Bake in Black, la mostra di Jelena Milosevic: il colore nero tra pane, ceramica e musica
Spettacolo
Dal 25 settembre la Food Genius Academy di Milano ospita Bake in Black, personale di Jelena Milosevic a cura di Flavia Vago. Il titolo gioca con il classico degli AC/DC e sostituisce il ritorno con la cottura: pane e ceramica, trasformati dal calore, dialogano attorno al nero inteso come materia generativa. Al centro la serie Kaolin, sedici ceramiche che custodiscono l'impronta di pani reali. Il vernissage intreccia il live cooking dell'Academy, il pianoforte e l'elettronica
«La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso». Così recita il secondo versetto della Genesi, nella traduzione della Conferenza Episcopale Italiana, prima ancora che il Creatore si decida a pronunciare il fatidico fiat lux. In principio, dunque, era il nero. Un buio che non è assenza, bensì attesa, anticamera cosmica in cui la forma ancora non si vede, eppure già scalpita per apparire. Forse per questo il nero è il colore più frainteso della storia dell'arte e financo del guardaroba, eternamente conteso tra il lutto stretto e la petite robe noire di Coco Chanel (Henry Ford, dal canto suo, concedeva ai clienti la Model T di qualsiasi colore, purché fosse nero). Ed è da questa tenebra feconda che prende le mosse Bake in Black, la mostra personale di Jelena Milosevic, a cura di Flavia Vago, che dal 25 settembre abita gli spazi della Food Genius Academy, in viale Col di Lana 8 a Milano, a un tiro di michetta dai Navigli. Un progetto prodotto da Desirèe Nardone, con la direzione artistica di Beppe Treccia / Kinetic Vibe Srl, in cui ceramica, pane, gastronomia e musica intrecciano un dialogo attorno a un unico tema: il nero come materia di trasformazione. Pane, amore e fantasia, verrebbe da dire con Luigi Comencini. Solo che qui, al posto della Bersagliera Gina Lollobrigida, a rubare la scena è la ceramica.
Chi è Jelena Milosevic, la sacerdotessa in nero
Nata in Serbia nel 1992, Jelena Milosevic si forma all'Istituto d'Arte di Belgrado prima di approdare a Milano, dove consegue il diploma di primo e secondo livello in Arti Visive all'Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 2015 fa parte degli artisti della Fondazione Wurmkos, con cui ha preso parte, tra l'altro, al progetto La passione del grano al PAV, Parco Arte Vivente di Torino, nel 2017 (titolo che, col senno di poi, suona come un presagio: nomen omen). Negli anni ha esposto in Italia, in Serbia e in Germania, dalle collettive alla Galleria Gaburro e da Lorenzelli Arte fino a NOIRÉ Kouture, l'anteprima che nel dicembre 2025 l'ha vista dialogare con la couture radicale di Nora Bourelly negli spazi della Maison Bourelly, con la curatela di Beppe Treccia e Alex Ibatici. Sei abiti Haute Couture immersi nel nero assoluto: un rito, più che una sfilata, come avevamo raccontato su queste pagine.
Istintività, casualità, ossessione, ripetizione. Quattro parole chiave che descrivono il suo lavoro e suonano come i comandamenti di un breviario laico. Racconta l'artista che il legame con il nero nasce da molto lontano, quando dipingeva già da bambina e ne scopriva, giorno dopo giorno, la smisurata potenza. Dalle prime prove di body art, il suo percorso approda a un'astrazione totale, a tele interamente nere (i Rolling Stones, del resto, lo cantavano già nel 1966: Paint It Black). La tecnica prediletta è il carboncino, e non per caso: esposto al sole e al tempo, il segno sulla carta svanisce da sé, consumato proprio dall'opposto delle tenebre. Una sorta di Nosferatu grafico, destinato a dissolversi all'alba. Milosevic lavora senza mai staccare la mano dalla tela, in un happening in cui traccia, nero su nero, figure di ascendenza picassiana, scritte e soprattutto, con ossessione quasi monastica, la lettera K, simbolo dell'intera sua opera e materializzazione del nero. Tant'è che la K ritorna nei titoli delle sue personali, da K-Body a Belgrado nel 2019 fino a K-Abstract e K-Orthalsia a Vrnjačka Banja.
