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I cetacei antichi avevano un fiuto più sviluppato di delfini o balene

I titoli di Sky Tg24 delle ore 8 del 12/10

3' di lettura

Lo ha rivelato una tac eseguita su un cranio fossile di archeoceto da alcuni paleontologi e radiologi dell’Università di Pisa e dell’Università del Michigan 

Il cranio fossile di un archeoceto è stato protagonista di una particolare Tac, a distanza di 40 milioni di anni, che ha permesso di stabile come anche i cetacei più antichi percepissero gli odori. Protagonisti dell’insolito esame diagnostico sono stati paleontologi e radiologi dell’Università di Pisa e di quella del Michigan, che hanno esaminato il reperto conservato presso il Museo di Storia Naturale dell’ateneo toscano. L’archeoceto era una tipologia poi estinta di cetaceo, che ebbe il proprio periodo di maggior diffusione nell'Eocene e che si distingueva dai cetacei attuali per la presenza di narici in posizione anteriore, oltre che per la dentatura ancora parzialmente differenziata.

Un’immagine tridimensionale

La Tac eseguita dagli esperti ha permesso di ottenere un’immagine tridimensionale delle delicate strutture interne dell’antico cetaceo, da cui è emersa la presenza di sottili lamine ossee legate al senso dell’olfatto che testimoniano come questi animali avessero un fiuto intermedio tra quello ben sviluppato dei mammiferi terrestri e quello totalmente assente dei delfini o estremamente ridotto delle balene. Si tratta, si legge sul sito dell’ateneo toscano, “di una nuova importante prova paleontologica” a conferma del fatto che i cetacei derivano da animali terrestri e in particolare dagli artiodattili, un gruppo di mammiferi oggi rappresentato da cammelli, cervi, maiali e ippopotami.

Una prova a sostegno dell’evoluzione

Lo studio, che è stato anche pubblicato su Journal of Anatomy, si è basato su un reperto che fa parte di uno scheletro descritto con il nome di Aegyptocetus tarfa. Si tratta di un fossile straordinario scoperto casualmente nel 2002 quando un marmista di Pietrasanta, in provincia di Lucca, aveva tagliato in lastre un blocco di calcare proveniente dall’Egitto. “In questi ultimi anni sono stati scoperti molti fossili di archeoceti eccezionalmente ben conservati che hanno permesso di ricostruire in dettaglio la progressiva trasformazione subita dal corpo di questi mammiferi per adattarsi alla vita acquatica: gli arti anteriori si sono trasformati in pinne pettorali e quelli posteriori sono scomparsi, sostituiti dalla pinna caudale. Grazie a queste scoperte, gli archeoceti rappresentano oggi una delle prove più solide a sostegno dell’evoluzione” ha raccontato a margine dello studio Giovanni Bianucci, paleontologo del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. L’idea del nuovo esame è arrivata dall’esperto che ha coinvolto un suo dottorando, Emanuele Peri: i due, impressionati dall’eccezionale mineralizzazione e conservazione delle ossa di Aegyptocetus tarfa, hanno provato a ricostruire tramite la tomografia assiale computerizzata l’anatomia interna del cranio e in particolare i turbinati, cioè quelle delicate lamine ossee che si trovano nelle cavità nasali dei mammiferi.

Migliaia di sezioni del cranio

Grazie alla perfetta conservazione delle lamine ossee, è stato dunque possibile ottenere migliaia di sezioni del cranio poi assemblate insieme da un software che ha permesso agli esperti di ricostruire tridimensionalmente la forma dei turbinati. “La la sorpresa maggiore è stata quando ci siamo accorti che nell’ Aegyptocetus tarfa c’era grande differenza nello sviluppo dei turbinati responsabili dell’olfatto e quelli deputati a inumidire e riscaldare l’aria per la respirazione. I primi erano circa un quarto di quelli dei mammiferi terrestri attuali, suggerendo che questi archeoceti avessero ancora un olfatto piuttosto sviluppato, mentre i secondi erano estremamente ridotti ad indicare che avevano già perso la loro funzione”, ha commentato Peri.  

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