No Other Choice di Park Chan-wook, la recensione: lavoro, carta, sangue e algoritmo

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Dopo il passaggio in concorso alla Mostra di Venezia, No Other Choice – Non c’è altra scelta di Park Chan-wook arriva al cinema dal 1° gennaio con Lucky Red. Una dark comedy nerissima sul lavoro come identità, sul capitalismo che divora e sull’uomo costretto a scegliere tra dignità e sopravvivenza. Con un grande Lee Byung-hun e un cast stellare, il regista di Oldboy firma un film crudele, ironico e spietatamente contemporaneo

 

Dopo il passaggio in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, No Other Choice – Non c’è altra scelta di Park Chan-wook arriva finalmente al cinema dal 1° gennaio, distribuito in Italia da Lucky Red. È un ritorno atteso e insieme sorprendente: perché il regista di Oldboy, Mademoiselle e Decision to Leave sceglie ancora una volta la forma del genere per parlare del presente, ma lo fa spingendo la sua poetica verso una dark comedy feroce, grottesca, dolorosamente reale.

La parabola di Man-su (Lee Byung-hun), padre di famiglia e specialista nella produzione di carta, è il racconto di una caduta che non riguarda solo un uomo, ma un intero sistema. Il licenziamento improvviso non è l’inizio di un dramma individuale: è l’innesco di una guerra silenziosa combattuta nel cuore del capitalismo contemporaneo, dove il lavoro non è solo sostentamento ma identità, status, dignità.

“We’re sorry. We have no other choice”

Un licenziamento non è mai soltanto un fatto economico. È un’ascia che cala, recide, separa l’uomo dalla propria definizione di sé. Non a caso, l’oggetto simbolo del film — tratto dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake — è proprio un’ascia. Un utensile primitivo, brutale, che diventa emblema di un mondo dove la razionalità aziendale si trasforma in violenza concreta.

Park Chan-wook lo sa bene: la sua regia non giudica, osserva. E mentre osserva, affonda. Perché quando perdi il lavoro perdi molto più di uno stipendio: perdi il diritto di restare.

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No Other Choice - Non c'è altra scelta, trailer in italiano del film

Carta canta, e a volte uccide

Carta canta, e talvolta uccide. O addirittura si muore per la carta: per un posto di lavoro, per mantenere la famiglia, per non vendere la casa in cui sei cresciuto. Sarà banale, brutale, financo volgare, ma se i soldi non danno la felicità, figurarsi la povertà. A nessuno, neppure a un epigono di San Francesco, piace mettere in vendita le pareti che custodiscono memorie e infanzie.

Il film comincia con un’immagine di pienezza: una famiglia coreana che festeggia un barbecue luculliano, con l’anguilla afrodisiaca in primo piano. Una festa che sembra promessa di felicità e che invece nasconde già la frattura. La tragedia è in agguato, come il “tamarro dietro l’angolo” cantato da Elio e le Storie Tese in Shpalman.

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Dal festival alla sala: un film che cresce nel mondo

Presentato a Venezia, No Other Choice ha intrapreso un percorso internazionale che ne ha confermato la forza e la risonanza. Il film è stato selezionato dalla Corea del Sud per la corsa agli Oscar e ha ottenuto riconoscimenti importanti nei principali premi asiatici e internazionali.

Ai Blue Dragon Film Awards, uno dei più prestigiosi premi cinematografici coreani, ha conquistato sette vittorie, tra cui Miglior Film e Miglior Regia per Park Chan-wook, con Son Ye-jin premiata come Miglior Attrice. Sono arrivate anche candidature ai Critics Choice Awards e ai Golden Globes, dove Lee Byung-hun concorre come miglior attore in un film commedia o musicale. Un percorso che accompagna il film fino all’uscita in sala dal 1° gennaio, trasformandolo da titolo festivaliero a vero evento cinematografico.

Freud, la carta e l’amore

Non importa quanto tu sia bravo, bisogna “ottimizzare”. E tanti saluti. Freud, pur bollato come misogino e démodé, aveva intuito che l’essenza di un’esistenza si riduce a due cose: amare e lavorare. E Man-su, il protagonista, il lavoro lo perde. Ha la carta nelle vene, sa domare le piante come bonsai preziosi, ma senza il lavoro tutto si sgretola.

