James Franco legge Roma, all'Ara Pacis le poesie di Gabriele Tinti su Enea e il sacrificio
Spettacolo
Sabato 3 ottobre alle 17 James Franco darà voce, al Museo dell'Ara Pacis, alle poesie di Gabriele Tinti ispirate al rilievo di Enea sacrificante ai Penati. Versi concepiti come preghiere, sulla scia di Virgilio. Penultimo appuntamento dal vivo della residenza poetica di Tinti nei Musei in Comune, sostenuta da Cinecittà, il reading mette in dialogo cinema, mito e archeologia e interroga il monumento simbolo della pace augustea sul rito di sangue che ne accompagna la memoria e sulla violenza nascosta dietro l'armonia
Un masso, una gola dello Utah, un coltellino dalla lama spuntata. In 127 ore di Danny Boyle all'alpinista Aron Ralston servono cinque giorni per capire che, se vuole tornare alla vita, dovrà lasciare nella roccia un pezzo di sé. E James Franco, candidato all'Oscar per quel ruolo, trasforma il gesto più atroce in un rito di rinascita. Sacrificare qualcosa per fondare qualcos'altro: è la più antica delle lezioni.
Virgilio la condensa in un solo verso, nel primo libro dell'Eneide: Tantae molis erat Romanam condere gentem, tanta fatica costava fondare la stirpe romana.
Ecco perché l'appuntamento romano sembra scritto da un ottimo sceneggiatore. Sabato 3 ottobre, alle 17, al Museo dell'Ara Pacis, Franco presterà la sua voce alle poesie di Gabriele Tinti ispirate al rilievo di Enea sacrificante ai Penati, sul fronte dell'altare che il Senato volle consacrare alla pace di Augusto. Un reading d'eccezione che costituisce il penultimo appuntamento dal vivo della residenza poetica di Tinti nei Musei in Comune di Roma, sostenuta da Cinecittà in collaborazione con The Rome Edition.
Una scrofa bianca sotto i lecci
Nell'ottavo libro dell'Eneide il dio Tiberino appare in sogno all'eroe troiano e gli annuncia un segno: sotto i lecci della riva troverà una grande scrofa bianca, sdraiata a terra con trenta piccoli attaccati alle mammelle. Trenta come gli anni che dovranno trascorrere prima che Ascanio fondi Alba, la città che porterà nel nome il candore di quell'animale.
Enea si sveglia, raccoglie l'acqua del fiume nel cavo delle mani e prega le Ninfe laurenti e il padre Tevere di accoglierlo, finalmente, dopo tanto errare. Poi scorge la scrofa e la offre in sacrificio a Giunone, proprio la dea che più di ogni altra lo aveva perseguitato.
È esattamente quest'ora sospesa che lo scultore augusteo ha fermato nel marmo. Enea, maturo e barbuto, il capo velato come si conviene a chi officia, si accinge alla libagione davanti a un altare rustico, mentre due giovani assistenti, i camilli, recano le offerte e conducono la vittima verso il suo destino. In alto, un piccolo tempio custodisce i Penati, gli dèi domestici strappati alle fiamme di Troia.
Qualche studioso, sulla scia dell'archeologo americano Paul Rehak, ha proposto di riconoscere in quella figura il re Numa anziché Enea, ma la lettura tradizionale resta di gran lunga la più condivisa.
«Le mie poesie sono state composte in forma di preghiere ispirate a quella che Virgilio fa levare ad Enea», spiega Tinti. «Le città degli uomini si fondavano così, con il sacrificio di una vittima animale. I miei versi si ispirano alle immagini del rilievo per celebrare Roma e la sopravvivenza del mito nella contemporaneità».
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Il marmo, la pace e il sangue
Decretata il 4 luglio del 13 a.C. e dedicata il 30 gennaio del 9 a.C., l'Ara Pacis Augustae fu voluta dal Senato come omaggio al princeps che tornava vincitore dalla Spagna e dalla Gallia, inaugurando una nuova età di prosperità.
Nelle Res gestae lo stesso Augusto ricorda come a magistrati, sacerdoti e vergini vestali fosse affidato il compito di celebrarvi un sacrificio ogni anno. Sicché anche il monumento più limpido della propaganda imperiale, con i suoi girali d'acanto e le sue processioni composte, poggia su un rito di sangue.
Il reading vuole restituire complessità a un'opera spesso percepita come puramente celebrativa, indagando il rapporto tra armonia apparente e violenza fondativa, tra la compostezza del marmo e la tensione sotterranea del rito.
Tornano in mente le Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin: non esiste documento di cultura che non sia, al tempo stesso, documento di barbarie.
D'altronde anche i marmi di Augusto hanno conosciuto il loro esilio. Sepolti per secoli sotto Palazzo Peretti, poi Fiano Almagià, riemersi a frammenti dal Cinquecento in avanti e dispersi tra Firenze, il Vaticano e Parigi, sono stati ricomposti nel 1938 accanto al Mausoleo di Augusto, per il bimillenario della nascita dell'imperatore, e infine accolti nel 2006 nella teca di vetro e travertino disegnata da Richard Meier.
Come Enea, anche l'altare ha dovuto cercare a lungo una casa.
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Un americano a Roma, tra Ginsberg e Hart Crane
Chi conosce James Franco soltanto come l'Harry Osborn della trilogia di Spider-Man firmata da Sam Raimi, o come il gangster dai denti d'argento di Spring Breakers — «Look at my shit!», ripeteva il suo Alien a bordo piscina, in estasi davanti al proprio bottino — potrebbe stupirsi di ritrovarlo davanti a un rilievo augusteo.
