Kenya, scoperti albori della tecnologia: risalgono a 67mila anni fa

Reperto archeologico: una pietra lavorata (archivio Getty Images)
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Un gruppo di paleontologi riscrive la storia a cavallo tra Età della Pietra ed Età del Ferro dopo aver rinvenuto nuovi utensili in una caverna sulla costa del Paese africano

Gli albori della tecnologia risalgono a 67mila anni fa. A provarlo sarebbero dei nuovi utensili ritrovati in una caverna sulla costa del Kenya.

La ricerca su "Nature Communications"

A questa conclusione è arrivato uno studio internazionale, pubblicato sulla rivista di settore "Nature Communications", coordinato dai paleontologi dell'Istituto Max Planck tedesco per la Scienza della Storia Umana (la prima autrice del lavoro è Nicole Boivin). Gli utensili in questione sono stati rinvenuti nella caverna africana di Panga ya Saidi, luogo popolato dagli esseri umani per oltre diecimila anni a partire da circa 78mila anni fa, dunque a cavallo tra la Età della Pietra media (il Mesolitico) e l'Età del Ferro.

Le innovazioni tecnologiche

Panga ya Saidi è un insieme di cave che copre circa un chilometro di superficie, e la grotta principale misura 100 metri quadrati. Un luogo che poteva ospitare centinaia di persone. Quello che hanno scoperto i paleontologi all'interno delle caverne sono vere e proprie innovazioni tecnologiche (e culturali) che si fanno risalire appunto a circa 67mila anni fa: in particolare, monili ricavati da ostriche e conchiglie e strumenti appuntiti ricavati da ossa. Oggetti che testimoniano un graduale cambiamento nel lavorare la pietra e altri materiali, oltre che un nuovo simbolismo.

L'importanza della scoperta

Prima di questo studio, la costa orientale africana era sempre stata considerata marginale nella storia dell'evoluzione umana, con la maggior parte delle ricerche archeologiche concentrate tra la Rift Valley e il Sudafrica. "La scoperta cambierà di certo la percezione dei paleontologi", spiega Boivin, che è anche direttrice del Dipartimento di Archeologia dell'Istituto Max Planck. Quello che si aggiunge, come osserva Patrick Roberts che è la guida del gruppo che ha eseguito le indagini con gli isotopi stabili, è la "consapevolezza che la nostra specie viveva in una grande varietà di habitat in Africa". I ritrovamenti di Panga ya Saidi, infine, "minano l'ipotesi sull'utilizzo delle coste come una sorta di autostrada per incanalare gli esseri umani migranti fuori dall'Africa", conclude il co-autore della ricerca Michael Petraglia.

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