Giulio Regeni, 10 anni dopo: un film che interroga la nostra memoria

Cinema
Massimo  Vallorani

Massimo Vallorani

A dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, il documentario di Simone Manetti riporta al centro non solo la vicenda giudiziaria ancora sospesa, ma il valore civile della memoria. Attraverso le voci dei genitori e dell’avvocata Ballerini, il film intreccia racconto intimo e riflessione collettiva, trasformando la ricerca di verità in una domanda che riguarda il Paese intero

Dieci anni dopo quel 25 gennaio 2016, l’ultima sera in cui Giulio Regeni inviò un messaggio dal Cairo, la storia sembra aver assunto la forma di una ferita non rimarginata ma costantemente esposta alla luce pubblica. Il ritrovamento del corpo il 3 febbraio, lungo la strada per Alessandria d’Egitto, ha consegnato all’Italia un trauma che continua a risuonare nel dibattito civile. Ma più del fatto in sé, è la persistenza della domanda — che cosa è accaduto davvero? — a definire la natura di questa ricorrenza. “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, diretto da Simone Manetti e in sala dal 2 al 4 febbraio 2026, non si limita a ripercorrere le tappe note della vicenda: ne sonda le vibrazioni culturali, il peso simbolico, la sua capacità di riverberare nella coscienza collettiva.

LA VERITÀ COME NODO IRRISOLTO DELLA CONTEMPORANEITÀ

Le versioni contraddittorie fornite dalle autorità egiziane — dall’ipotesi dell’incidente alle ricostruzioni successivamente smentite — appartengono ormai al repertorio della storia ufficiale. Ma ciò che il film mette in scena non è un ennesimo mosaico investigativo: è la percezione dell’assenza. La verità, più che un punto di arrivo, diventa un’ombra che scorre ai margini del racconto, una presenza negativa che definisce ciò che non sappiamo e ciò che, come comunità, continuiamo a non ottenere. Le incertezze, le rogatorie rimaste sospese, gli ostacoli diplomatici non compongono un episodio isolato, ma un esempio paradigmatico di come il potere — qualunque potere — possa sottrarsi alla trasparenza. È in questo scarto tra il dovere della verità e la sua mancata restituzione che il film trova la sua tonalità morale.

People hold signs depicting Giulio Regeni and reading ''365 days without Giulio'' as they attend a march in memory of the Italian researcher at Sapienza University on the first anniversary of his disappearance in Egypt, Rome, Italy, 25 January 2017. Italian President Sergio Mattarella on the same day called for cooperation to bring the killers of Regeni in Egypt to justice. 'Italy has mourned the killing of one of its studious young people, Giulio Regeni, without full light being shed on this tragic case for a year, despite the intense efforts of our judiciary and our diplomacy', Mattarella said on the first anniversary of Regeni's disappearance. 'We call for broader and more effective cooperation so that the culprits are brought to justice'. Guilio Regeni was an Italian PhD student researching the independent trade unions in Egypt, he disappeared on 25 January 2016 in Cairo, then his body was found in a ditch on Cairo-Alexandria road outside of Cairo on 03 February 2016 with signs of torture.  ANSA/MASSIMO PERCOSSI

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FIUMICELLO COME MICROSCOPIO DI UNA COMUNITÀ PIÙ AMPIA

Fiumicello in provincia di Udine,  non è solo il paese in cui Giulio è cresciuto: è un laboratorio di memoria. Le iniziative che si svolgono qui — dal flash mob “Un’onda d’urto in giallo” all’anteprima del documentario — raccontano di una comunità che ha trasformato il lutto in ritualità collettiva, in una forma di resistenza civile.

La “Camminata dei diritti”, che alle 19.41 del 25 gennaio invita a un minuto di raccoglimento, non è soltanto un gesto commemorativo: è una performance contemporanea, un modo per ridefinire lo spazio pubblico attraverso la memoria condivisa. Le panchine gialle, le candele, le letture tratte da Giulio fa cose sono dispositivi simbolici che rendono visibile ciò che la vicenda Regeni rappresenta: un conflitto tra oblio e consapevolezza. La mostra “Giulio continua a fare cose… – Il Popolo giallo: una storia collettiva” rafforza questa tensione. Qui la cultura non è ornamento: è pratica sociale.

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IL FILM COME OGGETTO CULTURALE, PRIMA CHE CINEMATOGRAFICO

Manetti sceglie una regia che evita la spettacolarizzazione e preferisce la misura. Le testimonianze di Paola e Claudio Regeni e dell’avvocata Alessandra Ballerini non sono semplicemente elementi narrativi: diventano una forma di pedagogia civile. Il film non cerca il pathos, ma la consapevolezza. Non vuole riaprire una ferita, ma chiede di non chiuderla prematuramente.

L’opera si inserisce nella tradizione dei documentari che interrogano il reale attraverso lo sguardo dell’etica prima ancora che della cronaca. È un film che parla di Giulio, certo, ma parla anche di noi: della nostra capacità — o incapacità — di chiedere conto a chi esercita il potere.

NON UN EPILOGO, MA UNA DOMANDA APERTA

A dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, ciò che emerge non è un bilancio, ma un’urgenza civile e culturale. La vicenda interroga la nostra capacità di custodire la memoria e di difendere la trasparenza come valore democratico. Nella storia di Giulio non c’è solo la richiesta di verità: c’è la misura con cui una comunità si riconosce responsabile del proprio sguardo, della propria attenzione, della propria capacità di continuare a chiedere.

Il documentario di Simone Manetti ricorda che il cinema, quando si avvicina alle zone d’ombra della realtà, può diventare una forma di resistenza morale. Non offre soluzioni, ma restituisce l’esigenza di non sottrarre la vicenda Regeni al dibattito pubblico. È un invito a mantenere viva la tensione verso la verità, a non accettare la semplificazione, a non lasciare che la memoria si dissolva nel rumore di fondo del presente.

In questo senso, l’opera non chiude un cerchio; semmai lo amplia. Interroga la coscienza di chi guarda e ricorda che la responsabilità non appartiene solo alla famiglia Regeni, ma a tutti noi. Perché alcune storie — e alcuni silenzi — continuano a misurare il modo in cui una società sceglie di stare al mondo.

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