Mele Ogm, esistono ancora le mele tradizionali?

9' di lettura

Grazie alle nuove tecnologie gli scienziati europei hanno creato una mela geneticamente modificata che resiste alla ticchiolatura, la più diffusa malattia delle mele, e ad altre patologie. LO SPECIALE

Mangereste una mela Ogm? Forse, istintivamente, no. Ma se vi dicessero che la mela geneticamente modificata è stata coltivata senza pesticidi e che anche le mele “tradizionali” che comprate dall’ortolano possono avere un DNA mutato in laboratorio, cambiereste idea? (LO SPECIALE)

Il paradosso della mela “naturale”

Il paradosso che abbiamo voluto raccontare all’interno dell’inchiesta “Un piatto di salute” è questo: grazie alle nuove tecnologie gli scienziati europei hanno creato una mela geneticamente modificata che resiste alla ticchiolatura, la più diffusa malattia delle mele, e ad altre patologie. Questa mela Ogm non ha bisogno, per essere coltivata, di pesticidi. Al contrario le mele tradizionali che troviamo al supermercato vengono annaffiate dalle venti alle trenta volte a stagione con fitofarmaci. Prodotti chimici che inquinano il terreno e le acque, arrivando alle persone e persino sui ghiacciai. Ma neppure quelle varietà di mele “tradizionali”, sono davvero naturali: nei decenni hanno subito interventi di miglioramento genetico non soltanto con innesti ma con trattamenti chimici o radiazioni, che le hanno rese più grandi e belle.

Cos’è un Ogm, per legge

Qui bisogna fare due premesse. Prima: gli Ogm in Italia non si possono coltivare ma alcuni – indicati dalla Commissione europea - si possono importare (l’87% dei mangimi animali contiene Ogm). Seconda: se una coltura può essere considerata o meno Ogm dipende dal modo in cui è stata ottenuta, perché solo le piante modificate con tecniche di “ingegneria genetica” vengono considerate legalmente Ogm, mentre esistono deroghe per fecondazione in vitro, mutagenesi e altre prassi che – da un punto di vista formale - non “generano Ogm”. La distinzione è messa nero su bianco nella direttiva europea che disciplina gli Ogm. 

Tra queste le cosiddette “New Breeding Techniques” (NBT), come il genoma editing, che si trovano ancora in una zona grigia dal punto di vista legale, dopo che a luglio una sentenza della Corte di Giustizia europea le ha equiparate alla transgenesi.

La prima mela Ogm italiana

Pochi sanno che la prima mela Ogm resistente alla ticchiolatura è nata in Italia. Era il 1993 quando due professori dell’università di Bologna, Silviero Sansavini e Stefano Tartarini, scoprirono una mela selvatica immune alla ticchiolatura perché portatrice di un gene che la proteggeva. Impiantando in laboratorio quel gene in una tradizionale mela Gala riuscirono a renderla immune. Ma non poterono osservare del tutto le potenzialità della mela ottenuta, che non aveva bisogno di pesticidi, perché in Italia non è consentita la sperimentazione in campo aperto degli Ogm. La tecnologia di trasferimento del gene fu quindi resa di dominio pubblico ed ecco che negli anni successivi, in Olanda, è stato piantato un meleto Ogm sperimentale.

Sky TG24 nel meleto Ogm in Olanda

Lo abbiamo visitato, alle porte della cittadina universitaria di Wageningen. Lì l’esperto di Plant Breeding Henk Schouten ci ha mostrato i meleti Ogm, del tutto identici nell’aspetto ai tradizionali meleti del Trentino. Abbiamo assaggiato una mela gala “cisgenica” (il termine esatto per la tecnica impiegata): anche il gusto è identico a una mela tradizionale. Ma, lo ripetiamo, il vantaggio è che quella mela non ha bisogno di pesticidi per essere coltivata.

L’orizzonte di quelle piante sarà breve. L’Olanda permette la sperimentazione in campo aperto, a differenza dell'Italia, ma deve rispettare le norme europee per l’immissione sul mercato di prodotti Ogm, dettate da un principio di precauzione molto sentito in Europa. I meli di Wageningen saranno quindi sradicati e le mele raccolte non arriveranno mai sui nostri scaffali.

Secondo Henk Schouten, lo scienziato che ha inventato la tecnica cisgenica, a frenarne l’ingresso nel mercato degli Ogm non è l’opinione pubblica ma la legislazione europea, perché consumatori e agricoltori avrebbero tutto l’interesse di contrastare l’uso di pesticidi nelle coltivazioni intensive. 

Mele tradizionali che non le sono

Il numero di trattamenti con fitofarmaci varia di stagione in stagione in base al meteo, ma è spesso superiore alla ventina. Le varietà di mele tradizionali saturano quasi del tutto il mercato, mentre le varietà di mele “antiche” hanno uno smercio ancora marginale (meno del 5%). A questo proposito una precisazione è d’obbligo, ed è ben spiegata nel libro Contro natura del divulgatore scientifico Dario Bressanini.

