Sebastian Fitzek a Milano: L’internato tra thriller, follia ed escape room

Spettacolo
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Sebastian Fitzek arriva a Milano con L’internato, il nuovo thriller psicologico pubblicato da Fazi Editore. Lo abbiamo incontrato nell’escape room di The Impossible Society ispirata al romanzo: la storia di un padre disposto a fingersi pazzo per entrare in una clinica psichiatrica di massima sicurezza e trovare il figlio scomparso. Tra serial killer, follia e paura, Fitzek racconta perché il crime oggi parla delle nostre ossessioni più profonde

L’internato: Sebastian Fitzek e gli abissi della mente umana

C’è una frase sulla quarta di copertina de L’internato che funziona come una piccola bomba a orologeria: «Si immagina quanto dev’essere orribile fuggire in continuazione da se stessi? Solo per scoprire ancora e ancora che non si può scappare dalla propria anima?». Rimane sospesa nell’aria come fumo di sigaro in un bar vecchio stile, e non smette di lavorare anche dopo che il libro è chiuso sul comodino. Ma Fitzek, prima ancora di cominciare, affida il tono del romanzo a Edgar Allan Poe, scelto come frase in esergo:

«Fui felice allora — benché solo in un sogno — Fui felice allora»

Poe non è una citazione casuale. È una dichiarazione di poetica: il sogno come unico rifugio possibile, e insieme come prigione da cui non si torna del tutto. Till Berkhoff, il protagonista, lo capirà a sue spese.

Incontro Sebastian Fitzek in una mattinata milanese ambigua — nuvolosa, poi luminosa, come i personaggi che popola. La location è The Impossible Society, in Corso di Porta Ticinese 107, sede dell’escape room temporaneamente riallestita per immergersi nelle atmosfere del romanzo. Fitzek arriva puntuale, con quella pacata affabilità bavarese che mal si concilia con il suo mestiere: costruire architetture dell’angoscia, abitare le stanze più buie della mente umana, portarci il lettore e poi, con una certa perfidia artigiana, togliergli la chiave.

L’internato: trama e temi del nuovo thriller psicologico di Fitzek

Nato a Berlino nel 1971, Fitzek ha studiato Giurisprudenza senza mai esercitare la professione — un’autobiografia che condivide con Kafka, anche se Kafka di notte costruiva castelli impossibili e Fitzek ospedali psichiatrici. Il suo esordio, La terapia (2006), ha sfidato il Codice da Vinci nelle classifiche tedesche. Da allora: trenta romanzi, venti milioni di copie, trentasei paesi. In Italia Fazi Editore lo pubblica con fedeltà: dopo Mimica — già adattato per Amazon International — e Portami a casa, L’internato è il suo ritorno al nucleo più bruciante della sua poetica.

La domanda da cui nasce il romanzo è tanto semplice quanto devastante: cosa faresti se tuo figlio fosse scomparso da più di un anno e l’unico uomo che forse conosce la verità fosse un serial killer rinchiuso in un ospedale psichiatrico, e si rifiutasse di parlare? Till Berkhoff, il protagonista, quella domanda se la fa ogni giorno. E la risposta che trova è folle quanto narrativamente perfetta: farsi internare nella stessa struttura, sotto falsa identità, con la cartella clinica di un paziente morto. Ma chi entra in un manicomio fingendo di essere pazzo, senza rischiare di diventarlo?

Fitzek costruisce la tensione sull’ambiguità tra simulazione e realtà con mestiere sopraffino. La prima parte ha qualche momento di rodaggio, ma dalla metà il libro accelera e non si ferma più. Capitoli brevissimi, colpi di scena calibrati come montaggio cinematografico, dialoghi essenziali. Non a caso stanno già lavorando all’adattamento: un film da cento minuti per lo streaming. Il vero punto di forza, tuttavia, non è nei meccanismi del thriller: è nel dolore di fondo di un padre che non ha nulla da perdere, nota bassa e insistente che non scompare nemmeno nelle scene più adrenalinatiche.

