L’agente segreto, recensione: un thriller politico ambientato nel Brasile del 1977
CinemaTra thriller politico e noir, L’agente segreto è un film che lavora per stratificazioni, dissonanze e attriti, trasformando la paura in paesaggio. Premiato a Cannes con il Prix d’interprétation masculine e ai Golden Globe, e candidato all’Oscar, il film di Kleber Mendonça Filho segue la fuga silenziosa di un uomo braccato, incarnato da Wagner Moura. Un’opera che intreccia cinema di genere, archivi, corpo e Storia, dove la forma non è mai un vezzo ma diventa contenuto. Al cinema in Italia dal 29 gennaio
Il passato, in L’agente segreto, non è un ricordo da evocare ma una presenza fisica. È lì, disteso sull’asfalto, coperto da un telo sporco che i cani randagi hanno già iniziato a mordere. È un cadavere davanti a una pompa di benzina, abbandonato sotto il sole, un ladro freddato di cui nessuno sembra interessarsi. Nemmeno la polizia, che arriva, guarda altrove, chiede soldi, si accontenta di un pacchetto di sigarette. La violenza non è uno scandalo: è amministrazione ordinaria.
Kleber Mendonça Filho apre il film così, senza preamboli né cornici storiche. Nessuna spiegazione, nessun contesto didattico. Solo un’immagine che contiene già tutto: la morte normalizzata, l’arbitrio, l’indifferenza come forma di potere. L’agente segreto non racconta la dittatura militare brasiliana: ne mette in scena la logica, la temperatura emotiva, il modo in cui si infiltra nella vita quotidiana fino a diventare paesaggio.
Siamo nel 1977, a Recife, durante il Carnevale. Ma non c’è folklore, non c’è sambodromo, non c’è colore da cartolina. Il Carnevale è rumore di fondo, caos che copre, maschera che permette alla violenza di passare inosservata. È il momento perfetto per sparire. Marcelo arriva in città con un nome che non è il suo, un passato che non può dichiarare, una fuga da organizzare prima che qualcun altro organizzi la sua fine. Non è un agente segreto. È un uomo costretto alla clandestinità per necessità, non per scelta. Ed è proprio questo a rendere il film così inquieto.
Un thriller che non cerca la linea retta
Mendonça Filho costruisce L’agente segreto come un thriller politico che rifiuta qualsiasi linearità rassicurante. La trama esiste — un uomo braccato, due killer in arrivo, una rete di potere che decide chi può essere cancellato — ma il film si espande continuamente ai margini. Devia, si contamina, cambia registro. Noir, horror, commedia nera, farsa, melodramma: tutto convive senza mai stabilizzarsi.
Una scritta su un muro — “La macumba è il twist dei poveri” — basterebbe da sola a spiegare il film. È una frase che contiene insieme ironia e disperazione, cultura popolare e marginalità, superstizione e politica. È la sintesi di un mondo in cui il potere osserva dall’alto e chi sta sotto inventa linguaggi obliqui per sopravvivere. Come il film stesso.
La celebre gamba umana trovata nello stomaco di uno squalo, che diventa leggenda urbana e quasi creatura fantastica, nasce esattamente da questo cortocircuito. Quando la censura impedisce di raccontare la verità, il reale si traveste da assurdo. Il grottesco diventa un codice. Il mostruoso, una lingua alternativa.
Approfondimento
Wagner Moura e L’agente segreto, quando il corpo diventa politico
IL cinema come rifugio e trappola
Il cinema, in L’agente segreto, non è mai un semplice omaggio cinefilo. È un elemento strutturale, un luogo fisico e simbolico. Sale buie, schermi che proiettano incubi mentre fuori l’incubo è reale. Il cinema come rifugio, certo, ma anche come spazio di controllo, di sorveglianza, di desiderio.
Lo squalo terrorizza il figlio di Marcelo prima ancora di essere visto. Basta la locandina: l’immagine è sufficiente a generare incubi. È un terrore astratto, immaginato, proiettato. Quando finalmente il bambino vedrà il film, quegli incubi svaniranno. Come se Mendonça Filho suggerisse che affrontare il mostro — guardarlo in faccia — è meno devastante che subirlo come minaccia invisibile. Una lezione che vale per il cinema, ma soprattutto per la Storia.
Diverso è l’effetto di Il presagio. La proiezione del film con Gregory Peck introduce un’altra forma di paura: quella metafisica, assoluta, quasi religiosa. Ma L’agente segreto è chiarissimo su un punto: l’essere umano può essere infinitamente più malevolo dell’Anticristo. Il male non arriva dal soprannaturale. È già nelle strutture, nelle istituzioni, negli uomini che esercitano il potere senza volto.