Il melo è uno dei frutti dalla storia più antica, ma le mele oggi coltivate sono il risultato di una complessa evoluzione genetica. Ciascuna delle decine di varietà più note ha generato numerosi mutanti (esistono almeno 130 tipi di Red Delicious). Anzi, oltre l’80% delle varietà oggi in vendita è dato da “cloni mutanti” delle varietà tradizionali, stabilizzati – come spiega il professore di Arboricoltura Silviero Sansavini dell’università di Bologna - attraverso la selezione di cloni migliorativi.

Storia di un patrimonio genetico mutato

Tra i metodi di miglioramento genetico, oltre all’incrocio e alla selezione “in vitro”, è stata utilizzata in passato – e lo è ancora - la mutagenesi indotta con metodi chimici o fisici (es. radiazioni ionizzanti e raggi x). L’irraggiamento con radiazioni ionizzanti ha permesso, negli anni, di ottenere decine di varietà migliorative, più facilmente coltivabili o più gradevoli al gusto rispetto a quelle originarie. Non tutte sono ancora in vendita, proprio perché il mercato delle mele si evolve di continuo, ma alcune sì.

Il caso della mela “radioattiva” ancora in vendita

Un esempio è la SuperStayman, una varietà di mela rossa ottenuta nel 1979 irraggiando, nei campi dell’Enea, una mela Stayman con radiazioni ionizzanti. La Superstayman è stata messa in commercio a fine anni ’80 ed è resistita fino ad oggi, anche se come frutto “di nicchia”. Noi l’abbiamo trovata in un negozio di frutta e verdura a Milano. Rispetto alla Stayman originale, la Superstayman resiste meglio alle spaccature e per questo gli agricoltori la preferiscono alla “varietà madre”. Ma, come ci ha spiegato Bressanini, “il limite delle mutazioni indotte con radiazioni, metodi chimici o anche con incroci, è che i risultati non sono del tutto controllabili”. A differenza delle moderne tecniche di genoma editing, che permetterebbero invece di ottenere risultati mirati, a detta degli stessi breeder che lavorano per sviluppare nuove varietà di melo.

Inquinamento da pesticidi, maglia nera al Trentino

Se sugli Ogm l’opinione pubblica è ancora divisa, il problema dell’inquinamento da fitofarmaci è sempre più sentito. Nell’ultimo rapporto Ispra sull’inquinamento da pesticidi il Trentino, dove si coltivano i due terzi delle mele prodotte in Italia, è risultato maglia nera, secondo solo al Veneto. La quantità di fitofarmaci utilizzati per ettaro coltivato è il doppio rispetto alla media nazionale. E i campionamenti di Greenpeace hanno rilevato in un singolo campione di suolo della Val di Non fino a tredici sostanze chimiche diverse.

Il rischio dei ‘cocktail di pesticidi’

Il problema, come hanno evidenziato alcuni esperti intervistati nel documentario “Pesticidi – siamo alla frutta” di Andrea Tomasi e Leonardo Fabbri, è che se il limite di sicurezza per pesticida viene rispettato dagli agricoltori, non si conoscono ancora gli effetti del “cocktail” di fitofarmaci a cui la popolazione è esposta. Misurarli è quasi impossibile e richiederebbe, suggeriscono gli studiosi, l’applicazione di un principio di precauzione.

Abbiamo voluto raccontare un caso esemplare, quello di un asilo nido in provincia di Trento che è stato costruito in piena zona artigianale in mezzo ai meleti, con i giochi dei bambini a breve distanza dai campi. Esistono regole da rispettare per l’irrorazione con pesticidi (che deve essere limitata nelle distanze e negli orari), ma sono sufficienti a garantire la sicurezza dei bimbi?

Biologico, un’alternativa non a impatto zero

Un’alternativa ai pesticidi e agli Ogm, secondo alcuni, potrebbe essere il biologico. Ma anche le coltivazioni bio richiedono trattamenti che difendano le piante da insetti e malattie. La differenza è nel tipo di prodotti consentiti, principalmente a base di zolfo e rame, un elemento quest’ultimo che - se accumulato nel terreno nel corso degli anni - è di per sé tossico. E che inoltre, come ha dimostrato un team di scienziati dell’università di Firenze nell’ambito di un progetto di ricerca europeo, può innescare un processo di antibiotico-resistenza nell’uomo.

Lo spiega Stefania Tegli, responsabile del Laboratorio di Patologia vegetale molecolare di Firenze, nell'intervista che trovate poco più sotto.

La volontà dell’Ue di andare oltre l’utilizzo del rame in agricoltura è chiara. Le prime risposte stanno arrivando dai laboratori di tutta Europa, ma siamo fermi al livello sperimentale.  “Cercando alternative al rame abbiamo anche sviluppato piante Ogm resistenti che non avrebbero bisogno di trattamenti”, ha aggiunto Tegli tenendo in mano un vasetto contenente una pianta di kiwi Ogm, “ma le abbiamo dovute lasciare nei vasetti, non possiamo farci altro…”.

Rame in agricoltura, intervista a Stefania Tegli

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