Approfondimento

Sebastian Fitzek: "Anche i tedeschi vivono in un thriller"

L’escape room di L’internato a Milano: date, luogo e come prenotare

Dal 20 maggio al 30 giugno, The Impossible Society in Corso di Porta Ticinese 107 ospita un’escape room temporanea ispirata al romanzo, nata dalla collaborazione tra Fazi Editore e il locale milanese. L’idea è quella più classica e più difficile da mantenere: chi entra cerca la verità, chi esce non è più lo stesso. Come Till, anche il giocatore deve mantenere la lucidità, saper distinguere gli indizi dalla paranoia, ragionare in uno spazio dove realtà e follia si confondono. Il tempo scorre. L’uscita non è mai così semplice come appare. Prenotazioni su theimpossiblesociety.it/linternato.

Intervista a Sebastian Fitzek

Gli chiedo delle origini del romanzo. Tutto è partito da un fatto di cronaca reale, sentito durante un compleanno: in Germania un assassino aveva ucciso due bambini, ma altri erano scomparsi senza lasciare tracce. Da lì la scintilla fondante, la domanda che Fitzek si è posto e che poi ha consegnato al protagonista del libro: «E se fossi stato il padre di uno di quei bambini scomparsi, sapendo che il killer era ancora vivo e in carcere ma si rifiutava di parlare, cosa avrei fatto?». Risposta ovvia: tutto il possibile. Risposta narrativa: farsi internare.

Gli faccio notare che la situazione ha qualcosa di molto cinematografico, quasi già scritta per lo schermo. Lui sorride:

«Non so quando accadrà, ma stanno già lavorando a una sceneggiatura per un film da cento minuti destinato allo streaming.»

Non è una sorpresa: Fitzek è già sulle piattaforme italiane con serie tratte dai suoi romanzi, Mimica ha avuto la sua versione cinematografica su Amazon, e nel 2025 è uscito The Calendar Killer — titolo originale Der Heimweg — diretto da Adolfo J. Kolmerer. Senza dimenticare La Terapia, la serie tv del 2023 tratta dal suo romanzo d’esordio, ennesima riprova che i suoi romanzi sembrano scritti già con una macchina da presa in testa. Capitoli brevi come scene, dialoghi essenziali, colpi di scena calibrati: l’adattamento, in un certo senso, è sempre già scritto dentro il libro.

Gli chiedo se il crime sia il genere più adatto per raccontare il mondo confuso in cui viviamo. La risposta è articolata, e suona come il prologo di uno dei suoi romanzi:

«Viviamo tempi molto complicati. Sentiamo continuamente notizie terribili e crudeli, ma spesso ne riceviamo solo frammenti o titoli. A volte vogliamo andare più a fondo, capire perché esistano persone malvagie, quale impatto abbia la violenza e come gli esseri umani cambino sotto pressione. I libri, a volte, riescono a darci delle risposte.»

E poi c’è la morte, aggiunge: riguarda tutti, ma la vediamo continuamente sui telegiornali e sui social, ridotta a notifica. Il crime diventa allora sia una forma di conoscenza sia una valvola di sfogo, un modo per affrontare qualcosa che altrimenti rimane solo rumore di fondo. Non un’evasione, ma un attraversamento.

 

 “Dentro la mente umana ci sono ancora misteri”

Quando parla della mente umana, però, è che la conversazione prende la piega più interessante. Gli chiedo se la psicologia dei suoi personaggi nasca da ricerca o da intuizione. E lui usa un’immagine che ha la qualità delle metafore riuscite, quelle che non si dimenticano:

«La mente è come gli abissi dell’oceano. Tutti conosciamo il mare profondo, ma nessuno di noi c’è davvero stato. Ci chiediamo quali creature misteriose vi abitino, proprio come ci domandiamo quali misteri si nascondano nella mente umana. Pensiamo al sonno: ogni giorno perdiamo coscienza per ore e, mentre sogniamo, diventiamo persone diverse. Sentiamo, vediamo, a volte persino voliamo. Dentro di noi ci sono ancora tantissimi misteri da esplorare.»

