Animenta Camp, il campo estivo per riscoprirsi oltre il disturbo alimentare

Salute e Benessere
Federica De Lillis

Federica De Lillis

L’Animenta camp è un momento dell’anno ma anche del percorso di cura. Il campo estivo residenziale accoglie gratuitamente per 5 giorni persone che stanno attraversando disturbi del comportamento alimentare. Attraverso momenti di riflessione, giochi e laboratori, volontarie e figure cliniche aiutano un gruppo di ragazze riscoprire se stesse oltre le difficoltà legate a cibo e corpo 

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La prima esperienza all’Animenta camp inizia con una partita a Taboo. Tra battute e doppi sensi, le ragazze tentano di far indovinare parole alle compagne di squadra. Le ospiti del camp sono arrivate da tutta Italia, hanno tra i 18 e i 33 anni. Undici storie diverse che riconoscono però negli occhi di ogni compagna la fatica e le sfide del percorso. Qualcuna resta a una distanza di sicurezza che però non impedisce di partecipare, mentre il corpo di tutte si scioglie in risate senza sosta. 

La mattina dopo inizia con una domanda: “Come state?”. Le ragazze si siedono intorno a una lavagna e scrivono una parola o una frase positiva associate al cibo. Per qualcuna è piacere ma anche rabbia, per altre è cura, ricordi, un viaggio in cui per la prima volta non c’è stata la paura. Nella stanza il disturbo alimentare viene descritto come un’onda altissima, all’apparenza insormontabile, che grazie alle cure è diventata più piccola, un muro ma fatto d’acqua da attraversare per riuscire a vedere cosa c’è oltre. 

L’esercizio è guidato dalle volontarie dell’associazione per la prevenzione dei disturbi alimentari, Animenta, insieme a diverse figure cliniche, tra dietiste e psicologhe. Prima di diventare membri del team, hanno attraversato a loro volta un DCA, mentre ora costituiscono i nodi di una rete di supporto e ascolto per chi ancora si trova nel mezzo del percorso di guarigione. 

“Andare in vacanza per chi sta affrontando la malattia è molto difficile, sia per il contesto di gruppo da cui ci si può sentire giudicate, sia per il tema dei pasti. L’esperienza è molto stressante” racconta Aurora Caporossi, fondatrice e presidente Animenta, associazione per la prevenzione dei DCA. “L’Animenta camp nasce 3 anni fa con l’idea di costruire un momento, nel periodo estivo, di riscoperta di sé. Dopo le scorse edizioni in Molise, quest’anno siamo a Bracciano, nel Lazio, grazie al contributo di Fondazione Roma, che ha anche fatto in modo che il camp di 5 giorni fosse completamente gratuito per chi partecipa”. 

 

Dal teatro alla cucina, esercizi per entrare in contatto con se stesse 

Nella cornice della campagna laziale, lasciato il telefono in un piccolo cesto dai manici lilla, la giornata ruota attorno all’ascolto di sé e delle altre compagne. 

Attraverso laboratori differenti, le ragazze si mettono in gioco e superano limiti. 

“Con il teatro entrano nel vivo di un’esperienza senza razionalizzare, bypassando la parte corticale, per fare riferimento al corpo, al legame, alla relazione. Attraverso l’improvvisazione si sono riconnesse alla loro parte infantile” spiega Laura Montanari, psicologa e vicepresidente di Animenta. 

Nel laboratorio di cucito si scopre il valore dell’aiuto reciproco e si cambia prospettiva sull’errore perché “si può sempre scucire e ricominciare”, come spiega la maestra Romina Quadarella, esperta di sartoria. Dall’altra parte, il canto sposta il focus sulle emozioni, sulla capacità di esprimerle in forme diverse. 

Nel corso di cucina si impara a fare il pane per stimolare tutti i sensi. “Per una persona con DCA, preparare un alimento non è semplice” racconta Francesca Radicioni, una volontaria. “Spesso lo si usa come mezzo per prendersi cura degli altri ma non di se stesse”.

Dietro l’atto della preparazione, si nascono paura e rabbia. Il laboratorio di cucina avvicina gradualmente le ragazze con tatto, olfatto, udito per vedere come, usando le mani, si possono trasformare ingredienti di forma e consistenza diverse in qualcosa di reale, fino a riuscire ad assaggiare insieme quello su cui avevano lavorato. “Una persona che ha un disturbo alimentare fa estrema difficoltà a rispondere alla domanda come stai, a capire quali sono le emozioni, cosa c’è prima di una restrizione o di un’abbuffata, questi laboratori permettono di uscire fuori dalla propria mente e mettere un su un cartellone, su una scena teatrale quello che io provo, sentendomi soprattutto meno solo o sola” spiega Aurora Caporossi.  

 

Il team delle volontarie: una rete cura e ascolto 

Quando parte la musica, è il momento di entrare nella sala da pranzo. Un grande tavolo a ferro di cavallo occupa quasi tutto lo spazio della struttura centrale dell’agriturismo. Tre orari scandiscono la giornata: le nove per la colazione, le tredici per il pranzo e le venti per la cena. I posti sono assegnati e cambiano ogni volta. A tavola si parla della giornata, si improvvisano giochi, iniziano sfide di interpretazione canora sulle note di “Un nuovo bacio” tra il team Anna Tatangelo e il gruppo Gigi d'Alessio. Non sempre però tutte riescono a distrarsi da ciò che c’è nel piatto. 

“Emergono fragilità, momenti in cui hanno bisogno di isolarsi e crisi. Lì entrano in gioco le volontarie che hanno osservato durante il giorno le dinamiche del gruppo. Parliamo con le ragazze singolarmente o cerchiamo di riportare l’attenzione su cose che non siano il cibo” spiega la volontaria Giuliana Stile. Il team di Animenta, composto anche da figure cliniche, tra psicologhe e dietiste, svolge un ruolo fondamentale di ascolto, indirizzo e supporto, soprattutto durante l’esposizione al cibo, la cui preparazione inizia molto prima di riunirsi. 

“Il tema del confronto, con il corpo e con l’altro, è molto vivo in chi soffre di DCA. Facciamo in modo che ogni persona sia seduta in un posto che sia il più tranquillo e sicuro possibile. Vogliamo che durante il pasto si riesca ad andare oltre il cibo inteso come calorie e grammature, per vivere la convivialità senza che non ci siano troppi pensieri a sovraccaricarsi” spiega la dietista Elisabetta Abate.

“Il camp è un momento dell’anno, della loro vita, del loro percorso di cura, questo momento deve poi aiutarle a reintegrarsi nel gruppo, nella scuola, nel lavoro, in ogni aspetto della loro vita” afferma la fondatrice di Animenta. 

Alla fine dei cinque giorni, le ragazze partono con nuovi strumenti: maggiore autostima e consapevolezza delle proprie capacità, ma anche la certezza di non essere sole nell’affrontare un disturbo alimentare. Il camp permette di creare relazioni sane e amicizie che possono andare oltre l’esperienza e contribuire a un percorso di cura e di vita al di là del DCA. 

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