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Chi era Salvador Dalí: 30 anni fa moriva l'artista dell'inconscio

Spettacolo
Salvador Dalí (foto di repertorio - Getty Images)

Dissacrante e provocatorio, l'artista nato a Figueres fu l'ultimo a catalizzare l'attenzione del mondo dell'arte sull'Europa. Dal cinema alla scultura, la sua eredità artistica resta enorme

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Il 23 gennaio 1989 moriva Salvador Dalí, uno dei più grandi artisti del Novecento, inventore del metodo paranoico-critico e sicuramente una delle personalità più influenti e poliedriche del suo tempo. In occasione dei trent'anni dalla morte, Sky Arte trasmette domani, alle 21.15, in prima visione tv e in esclusiva, il film documentario "Salvador Dali - La ricerca dell'immortalita'". Un viaggio inedito e meraviglioso tra le fotografie e i filmati unici di famiglia che ritraggono il pittore durante la sua vita.

Originale e provocatorio, nel corso della sua carriera durata oltre 70 anni Dalì realizzò più di 1.500 dipinti, oltre ad illustrazioni per libri, litografie, scenografie e costumi teatrali, disegni, sculture e altre opere. La sua eredità artistica è immensa e influenza ancora oggi il mondo e il mercato dell'arte contemporanei. La sua esperienza è stata l'ultima a mettere l'Europa al centro della scena artistica mondiale, prima dell'avvento della Pop Art che avrebbe spostato l'attenzione Oltreoceano.

L'infanzia e l'ombra del fratello

Nato a Figueres, paesino a tre ore di pullman da Barcellona, a pochi chilometri dalla Francia, Salvador Domènec Felip Jacint Dalí i Domènech era figlio di un notaio, Salvador Rafael Aniceto Dalí y Cusi, e di Felipa Dome'nech y Ferre's, donna vivace e appassionata di arte che influenzò enormemente il figlio. Suo fratello maggiore, anch'egli di nome Salvador, morì di meningite nove mesi prima della sua nascita a 2 anni. Anche questa vicenda ebbe un forte impatto sull'inconscio e la poetica di Dalí che, come raccontò nel suo diario, a cinque anni fu condotto sulla tomba del fratello dai genitori, i quali gli fecero credere di esserne la reincarnazione. Di suo fratello Dalí disse: "Ci somigliavamo come due gocce d'acqua, ma rilasciavamo riflessi diversi. Probabilmente lui era una prima versione di me, ma concepito in termini assoluti". Nel 1919 durante una vacanza a Cadaque's con la famiglia di Ramon Pichot, un artista locale che faceva regolarmente viaggi a Parigi, scoprì la pittura moderna. L'anno seguente il padre di Dalí organizzò nella residenza di famiglia una mostra dei suoi disegni a carboncino, mentre la prima vera esposizione pubblica la tenne nel 1919 al Teatro Municipale di Figueres. Ma ben presto un altro evento traumatico segnò la vita del pittore catalano. La morte della madre, avvenuta per un tumore nel 1921 fu definita da Dalí "la disgrazia più grande che mi sia capitata nella vita".

Gli anni dell'Academia

Nel 1922 il giovane Salvador andò a vivere nella Residencia de Estudiantes di Madrid e studiò all'Academia de San Fernando (Accademia di belle arti), dove inizio ad attirare l'interesse su di sé con i suoi modi da eccentrico dandy. I suoi segni distintivi divennero i capelli, le basette lunghe, le sue giacche, le calze lunghe e i calzoni alla zuava, imitando gli esteti britannici del XIX secolo. Ma a renderlo popolare furono i suoi dipinti, influenzati da Cubismo, poi dal dadaismo, vera linfa poetica della sua opera. È alla Residencia che strinse amicizia con Pepi'n Bello, Luis Bunuel e, soprattutto, Federico Garcìa Lorca di cui fu amico intimo. Nel 1926 fu espulso dall'Academia perché disse che nessuno era abbastanza competente da esaminare uno come lui. Nello stesso anno incontrò Pablo Picasso.

I celebri baffi

Divenuto ormai una celebrità, Dalí si fece crescere vistosi baffi, ispirati a quelli del grande maestro del Seicento spagnolo Diego Velázquez, che divennero un suo tratto fisiognomico inconfondibile. La scelta di avere baffi "affilati, imperialisti, ultra-razionalisti e puntati verso il cielo, come il misticismo verticale, come i sindacati verticali spagnoli" gli giunse dopo la lettura di Nietzche. A 28 anni dalla sua morte i baffi sono stati ritrovati intatti.

