Gli elefanti si difendono dai tumori grazie a un gene ‘zombie’

Foto di archivio (Getty Images)
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Un team di scienziati, ha scoperto nel genoma dei pachidermi l’esistenza di LIF, una particella cromosomica in grado di causare l’autodistruzione delle cellule che potrebbero generare il cancro 

I tumori si sviluppano a causa di mutazioni del DNA delle cellule, che ne causano una riproduzione incontrollata. Gli animali più grandi, i cui corpi contengono una quantità più elevata di cellule, dovrebbero quindi contrarre queste patologie con maggiore frequenza. In realtà, sembra che le dimensioni dell’organismo incidano sulle probabilità di contrarre il cancro solo all’interno dei membri della stessa specie. Questa differenza però perde di importanza quando si paragonano tra loro due esservi viventi diversi: una balena non ha più possibilità di sviluppare un tumore di un gatto. Sembra anzi che le specie di taglia più grossa corrano un rischio inferiore di contrarre la malattia.
La ricerca scientifica ha, tuttavia, dimostrato che per la grande maggioranza dei mammiferi, le probabilità di morire di cancro variano tra l’uno e il dieci percento, a prescindere dalla loro dimensioni.
Questa apparente contraddizione prende il nome di paradosso di Peto ed è stata descritta per la prima volta negli anni ‘70 dall’epidemiologo inglese Richard Peto. Da allora, numerosi scienziati hanno cercato di risolverla, proponendo spiegazioni riguardanti il tasso metabolico dei grandi mammiferi, inferiore a quello degli animali più piccoli, o la probabilità che negli organismi più grandi i tumori necessitino di una maggiore quantità di tempo per diventare letali.

Le difese degli elefanti

L’ipotesi più comune, tuttavia, sostiene semplicemente che gli animali più grossi abbiano maggiori difese contro il cancro rispetto a tutti gli altri, tra cui dei geni in grado di impedire lo sviluppo dei tumori. È stata proprio questa ipotesi a spingere il biologo evoluzionista Vincent Lynch, dell’Università di Chicago, a condurre nel 2012 uno studio sul genoma degli elefanti africani. Il ricercatore è riuscito a dimostrare che i pachidermi presentano numerosi geni in grado di prevenire la formazione del cancro.
Inizialmente, la ricerca di Lynch si è concentrata su p53, una particella cromosomica in grado di reagire ai danni al DNA attivando altri geni in grado di ripararli e, nel frattempo, impedendo alle cellule danneggiate di svilupparsi. Se non è possibile correre ai ripari, p53 obbliga le cellule che hanno subito una mutazione genetica a distruggersi da sole.

Il gene “zombie”

Il genoma umano contiene una sola copia di p53, ma quello degli elefanti ne ha ben venti. Non si tratta però dell’unico gene in grado di combattere i tumori. Di recente, Juan Manuel Vazquez, un allievo di Lynch ha dimostrato che gli elefanti contengono anche LIF, una particella cromosomica non più attiva in moltissimi mammiferi, ma che nei pachidermi è “tornata in vita” circa 25 o 30 milioni di anni fa. LIF viene attivata da p53 e uccide le cellule il cui DNA è stato danneggiato creando una proteina che causa la perforazione dei mitocondri.
I risultati della ricerca sono stati pubblicati per la prima volta sulla rivista Cell Reports

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