Elena Santarelli a Le Iene: "Non abbiate paura di tornare a vivere"

Spettacolo

Camilla Sernagiotto

Credits: Mediaset / Le iene

L'attrice e showgirl è stata la 7° nuova conduttrice del programma di Italia 1, affiancando Nicola Savino e la Gialappa's Band nella 10° puntata, in onda il 16 novembre. "Questa sera non vi parlo della malattia di mio figlio ma di come si torna a vivere. Durante e dopo la malattia. Io mi sono vergognata di farlo”. Così incomincia lo sfogo rotto dall’emozione di una mamma che ha dovuto affrontare il più grande mostro che esista: il tumore di un figlio. Senza poter contare sulla solidarietà e l’empatia altrui

Elena Santarelli è stata la settima nuova conduttrice de Le Iene e ha affiancato Nicola Savino e la Gialappa's Band nella decima puntata dello show, andata in onda il 16 novembre.


Ha offerto agli spettatori un monologo a cui è impossibile resistere senza piangere, specie se sei una mamma ma anche se sei una donna e pure se sei un essere umano. La stessa Elena non ce l’ha fatta a resistere senza piangere: il suo sfogo liberatorio ha come protagonista una voce rotta dall’emozione. Dietro cui si cela una donna rotta dal più grande mostro che esista: il tumore di un figlio.

Ma a quel mostro indicibile che la conduttrice televisiva, attrice, showgirl ed ex modella è riuscita a sconfiggere, dato che fortunatamente il suo bambino è guarito, si è aggiunto un altro mostro: la mancanza di solidarietà e di empatia altrui.

Santarelli ha sdoganato un tabù, quello del senso di colpa di una madre che durante e dopo la malattia del figlio si prende un piccolo spazio per sé oppure cerca di tornare a vivere. Senso di colpa che è avvallato dalle occhiate e dai bisbigli altrui, di coloro che la giudicano vedendola dal parrucchiere senza sapere nemmeno di cosa stanno parlando. Perché se qualcuno sapesse cosa c’è dietro, mai si permetterebbe di aprire bocca, specialmente per fare uscire parole al vetriolo.

Elena Santarelli ha poi parlato di un altro senso di colpa, quello provato nei confronti delle altre madri conosciute in ospedale durante le cure del figlio che purtroppo non hanno avuto la stessa fortuna, perdendo i propri a causa della malattia.


Ma per capire come soltanto l'empatia sia la cura al male che abbiamo dentro, quell’odio che viene da chissà dove, e per capire inoltre che chiunque sia passato dal calvario che Elena e il suo bimbo hanno dovuto affrontare mai aprirebbe bocca per biasimare, basti pensare che le madri di chi purtroppo non ce l’ha fatta sono coloro che l’hanno maggiormente aiutata, spronandola a non vergognarsi della fortuna che ha avuto.

“C’è un’altra cosa che ti impedisce di tornare a vivere. È il senso di colpa per la fortuna che hai avuto. Perché tante amiche che ho conosciuto in ospedale, mamme come me, oggi non hanno più i loro figli. E quella fortuna sentivo di non meritarla più di loro. Così ho cercato di nascondere la mia felicità. Ma quelle mamme mi hanno detto: ‘Non ti devi vergognare’. Ed è solo grazie a loro, Valeria, Elena e Valentina, che non mi hanno condannata ma mi son state accanto, che ho potuto tornare a vivere tutte le mie emozioni e mi sono finalmente sono liberata”, queste alcune delle parole del monologo di Elena Santarelli. Monologo che vi riportiamo per intero alla fine di questo articolo.

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Elena Santarelli esordisce dicendo che non vuole parlare della malattia di suo figlio ma di come si torni a vivere, sia durante sia dopo la malattia.

