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Proxima-b, potrebbe esserci vita sul pianeta della stella più vicina

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3' di lettura

Uno studio ha dimostrato che la pioggia di raggi UV a cui il pianeta in orbita intorno a Proxima Centauri è soggetto potrebbe non essere un fattore limitante per lo sviluppo di organismi viventi

La vita al di fuori della Terra potrebbe non essere molto distante da noi. Uno studio pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society da un gruppo di ricercatori della Cornell University americana ha infatti rilevato che il pianeta roccioso Proxima-b, in orbita intorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al Sistema solare (distante solo 4,5 anni luce), potrebbe presentare le condizioni adatte per accogliere alcune forme di vita, in quanto l’intensità dei raggi ultravioletti (UV) che lo investe è inferiore a quella che colpiva la Terra primitiva nel periodo in cui si affacciavano i primi organismi viventi, quasi 4 miliardi di anni fa.

Nel 2016 potente eruzione su Proxima Centauri

Nel marzo del 2016 Proxima-b fu colpito da una gigantesca eruzione avvenuta su Proxima Centauri, le cui proporzioni furono tali da indurre gli scienziati a sostenere che ogni possibile forma di vita non avrebbe potuto sopravvivere a un evento di una simile portata. Tuttavia, pochi mesi fa la Nasa ha riabilitato l’ipotesi della presenza di organismi viventi sul pianeta, in quanto alcuni suoi ricercatori hanno individuato molecole d’acqua nell’atmosfera.
Ora, il gruppo guidato da Lisa Kaltenegger e Jack O’Malley-James, ha ricostruito tramite dei modelli computerizzati la pioggia di raggi UV che si abbatte sui corpi celesti esterni al Sistema solare. “Si tratta di pianeti che orbitano intorno alle cosiddette nane rosse, stelle piccole e relativamente fredde, le più diffuse dell’universo”, affermano gli studiosi. “Queste stelle - aggiungono - bombardano continuamente i pianeti vicini con radiazioni ultraviolette, più di quanto non faccia il nostro Sole con la Terra”.

Batteri estremofili possono sopravvivere

Nel loro lavoro, i ricercatori hanno analizzato il tasso di sopravvivenza a dosi sempre maggiori di raggi UV dei batteri estremofili, microrganismi terrestri in grado di sopravvivere in condizioni estreme, anche in presenza di radiazioni. Il team ha poi confrontato i dati ottenuti con le condizioni presenti sulla Terra circa 4 miliardi di anni fa, quando ancora la sua atmosfera era priva di ossigeno e ozono, fondamentali per proteggere il pianeta dalle radiazioni solari. Gli scienziati dell’ateneo americano hanno quindi concluso che "questo bombardamento di raggi UV non dovrebbe essere un fattore limitante per l’abitabilità di pianeti che orbitano intorno a stelle come le nane rosse”.

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