Sono stratificazioni ritrose, che non si concedono al primo sguardo: occorre cercare l'angolazione e la luce giuste, come davanti al fotogramma sottoesposto di un noir d'antan, per scoprire sotto la superficie un florilegio di figure contorte e parole deliranti. E a chi ama la letteratura quella K solitaria non può non evocare Josef K., l'accusato che non conosce la propria colpa nel Processo di Franz Kafka, anch'egli smarrito in un labirinto di cui non intravede i contorni (che pure Kafka cominci con la K è una coincidenza che lasciamo volentieri agli appassionati di cabala).
Approfondimento
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Da Back in Black a Bake in Black, un riff che sa di forno
Il titolo è un riff, e che riff. Nel 1980 gli AC/DC pubblicano Back in Black, album dalla copertina nera come un abito da lutto, omaggio in forma di rock a Bon Scott, scomparso pochi mesi prima. Curiosa sincronia: lo stesso anno Pino Daniele si scopriva Nero a metà. Come spiega Flavia Vago nel testo critico della mostra, basta sostituire back con bake perché nel titolo irrompa la cottura. Il ritorno si fa infornata e la chitarra di Angus Young cede il passo alla pala del fornaio. Il calembour, degno di un solutore provetto della Settimana Enigmistica, avvicina così due materie apparentemente lontanissime: il pane e la ceramica. Entrambi nascono morbidi, docili sotto le dita, e diventano altro soltanto quando incontrano il calore (no, niente tornio alla Ghost, con buona pace di Demi Moore e Patrick Swayze). Sicché il forno del panettiere e la fornace del ceramista si scoprono sodali, custodi del medesimo rito: impastare, attendere, affidare al fuoco ciò che si è plasmato.
Kaolin, il pane che diventa memoria
È nella serie Kaolin che questo connubio trova una delle sue espressioni più compiute. L'installazione Kaolin (Bake in Black series) riunisce sedici elementi ceramici che riproducono l'impronta di pani reali. Il titolo rimanda al caolino, l'argilla bianca che è l'anima della porcellana e che deve il nome a Gaoling, villaggio cinese da cui veniva estratta (ameno paradosso cromatico, per un progetto votato al nero). E, complice la grafia inglese, pure Kaolin comincia con la lettera prediletta dall'artista. Qui la materia organica ed effimera del pane scompare e alla ceramica resta il compito di conservarne la traccia, come un calco. Viene in mente il pane carbonizzato restituito dagli scavi di Pompei ed Ercolano: pagnotte che l'eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo ha trasformato in reperti neri, testimoni ostinati della quotidianità di un forno romano. Se Marcel Proust affidava alla madeleine intinta nel tè il potere di resuscitare Combray, Milosevic compie il percorso inverso: non è il cibo a evocare il ricordo, ma il ricordo a sopravvivere al cibo. Presenza e assenza, consumo e permanenza. Del resto, ogni michetta milanese, con la sua cupola vuota, è già una piccola architettura dell'assenza. Un gesto quotidiano come spezzare il pane si trasforma così in memoria materiale
Il nero come principio generativo, dalla Nigredo al Quadrato nero
La ricerca di Jelena Milosevic si inserisce in una riflessione più ampia sul nero come origine. Attraverso un'indagine semiotica e semantica, l'artista lo interpreta come uno spazio primigenio in cui la forma non è ancora manifesta, ma contiene già la possibilità della propria apparizione. Un pensiero che la storia dell'arte conosce bene. Basti pensare al Quadrato nero di Kazimir Malevič, datato 1915, grado zero da cui ripartire per reinventare la pittura, oppure all'outrenoir di Pierre Soulages, quell'oltrenero in cui è la luce, riflessa dalla materia, a sgorgare dal buio. A offrire un'ulteriore chiave di lettura è la Nigredo alchemica, prima fase della Grande Opera, quella della dissoluzione e della putrefazione che precede ogni trasmutazione. Carl Gustav Jung, in Psicologia e alchimia (1944), ne fece la metafora dell'attraversamento dell'ombra, discesa negli abissi della psiche che prelude a ogni rinascita. Insomma, senza nero niente oro. Ecco allora che il nero smette di essere una fine e diventa un inizio. Un po' come il buio in sala, che al cinema precede sempre l'accendersi del proiettore.