La colonna sonora: dissonanze, memoria, desiderio
Anche la colonna sonora di L’agente segreto lavora per attrito, non per accompagnamento. Mendonça Filho costruisce un paesaggio sonoro che riflette la schizofrenia emotiva del 1977: convivono innocenza e violenza, desiderio e minaccia, intimità e repressione. L’uso di Guerra e pace, pollo e brace di Ennio Morricone, con le voci bianche di Renata Cortiglioni, introduce una dimensione quasi infantile e perturbante insieme: una musica che sembra promettere ordine e armonia mentre sotto scorre il caos. Accanto a questo, il corpo sensuale e liberatorio di Love to Love You Baby di Donna Summer irrompe come un atto di resistenza erotica, un’esplosione di desiderio in un mondo che controlla e punisce i corpi. Più malinconica e fragile, If You Leave Me Now dei Chicago porta nel film una sospensione sentimentale, il dolore di un abbandono che riecheggia quello privato e politico del protagonista. Infine, Retiro: Tema de Amor Número 3 del Conjunto Concerto Viola chiude il cerchio con una musica che sembra provenire direttamente dalla terra, dal paesaggio emotivo brasiliano, come un controcanto intimo alla violenza della Storia. Nulla è casuale: ogni brano è una crepa, un ricordo, un desiderio che affiora quando le parole non possono farlo.
Wagner Moura, una performance da Oscar
Al centro del film c’è Wagner Moura, che ci offre un'interpretazione straordinaria. Non per esplosione emotiva, ma per sottrazione. Il suo Marcelo è un uomo che vive in costante ascolto del pericolo. Ogni gesto è misurato, ogni sguardo sembra arrivare dopo un pensiero che non vediamo. Moura lavora sul corpo come archivio emotivo: porta addosso la stanchezza, il lutto, la paura di essere riconosciuto. Eppure, il suo personaggio non esiterebbe ad ammazzare chi se lo merita a colpi di martello.
Moura non cerca mai l'applauso facile, non chiede empatia. Ed è proprio questa rinuncia a rendere il protagonsita così potente. Marcelo non domina il film: lo vive in prima persona. Assorbe il caos, la violenza, l’assurdo, senza mai diventare eroe. La sua resistenza è tutta interiore, silenziosa, fragile. È un uomo che resta, quando tutto invita a sparire.
Forma e contenuto coincidono
In L’agente segreto nulla è decorativo. Nemmeno la fotografia, nemmeno il formato cinematografico. L’uso del Panavision anamorfico, la grana, la composizione dell’inquadratura non sono una posa vintage, un vezzo autoriale, un feticcio cinefilo. Sono una scelta espressiva precisa, funzionale. In questo film la forma è contenuto.
Il formato largo non apre lo spazio: lo rende più opprimente. Ogni angolo dell’inquadratura sembra potenzialmente minaccioso. La bellezza dell’immagine non consola, non abbellisce. Serve a far sentire il peso del tempo, la densità di un’epoca in cui tutto era osservato, registrato, controllato.
Archivi, nomi, sopravvivenza
Registrazioni, documenti, cassette, identità false: il film è attraversato da archivi. Cercare il passato è un gesto rischioso. Ricostruirlo, ancora di più. Mendonça Filho trasforma il lavoro d’archivio in azione narrativa: frugare tra le carte significa riattivare ciò che qualcuno ha voluto cancellare.
I salti temporali verso il presente non portano risposte, ma nuove domande. Non c’è verità definitiva, non c’è chiusura. Solo frammenti. E la consapevolezza che ricordare non è mai neutro.
Un film che rifiuta il folklore
L’agente segreto rifiuta ogni tentazione folkloristica. Non esotizza, non addolcisce, non mitizza. Il Brasile che mostra è complesso, violento, contraddittorio. Un luogo in cui la festa convive con la sparizione, la musica con la paura, il desiderio con la repressione. Un Paese raccontato non come scenario, ma come sistema.
Un’opera che non cerca adesione immediata né applauso finale. Chiede allo spettatore tempo, attenzione, disponibilità a perdersi dentro una materia densa e instabile. È un cinema che osserva, accumula, devia, e solo alla fine lascia intravedere il disegno complessivo. Kleber Mendonça Filho firma un film in cui il thriller diventa strumento per interrogare la memoria, e la messa in scena trasforma la paura in linguaggio. In uscita nelle sale italiane dal 29 gennaio, L’agente segreto continua a lavorare nello spettatore anche dopo la visione, come fanno solo le opere che trasfigurano un'urgenza in arte.