La scomparsa di Josef Mengele, una clip esclusiva dal film di Kirill Serebrennikov

Cinema

In uscita nei cinema italiani dal 29 gennaio, La scomparsa di Josef Mengele è il nuovo film di Kirill Serebrennikov, presentato fuori concorso a Cannes 78. Interpretato da August Diehl, il film racconta gli anni della fuga del medico nazista tra Sud America e oblio, scegliendo il punto di vista del carnefice per interrogare il presente. In questa clip esclusiva, un primo sguardo su un’opera che rifiuta ogni spettacolarizzazione

Arriverà nei cinema italiani dal 29 gennaio La scomparsa di Josef Mengele, il nuovo film di Kirill Serebrennikov, uno dei cineasti più radicali e controversi del cinema europeo contemporaneo. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes, il film segna un nuovo capitolo nella filmografia del regista di Limonov, Petrov’s Flu e La moglie di Tchaikovsky, affrontando una delle figure più oscure e disturbanti del Novecento.

La clip esclusiva: Buenos Aires, 1960

La clip esclusiva è ambientata a Buenos Aires nel 1960 e mostra uno dei momenti più espliciti e disturbanti della fuga di Josef Mengele. Il medico viene arrestato dalle autorità argentine con l’accusa di aver praticato un aborto clandestino su una ragazza di 15 anni, morta in seguito all’intervento. Durante l’interrogatorio, Mengele viene incriminato per pratiche mediche illegali e per aver disonorato la nazione che lo ha accolto. Di fronte alle accuse, Josef tenta una difesa fredda e ambigua: sostiene che i fatti risalgono a molto tempo prima, afferma di aver cercato solo di aiutare la ragazza e dichiara di pentirsi. Una scena tesa, asciutta, che restituisce tutta la violenza morale di un uomo incapace di riconoscere davvero la portata dei propri crimini.

Un film raccontato dal punto di vista del criminale in fuga

A interpretare Mengele è August Diehl, qui chiamato a un lavoro attoriale sottrattivo e inquietante. Il film segue il criminale nazista nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, quando, protetto da una rete di complicità e silenzi, intraprende la cosiddetta “rotta dei ratti” che portò molti gerarchi a rifugiarsi in Sud America.

Dal 1949 al 1979, tra Argentina, Paraguay e Brasile, Mengele cambia identità, volto, nome. Si mimetizza, invecchia, sopravvive. Serebrennikov sceglie una narrazione interamente ancorata al punto di vista del fuggitivo, trasformando la fuga in una lunga, claustrofobica permanenza nel tempo dell’impunità. Un racconto che rifiuta il comfort della distanza storica e obbliga lo spettatore a restare dentro l’orrore, senza appigli morali.

Un confronto tardivo con il passato

Nel finale della sua vita, ormai anziano e isolato, Josef Mengele si ritrova faccia a faccia con il figlio Rolf. È un confronto che non promette catarsi, ma mette in scena l’impossibilità della rimozione totale. Il passato non torna come memoria condivisa, ma come peso che non smette di esercitare la sua forza, anche quando il mondo intorno cambia e prende coscienza dei crimini nazisti.

Un film sul presente, non solo sulla Storia

La scomparsa di Josef Mengele non è un film che guarda al passato per archiviarlo. Al contrario, lo usa come lente per interrogare il presente. «Ci sono ancora oggi intellettuali che mettono in dubbio l’Olocausto», ha dichiarato Serebrennikov. «È per tale ragione che questo film doveva esistere». Una presa di posizione netta, che spiega la necessità stessa dell’opera.

Distribuito in Italia da Europictures, il film arriva in sala dal 29 gennaio come un’opera scomoda, rigorosa, priva di concessioni. La clip esclusiva offre un primo sguardo su uno stile cinematografico diverso rispetto ai lavori precedenti del regista: più asciutto, più severo, radicalmente anti-spettacolare.