Mentre lo ascolto penso che questa metafora funzioni anche come una definizione involontaria della sua letteratura al suo meglio: la discesa controllata verso qualcosa di sconosciuto, con la certezza — o almeno l’illusione — di poter tornare in superficie. Fitzek fa questo ogni volta. E ogni volta porta il lettore con sé, senza avvisarlo del percorso. Poe, in esergo, aveva già detto tutto.

Come scrive Sebastian Fitzek: “La parte più dura è riscrivere”

Sul metodo creativo mi aspettavo la mitologia personale dello scrittore: il rito del caffè, la penna specifica, la scrivania con vista su qualcosa di significativo. Invece Fitzek opta per la radicalità del metodo industriale, con tutta l’eleganza del caso. Tutto parte da uno schema molto grezzo. Poi, dopo sessanta o settanta pagine, qualcosa cambia: i personaggi cominciano a fare quello che vogliono loro, non quello pianificato. La struttura iniziale è necessaria per cominciare, ma la scrittura non procede mai in linea retta:

«Vai da A a B, poi torni indietro ad A, rileggi, riscrivi, e poi magari riparti da C. È un po’ come scavare una buca tornando continuamente sui propri passi.»

La prima bozza richiede tre o quattro mesi ed è la parte più dura. Ma la parte più importante, ribadisce Fitzek, non è scrivere: è riscrivere. Quello che Flaubert chiamava il supplizio dello stile, la ricerca ostinata dell’unica parola giusta. Solo che Fitzek lo fa con trenta romanzi alle spalle, e l’inferno è diventato una routine produttiva.

L’ultima domanda è quella che faccio sempre: se dovesse dare tre consigli a un giovane scrittore, quali sarebbero? Il primo, sorprendentemente per uno degli autori più venduti d’Europa, non riguarda la trama:

«Non chiederti cosa voglia leggere il pubblico. Chiediti piuttosto cosa ti interessa davvero. Prima ancora di essere uno scrittore, sei un essere umano. Qual è la tua ossessione? I lettori percepiscono sempre la passione.»

Il secondo riguarda i personaggi: la trama serve a incuriosire il lettore, a spingerlo a comprare il libro, ma leggere è fare un viaggio con qualcuno. Chi cambia, e come: questa è la vera storia, e vale per qualsiasi genere narrativo, non solo per il thriller. Il terzo ingrediente Fitzek non lo nomina esplicitamente, ma emerge da ogni cosa che dice: la coerenza emotiva. La tensione non è una tecnica, è una conseguenza. Quando il dolore di Till è credibile, ogni scena acquista un peso che nessun colpo di scena da solo potrebbe garantire.

Se L’internato fosse un cocktail: il drink del thriller di Fitzek

L’internato sarebbe un Last Word. Non una delle versioni addolcite che circolano sui banconi più accomodanti, ma l’originale: parti uguali di gin, maraschino, green Chartreuse e succo di lime, ghiacciato fino all’osso, servito senza guarnizioni. Un drink che non chiede il permesso.

Il gin è la struttura portante: il congegno classico del thriller d’infiltrazione, solido e riconoscibile. Il maraschino è la dolcezza residua, quella nota emotiva del dolore di Till che non scompare mai del tutto. Il Chartreuse è l’inquietudine, quella sensazione che qualcosa non torna, che la realtà dentro la Steinklinik non sia affidabile. Il lime è la tensione, l’acidità che non lascia tregua e spinge avanti anche quando si vorrebbe fermarsi un secondo a respirare.

Lo si beve tutto d’un fiato. E quando si finisce, si ha la stessa identica sensazione che si prova chiudendo l’ultima pagina: di aver ingerito qualcosa di intenso, di non sapere bene com’è andata, e di voler ricominciare da capo solo per capirlo meglio. Come scriveva Boris Vian nel Pianococktail, il migliore dei drink è quello che ha il sapore stesso della musica suonata su di esso. E la musica de L’internato è quella di una sirena di ambulanza che non smette mai, anche quando la città è silenziosa e il libro è finalmente chiuso.

L’internato di Sebastian Fitzek, Fazi Editore, trad. Sveva Lizza. Escape room dal 20 maggio al 30 giugno, The Impossible Society, Corso di Porta Ticinese 107, Milano.

Spettacolo: Per te