L’amore della moglie non basta a salvarlo. Lei si veste da Pocahontas per una festa, lui dovrebbe arrivare come John Smith: ma giunge tardi, e la vede ballare con il dentista — che non è solo rivale amoroso ma anche datore di lavoro. Gelosia e umiliazione si mescolano in un cocktail micidiale

Il buono che non può restare buono

Man-su sarebbe, in fondo, un uomo buono. Ma la bontà non è contemplata in un sistema che ti inghiotte e ti risputa. Per riconquistare il “magico mondo della carta” non resta che sporcarsi le mani di sangue. Il primo omicidio, filmato da Park con feroce ironia slapstick, esplode come un cartone di Tex Avery: il pubblico di Venezia ha applaudito, catturato da un’energia che mescola violenza e comicità. L’umorismo coreano è speziato, e non piace a tutti, ma chi lo rifiuta non sa cosa si perde: un antidoto all’orrore, un sorriso che lacera.

Figli, insetti e futuro

Il film è popolato da momenti paradossali e memorabili. La figlia di Man-su, talento del violoncello, vive di parole altrui, come se non avesse ancora una voce propria. Eppure, nel finale, pronuncia la frase più crudele: “Gli insetti stanno mangiando il suo cadavere”. È l’innocenza che diventa oracolo, la verità che scivola dalla bocca dei bambini come un verdetto.

E poi la sequenza conclusiva: la carta — antica, fragile, mortale — si intreccia con la potenza scintillante dell’intelligenza artificiale. Park ci mostra che anche ciò che crediamo eterno è precario, sostituibile, divorato da un futuro che corre più veloce del presente.

Un cast stellare al servizio della tragedia

Lee Byung-hun è il cuore pulsante del film: la sua metamorfosi da uomo comune a criminale disperato è un viaggio negli abissi della sopravvivenza. L’attore, già icona globale grazie a Squid Game, regala un’interpretazione sfaccettata, capace di passare in un respiro dalla dolcezza all’ombra. Accanto a lui, Son Yej-in è la moglie Miri, donna che non si arrende, luce razionale in una tempesta.

Park Hee-soon porta in scena Sun-chul, manager odiato e invidiato, volto allegro nei social e ambiguo nella realtà. Lee Sung-min e Yeom Hye-ran incarnano un’altra coppia allo sbando, tra alcolismo e rimpianti, mentre Cha Seung-won presta carisma a Sijo, veterano ridotto a vendere scarpe, gigante costretto a piegarsi in servilismo. Tutti hanno accettato il progetto “a scatola chiusa”: per gli attori coreani, lavorare con Park Chan-wook è un onore assoluto.

Una messa in scena tra ironia e crudeltà

Il film è costruito con una cura maniacale. La fotografia di Kim Woo-hyung cattura spazi concreti e insieme stranianti; la scenografia di Ryu Seong-hie trasforma la casa di Man-su in un simbolo: brutalismo di cemento armato e nostalgia borghese anni Settanta, luogo che riflette le crepe interiori del protagonista.

La musica di Cho Young-wuk, registrata con la London Contemporary Orchestra ad Abbey Road, oscilla tra tensione e ironia, tra archi solenni e stoccate sarcastiche. È un contrappunto che amplifica la doppia anima del film: tragedia e commedia, disperazione e farsa.

L’arte che non muore

In conferenza stampa, Park ha dichiarato che il cinema non morirà mai. Potrà sopravvivere anche con uno smartphone, ma continuerà a vivere perché è più forte dei numeri e dei budget. Come Man-su, anche il cinema è condannato a reinventarsi continuamente. Non c’è altra scelta.

Il titolo dice tutto: No Other Choice.
Non c’è scelta. Non per Man-su, non per noi. Solo resistere, amare e lavorare — anche quando il lavoro manca e l’amore vacilla. Park Chan-wook lo sa, e per questo ci restituisce un film che è insieme spietato e tenero, brutale e ironico, antico come la carta e feroce come l’algoritmo che ci governa

Se No Other Choice fosse un cocktail

No Other Choice è un drink secco, nervoso, senza zucchero. Un Old Fashioned preparato male apposta: bourbon ruvido, ghiaccio che scricchiola come carta strappata, una scorza d’arancia lasciata lì a ossidarsi. Si beve per necessità, non per piacere. Ogni sorso brucia, ma scalda. È il cocktail di chi ha perso il lavoro ma non l’orgoglio, di chi resta in piedi anche quando il bancone si svuota e il bar chiude. Non consola, non assolve, non promette nulla. Dice solo la verità: non c’è altra scelta che continuare a bere, lavorare, resistere.

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