può continuare a vivere accanto al rumore del presente.