Ma c'è un altro Franco, più appartato e ostinato, che da anni coltiva una devozione quasi monastica per la letteratura. Ha studiato scrittura creativa, ha pubblicato raccolte di versi, ha portato sullo schermo Faulkner e Cormac McCarthy. E soprattutto ha prestato il volto ai poeti: Allen Ginsberg in Howl, il film di Rob Epstein e Jeffrey Friedman che ricostruisce il processo per oscenità contro il celebre poema, e Hart Crane in The Broken Tower, da lui stesso diretto. Due anime inquiete, due voci fuori dal coro.
Negli ultimi anni, poi, l'attore californiano ha trovato in Italia un set congeniale, come dimostra Hey Joe di Claudio Giovannesi, dove interpreta un ex marinaio americano che torna a Napoli sulle tracce del figlio mai conosciuto.
E per un progetto sostenuto da Cinecittà è difficile immaginare un interprete più adatto: uno straniero che dà voce all'esule troiano approdato sulle rive del Tevere per ricominciare da capo.
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La parola davanti all'immagine
L'appuntamento all'Ara Pacis si inserisce in un percorso più ampio, pensato come una vera e propria residenza poetica: attraversare i Musei in Comune non come semplici contenitori di opere, ma come luoghi vivi, dove la voce, il corpo e la poesia tornano a essere strumenti di conoscenza, capaci di riattivare il senso profondo delle collezioni.
Il cammino era cominciato a giugno con due letture. Il 18, nel Cortile di Palazzo Nuovo dei Musei Capitolini, Abel Ferrara aveva restituito la parola alle Statue Parlanti di Roma, quelle sculture dimenticate che trovano nel Marforio il loro centro di risonanza. Il 23, a Palazzo Braschi, era toccato a Franco Nero, voce dei versi ispirati agli affreschi di Apollo e le Muse attribuiti a Gerino da Pistoia, circa 1513, staccati nell'Ottocento dalla villa papale della Magliana e oggi finalmente esposti in modo permanente al Museo di Roma.
Un omaggio ai «nati sotto Saturno» di Rudolf Wittkower, artisti e poeti malinconici capaci di forgiare simulacri. Ora, con James Franco, un nuovo capitolo del percorso.
Del resto il progetto ecfrastico del poeta ha arruolato negli anni interpreti del calibro di Willem Dafoe, Kevin Spacey e Malcolm McDowell, in sedi quali il Metropolitan di New York, il Getty e il LACMA di Los Angeles, il British Museum, l'Art Institute di Chicago, il Parco Archeologico del Colosseo, Pompei e il Pantheon.
Non a caso, sul Guardian, Carol Rumens ha osservato come Tinti affronti la sfida ecfrastica riuscendo non soltanto a esaltare l'immagine, ma a rivelarci qualcosa di completamente nuovo su di essa.
Per Antonio Saccone, presidente di Cinecittà, il progetto intreccia scultura, pittura, poesia e la straordinaria mitologia narrativa di Roma con il cinema, grazie a «due magnifici nomi del cinema internazionale come Abel Ferrara e Franco Nero», ai quali ora si aggiunge James Franco. «È una sinergia di forme, tutte volte a ricreare la storia e l'incanto della Capitale».
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L'epiteto che Virgilio sceglie per il suo eroe non è coraggioso né astuto, bensì pius. Un aggettivo che l'italiano fatica a tradurre, giacché la pietas non coincide con la pietà: è il senso del dovere verso gli dèi, verso i padri, verso una patria che ancora non esiste.
È l'uomo che fugge da Troia in fiamme portando il vecchio Anchise sulle spalle, mentre il padre custodisce i Penati e il piccolo Ascanio gli cammina accanto. Lo stesso che, sul marmo dell'Ara Pacis, compie il gesto antico del sacrificio perché altri possano un giorno vivere in pace.
Forse è questo che la voce di James Franco andrà a cercare, sabato 3 ottobre, tra i girali d'acanto: non la gloria di Augusto, bensì la fatica di chi fonda.
Dal canyon dello Utah alle rive del Tevere, la lezione non cambia. Per rinascere bisogna lasciare qualcosa sull'altare.
Tantae molis erat.
E ogni città, prima di diventare eterna, nasce da una ferita.
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Come partecipare
Il reading di James Franco si terrà sabato 3 ottobre alle ore 17 al Museo dell'Ara Pacis, a Roma. L'ingresso è previsto secondo la tariffazione vigente del museo ed è gratuito per i residenti a Roma e nell'area metropolitana, previa esibizione di un documento valido che attesti la residenza, e per i possessori di MIC card.
Se fosse un cocktail
Si chiamerebbe Alba Victima. Un clarified milk punch, uno dei più antichi riti di purificazione della miscelazione: gin secco, vermouth bianco, sciroppo d'alloro e succo di limone, chiarificati nel latte fino a ottenere un liquido limpido come il marmo lunense dell'altare.
Sul bordo, appena un velo di sale e farro tostato finemente macinato, in memoria della mola salsa che le vestali preparavano per cospargere il capo delle vittime, da cui, per inciso, il verbo immolare. Una foglia d'alloro come guarnizione, perché proprio due allori, per decreto del Senato, ornavano la porta della casa di Augusto.
Si beve in silenzio, a occhi chiusi.
Come una preghiera.