Una mostra da gustare: il cibo come materia viva
A rendere peculiare Bake in Black è anche il luogo che la ospita. La Food Genius Academy, realtà dedicata alla formazione e alla cultura gastronomica, non fa da semplice cornice, ma entra nel progetto attraverso il design gastronomico e il live cooking realizzato da chef e allievi dell'Academy. Il cibo si insinua così nel percorso espositivo come materia viva, effimera e sensoriale, in dialogo con le opere e con il processo di trasformazione che le attraversa. Parimenti al carboncino che il sole cancella, il cibo è destinato a sparire: si mangia, ça va sans dire. Se la ceramica conserva la traccia del pane, il gesto gastronomico ne riattiva la dimensione esperienziale. D'altronde il cinema ci ha insegnato da tempo che la cucina può essere un'arte a tutti gli effetti: lo dimostra Il pranzo di Babette di Gabriel Axel (1987), in cui una cena sontuosa diventa un atto di grazia, capace di sciogliere persino l'austerità di una comunità luterana dello Jutland. E chissà che qualche visitatore, tra un assaggio e l'altro, non sia tentato di infilzare due panini con la forchetta e farli danzare come Charlot in La febbre dell'oro (1925). Sarebbe il più ghiotto degli happening.
Il vernissage del 25 settembre, dal pianoforte all'elettronica
Il percorso si completa con una dimensione sonora. Il vernissage di venerdì 25 settembre si svolge dalle 18 alle 22 e alle 19 prende il via il programma musicale con Dialoghi tra Chiari e Scuri, composizione per pianoforte solo di Camilla Arri Anselmini. Scelta quanto mai coerente, giacché il pianoforte è lo strumento che del bianco e del nero ha fatto la propria anatomia (Paul McCartney e Stevie Wonder, in Ebony and Ivory, ne ricavarono persino un inno alla convivenza). A seguire, le sound performance di KISK · Apparel Music e di The Father · Alberto Baiocco. Il suono accompagna la traiettoria concettuale della mostra, scivolando dalla dimensione acustica a quella elettronica e mettendo in relazione opere, cibo e ascolto. Tre linguaggi distinti convergono così su un tema comune: la metamorfosi della materia. La ceramica custodisce la memoria del pane, il calore modifica ciò che tocca, la mano dello chef risveglia i sensi e la musica traghetta l'orecchio dall'acustico all'elettronico. Una sinestesia che sarebbe piaciuta a Boris Vian e al suo Pianococktail, capace di miscelare drink dal sapore della musica suonata.
Informazioni utili
Bake in Black, mostra personale di Jelena Milosevic a cura di Flavia Vago, è ospitata dalla Food Genius Academy, in viale Col di Lana 8 a Milano. Il vernissage è in programma venerdì 25 settembre 2026 dalle 18 alle 22. La mostra è visitabile dal lunedì al sabato dalle 10 alle 17. La direzione artistica è di Beppe Treccia / Kinetic Vibe Srl, la fotografia di Davide Trasmunti. Media partner: Mi-Tomorrow.
Se fosse un cocktail
Se fosse un cocktail, Bake in Black sarebbe un Nigredo Toast, dove toast sta per brindisi ma anche per pane tostato. Una base di rum giamaicano invecchiato, lasciato in infusione con crosta di pane di segale tostata fin quasi a bruciare, un liquore al caffè per la profondità del colore, qualche goccia di amaro alla liquirizia e un tocco di bitter al cacao. Mescolato, non shakerato (James Bond ci perdonerà), servito in una coppetta di ceramica smaltata di nero, con una sottile sfoglia di pane nero croccante in guarnizione. Da sorseggiare lentamente, al buio, in attesa che la forma si manifesti. Poi, certo, sia la luce. Ma con calma.