L'amore con Gala

Il 1929 fu un anno cruciale per Dalí. Incontrò la sua musa, fonte di ispirazione e futura moglie Gala, il cui vero nome era Elena Ivanovna Diakonova, un'espatriata russa di undici anni più grande di lui, ancora ufficialmente sposata col poeta surrealista Paul Éluard. Adorata da poeti e artisti, tanto da avere molteplici storie anche mentre viveva con Dalí: dal canto suo lui non la ostacolava, ma anzi la incoraggiava, considerandola quasi una divinità che dovesse salvare il genere umano. La coppia si sposò dopo cinque anni di convivenza, nel 1934. Nel 1958 si risposeranno con rito cattolico. Di lei scriveva nel suo diario, sempre riferito a Nietzche, che "il mio superuomo era destinato a diventare niente meno che una donna, la superdonna Gala", chiamata anche "l'Immacolata intuizione", capace di salvarlo da blocchi creativi e depressione. Dalí mise il suo amore per lei al di sopra di quello dell'amata madre: "L'amo più di mia madre, più di mio padre, più di Picasso, e perfino più del denaro!".

Il metodo paranoico-critico e il rapporto con i surrealisti

Sempre nel 1929 si unì ufficialmente al gruppo dei surrealisti di Montparnasse. Affinò il suo stile e diede un nome a quello che definì il metodo paranoico-critico: l'obiettivo principale era esplorare il subconscio. Da vero provocatore, Dalí non si lasciava mai scappare l'occasione di sconvolgere e irritirare, come quando, a una festa mascherata a New York lui e Gala si vestirono come il figlioletto di Lindbergh e il suo rapitore. Fu costretto a scusarsi con la stampa americana, ma fu rimproverato dai surrealisti per essersi scusato per aver compiuto un gesto in linea con la sua poetica. "Finirono per espellermi dal gruppo, perché ero troppo surrealista", scrisse.

Dalí e il cinema

Secondo il Centro di studi Daliniani della Fundaciò Gala-Salvador Dalí, il maestro di Figueres "è stato, senza dubbio, uno dei primi artisti ad aver compreso l'importanza che il cinema poteva avere come mezzo di comunicazione di massa", facendone "uno dei primi videoartisti della storia". Dalí ha infatti spesso coniugato immagini animate a dipinti e sculture, apparendo in diverse opere cinematografiche. Ne sono un esempio la sua collaborazione con Luis Buñuel in "Un chien andalou", a cui fece seguito nel 1930 "L'Age d'or", all'apice della gloria del cinema muto. Quest'ultimo film fu bandito per il suo contenuto scandaloso e fu riproiettato a New York solo nel 1950. Durante i suoi anni americani scrisse numerose sceneggiature che non furono mai realizzate. Considerava i Fratelli Marx, Cecile B. DeMille e a Walt Disney, "i più grandi surrealisti americani". Con quest'ultimo nel 1945, Dalí strinse una collaborazione per il progetto "Destino", un corto animato la cui produzione fu poi interrotta dopo pochi mesi a causa di alcuni problemi finanziari registrati dagli studios e legati alla guerra. La pellicola, della durata di sei minuti e trentadue secondi, sarà poi realizzata nel 2003 dalla Walt Disney Company. Sempre nel 1945, il maestro di Figueres collaborò con il regista e sceneggiatore britannico Alfred Hitchcock per il film "Io Ti Salvero'", il cui cast comprendeva attori del calibro di Ingrid Bergman e Gregory Peck. Fu interpellato in quanto massimo esperto di subconscio e sogni. Il regista chiese a Dalí di disegnare le scenografie per una sequenza che nel film durerà tre minuti.

Dalí e il nazismo

I surrealisti lo accusarono anche di simpatizzare per Franco e per Hitler, che il pittore ammirava in quanto prodotto folle, umoristico e quindi surreale del suo tempo. Dipingendo svastiche voleva mettere in luce l'assurdità del nazismo, voleva parodiarne i dettami, come quando la sua ricerca sugli elementi molli, che lo portò ai famosi orologi, lo spinse a dire "la carne paffuta di Hitler, che immaginavo come la più divina carne di una donna dalla pelle bianchissima, mi affascinava".

Gli ultimi anni di Dalí

Durante la Seconda guerra mondiale si trasferì in America, ma visse anche in Italia e in Francia. Nel 1960 iniziò a lavorare al Teatro-Museo Dalí nella sua cittadina natale di Figueres. Fu il suo progetto più grande e richiese la maggior parte delle sue energie fino al 1974. Continuerà poi a fare altre occasionali aggiunte fino alla metà degli anni Ottanta. Negli anni della vecchiaia, soprattutto dopo la morte di Gala avvenuta nel 1982, iniziò a firmare molte tele vuote e avallò numerosi falsi, al punto che le sue opere degli ultimi anni vengono considerate sempre con molti dubbi dagli esperti. Morì a Figueres il 23 gennaio 1989 all'età di 84 anni. Fu sepolto all'interno del suo Teatro-Museo a pochi isolati dalla casa in cui era nato. Diceva di sé: "L'unica differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo".