Go Nagai e il mito che unisce le generazioni: la grande legacy a Lucca Comics
Spettacolo
Il creatore di Mazinga Z, Goldrake e Jeeg Robot protagonista a Lucca Comics & Games per un incontro speciale con Gabriele Mainetti, Alessandro Apreda e Claudio Castellini. Tra la filosofia dell’antieroe e un accorato appello per la pace nel mondo, il Maestro giapponese celebra una legacy che attraversa generazioni e confini
Il manga, il cinema e il fumetto occidentale si sono incontrati a Lucca intorno all’opera di Go Nagai. Rec insignito recentemente dal governo giapponese del prestigioso Ordine del Sol Levante per il suo straordinario contributo alla cultura, il Maestro è stato protagonista di un panel insieme al regista Gabriele Mainetti, al divulgatore Alessandro Apreda (DocManhattan) e al disegnatore Claudio Castellini. Una celebrazione che si è trasformata in una riflessione sull’essere umano, l’arte, la libertà e la speranza.
L’antieroe, l’oscurità e la lezione di Devilman
Ad aprire il confronto è Gabriele Mainetti, che con Lo chiamavano Jeeg Robot ha portato l’immaginario nagaiano nel cuore del cinema italiano contemporaneo. Il regista ricorda quanto la lettura dei manga di Nagai sia stata importante nella sua formazione, soprattutto per la capacità di superare una separazione netta tra bene e male.
«La cosa che mi affascinava di più era la figura dell’antieroe: non c’era un divario così marcato tra il bene e il male, ma c’era la chiave dell’essere umano», racconta Mainetti.
Una complessità che trova forse la sua espressione più estrema in Devilman, opera nella quale la natura umana e quella demoniaca finiscono per confondersi. È ancora Mainetti a offrire una delle interpretazioni più intense dell’incontro: «Devilman, che potremmo definire un’opera pessimista, è in realtà una grandissima dichiarazione d’amore, perché ci fa capire dove possiamo andare a finire [...] nel momento in cui smettiamo di riconoscere nell’altro un essere umano».
La riflessione si sposta così sul rapporto tra violenza, amore e speranza. Nagai racconta come, anche nei suoi mondi più oscuri e dominati dal combattimento, ciò che conta sia la possibilità di andare avanti attraverso valori positivi. «Quello che per me è importante è che si possa andare avanti credendo nell’amore, in un amore come speranza».
Incalzato poi da Mainetti sul tema della censura e sulla libertà degli artisti, Nagai ricorda di non aver mai avuto un controllo assoluto sul proprio lavoro: «Non è che decidessi proprio tutto da solo», spiega, sottolineando però di essere riuscito a trasmettere il messaggio e il valore delle proprie opere. Con un auspicio: che anche in futuro possano esserci autori capaci di creare con la stessa libertà.
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La nascita dei robot giganti
Tocca poi ad Alessandro Apreda, DocManhattan, chiedere al Maestro di tornare alle origini di una delle sue intuizioni più rivoluzionarie.
Nagai ne approfitta per correggere anche una piccola leggenda che negli anni si è creata intorno alla nascita dei suoi robot: non era bloccato in automobile nel traffico, come spesso viene raccontato.
«Io non ero dentro la macchina bloccato nel traffico, ero all’incrocio, fuori a piedi, e vedevo una fila di macchine imbottigliate», racconta. Osservandole, Nagai immaginò che un’automobile dotata di gambe avrebbe potuto semplicemente scavalcare quelle davanti. Da quella semplice intuizione quotidiana prende forma l’idea di qualcosa di completamente diverso da una normale automobile: un gigantesco robot.
Un’immagine apparentemente semplice destinata a cambiare per sempre l’immaginario dell’animazione giapponese.
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L’uomo dentro la macchina
È Claudio Castellini a portare il discorso un passo più avanti, chiedendo a Nagai come sia arrivato a concepire uno degli elementi decisivi della sua rivoluzione: l’idea di mettere un essere umano all’interno del robot.
«Il mio robot non è solo un pezzo di ferro, è guidato da una persona. Al suo interno c’è l’anima e la mente di un uomo, che si fonde con la macchina», spiega Nagai.
Il Maestro racconta di essersi interrogato anche fisicamente sul modo in cui il pilota avrebbe potuto entrare nella struttura e sulle proporzioni necessarie per rendere credibile quell’intuizione. L’obiettivo era trasformare il robot in qualcosa di diverso dalle macchine viste fino a quel momento: un’arma mossa direttamente dalla volontà e dal coraggio di un essere umano, quasi un’estensione del suo stesso corpo.
È uno dei concetti che meglio riassumono l’universo di Nagai: anche davanti alla macchina più potente, al centro rimane sempre l’uomo.
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La lezione di Gustave Doré
Dal rapporto tra uomo e macchina il confronto con Castellini si sposta sul disegno e sulla contaminazione tra le grandi scuole grafiche del fumetto europeo, americano e giapponese.
Nagai svela così una delle radici europee del proprio immaginario visivo: le illustrazioni di Gustave Doré.
«Il mio obiettivo è sempre stato quello di muovere le immagini, di dare vita dinamica al disegno», racconta. Nel lavoro di Doré, Nagai cercava la possibilità di immaginare le immagini di intermezzo, una sorta di ponte visivo tra un’illustrazione e l’altra capace di creare l’impressione di un movimento continuo.
Da Lucca 1992 alle nuove generazioni
È ancora Alessandro Apreda a riportare Nagai al suo rapporto speciale con il pubblico italiano. La prima visita del Maestro a Lucca risale al 1992, quando la manifestazione aveva dimensioni molto diverse da quelle di oggi.
«Quando sono venuto qui la prima volta nel 1992, la fiera era molto più piccola, l’atmosfera era diversa e il pubblico era ridotto», ricorda Nagai.
A distanza di oltre trent’anni, davanti a una folla cresciuta insieme alle sue opere, l’emozione è soprattutto quella di ritrovare i ragazzi che leggevano i suoi manga allora e che oggi, diventati adulti, continuano a seguirlo accanto alle nuove generazioni. «Mi commuove vedere che i ragazzi che leggevano i miei manga tantissimi anni fa sono ancora qui oggi, magari cinquantenni, insieme a nuove generazioni».
È forse l’immagine più concreta della sua legacy: storie e personaggi capaci di sopravvivere al tempo e di continuare a passare da una generazione all’altra.
Il futuro? Potrebbe essere fantasy
Nel corso di una carriera lunghissima, Nagai ha attraversato generi diversissimi, dai super robot all’horror, dall’erotismo al fantasy. Apreda gli chiede allora se esista ancora un territorio narrativo che non abbia esplorato e con cui vorrebbe misurarsi.
La risposta guarda al futuro, ma torna anche a uno dei mondi già attraversati dal Maestro: «Ho fatto così tanti generi che, se dovessi pensare a cosa fare adesso, potrei pensare a qualcosa di fantasy, un genere fantasy con nuove scelte e nuove sfumature».
Non l’annuncio di un nuovo progetto, dunque, ma la conferma della curiosità di un autore che, anche dopo aver costruito alcuni degli immaginari più riconoscibili del manga, continua a pensare a nuove storie e a nuove possibilità.
Nagai per la pace
Oltre al fumetto e al cinema, c’è spazio infine per un momento più personale, quando Nagai porta lo sguardo fuori dai mondi fantastici delle sue opere e si sofferma sulla situazione internazionale.
«Quello che adesso mi spaventa di più è la situazione generale del mondo, le guerre... scenari non proprio tranquilli. Fino a quando, fino a che punto andremo avanti così?», si domanda il Maestro.
Nagai precisa di non essere un politico e di non poter intervenire direttamente su questi conflitti, ma esprime un desiderio semplice e netto: «Vorrei davvero che si fermassero, che si potesse trovare la pace. [...] Vorrei davvero che ci fosse la speranza e che qualcosa potesse fermare la violenza».
L’incontro si chiude tra gli applausi e la foto di rito sul palco. Ma forse l’immagine che meglio racconta la legacy di Go Nagai rimane quella evocata poco prima: i ragazzi che lo accolsero a Lucca negli anni Novanta sono tornati oggi, adulti, accanto alle nuove generazioni cresciute con gli stessi robot, demoni ed eroi.
Un’eredità che continua a cambiare forma senza perdere il suo centro: l’essere umano