50 anni fa l'attentato di Monaco del 1972, Steven Spielberg l'ha narra nel film Munich

Cinema

Fabrizio Basso

I terroristi palestinesi di Settembre nero entrano nel villaggio olimpico e attaccano la delegazione israeliana: due atleti sono uccisi e nove presi in ostaggio. Il regista di Cincinnati ha ricostruito quella storia, e quello che ha comportato, in una pellicola capolavoro

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E' proprio vero che l'alba è il momento in cui i sogni muoiono. Al tramonto te lo aspetti un po' di più, c'è già un senso di fine. Ma l'alba dovrebbe portare solo luce. E mai quella che esce, intermittente, da armi da fuoco. Esattamente cinquant'anni fa questo è usccesso a Monaco di Baviera, nel villaggio olimpico. Un gruppo i palenistesi, che poi avremmo saputo appartere al movimento terroristico Settembre Nero ha assalto il viallgio degli israeliani uccidendone due all'istante e prendendone altri nove in ostaggio. Che guadagneranno solo qualche respiro di vita supplementare poiché anche loro moriranno, sorte che toccherà pure a cinque palestinesi e a un poliziotto tedesco. Il primo ministro israeliano Golda Meir autorizza l'operazione Ira di Dio e chiede al Mossad di vedicare gli atleti assassinati. Avner Kaufmann, interpretato magistralmente da Eric Bana, è a capo del commando un po' obtorto collo, qualcosa non lo convince; al suo fianco ci sono Steve (Daniel Craig), Carl (Ciaràn Hinds), Robert (Mathieu Kassovitz) e Hans (Hanns Zischler). Steven Spielberg in Munich racconta proprio osa è successo dopo.

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L'analisi di Spielberg è precisa e spietata. Uno degli elementi più forti è il senso di spaesamento di Avner che se da una parte è conscio che la vendetta deve esserci, dall'altra dubita anche perché entrano nel gioco la Cia e il Kgb che non approvano la strategia israeliana e questo scontro di poteri occulti porta altri tre cadaveri, sono quelli di Carl, Robert e Hans, tutti nella squadra di Avner, che ancora di più si sente ingranaggio di un complotto, di un qualcosa più grande di lui. Lo scenario gli si fa più chiaro quando torna in Israele, dopo avere eliminato sei terroristi palestinesi su undici. Li comprende che quando accaduto gli ha fatto smarrire il senso della giustizia, rendendolo a chi aveva fatto irruzione nel villaggio olimpico. Più forte il lui germoglia l'amore per la famiglia (ha una moglie e una figlia) e più forte in lui germoglia la sensazione che chi lui e i suoi ragazzi hanno ucciso forse non erano i veri colpevoli. Il colloquio finale col membro del Mossa Ephraim (Geoffrey Rush) gli trasmette ulteriori certezze che il bene e il male troppo spesso convivono e che chi si muove nell'ombra ha convenienza a farci che non è così.

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