“Io mi sono vergognata di farlo. Ho sentito parole che mi hanno fatto sentire sporca. Tipo: ‘Ma come fai a lasciare tuo figlio solo?’. Mi sono vergognata di tornare a lavorare, di uscire a cena con mio marito. Persino di andare dal parrucchiere quando ho sentito un’altra donna sussurrare: ‘Che ca**o ci fa qui la Santarelli? Io con un figlio malato starei a casa’. E a casa ci tornavo. Mi buttavo subito sotto la doccia, per pulirmi dallo sporco che quegli sguardi mi avevano appiccicato addosso. ‘Fai schifo’, mi dicevo, ‘cosa ti è venuto in mente?’. Grattavo via lo smalto appena messo sulle unghie, perché mi sentivo male a essermi presa un pezzo di vita per me”, racconta Elena Santarelli con voce rotta dall’emozione ingestibile.

“Quegli sguardi, quelle parole ti dicono che c’è solo un posto dove puoi stare: al fianco di tuo figlio che si sta ancora curando. Quegli sguardi ti proibiscono di essere altro dalla malattia”, ha continuato.

Soltanto chi passa attraverso tutto questo può capire appieno le parole di questa madre. Augurandoci quindi di non poterle capire mai appieno, bisogna sempre cercare in ogni modo e con ogni mezzo almeno di essere empatici. L’empatia è il sapersi immedesimarsi nei panni altrui, cercando di immaginare cosa prova una persona e quindi riuscendo in questo modo a non giudicare in modo superficiale e quasi sempre altamente dannoso.
 
“Oggi sono grata che i miei uomini, Giacomo e Bernardo, siano con me. E sono grata di avere imparato questa lezione, una delle poche che posso insegnare alle mie amiche donne: non sentitevi sporche, non sentitevi in colpa. Mi sono sentita una madre sbagliata, ma non voglio farlo più. E non fatelo neanche voi. Non abbiate paura di tornare a vivere”.

L’intero monologo

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"Questa sera non vi parlo della malattia di mio figlio. Ma di come si torna a vivere. Durante e dopo la malattia. Io mi sono vergognata di farlo. Ho sentito parole che mi hanno fatto sentire sporca. Tipo: «Ma come fai a lasciare tuo figlio solo?». Mi sono vergognata di tornare a lavorare, di uscire a cena con mio marito. Persino di andare dal parrucchiere quando ho sentito un’altra donna sussurrare: «Che ca**o ci fa qui la Santarelli? Io con un figlio malato starei a casa». E a casa ci tornavo. Mi buttavo subito sotto la doccia, per pulirmi dallo sporco che quegli sguardi mi avevano appiccicato addosso. «Fai schifo», mi dicevo, «cosa ti è venuto in mente?». Grattavo via lo smalto appena messo sulle unghie, perché mi sentivo male a essermi presa un pezzo di vita per me. Quegli sguardi, quelle parole ti dicono che c’è solo un posto dove puoi stare: al fianco di tuo figlio che si sta ancora curando. Quegli sguardi ti proibiscono di essere altro dalla malattia. C’è un’altra cosa che ti impedisce di tornare a vivere. È il senso di colpa per la fortuna che hai avuto. Perché tante amiche che ho conosciuto in ospedale, mamme come me, oggi non hanno più i loro figli. E quella fortuna sentivo di non meritarla più di loro. Così ho cercato di nascondere la mia felicità. Ma quelle mamme mi hanno detto: «Non ti devi vergognare». Ed è solo grazie a loro, Valeria, Elena e Valentina, che non mi hanno condannata ma mi son state accanto, che ho potuto tornare a vivere tutte le mie emozioni e mi finalmente sono liberata. Oggi sono grata che i miei uomini, Giacomo e Bernardo, siano con me. E sono grata di avere imparato questa lezione, una delle poche che posso insegnare alle mie amiche donne: non sentitevi sporche, non sentitevi in colpa. Mi sono sentita una madre sbagliata, ma non voglio farlo più. E non fatelo neanche voi. Non abbiate paura di tornare a vivere”, ha detto Elena Santarelli nel suo monologo a Le Iene.

 

Impossibile non emozionarsi e se non si riesce a farlo leggendo o ancora di più ascoltando le sue parole, allora il consiglio è quello di lavorare sulla propria empatia perché si è in difetto.

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