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Batteri intestinali e depressione: nuove evidenze sul legame

I titoli di Sky TG24 delle 13 del 14/02

2' di lettura

Esaminando campioni di feci e risonanze magnetiche, i ricercatori mostrano un’associazione tra batteri intestinali in grado di produrre un neurotrasmettitore e il disturbo depressivo 

Si arricchisce di nuove prove il legame tra i batteri dell’intestino e la depressione. Secondo i ricercatori dell’Argonne National Laboratory degli Stati Uniti, il batterio KLE1738 possederebbe una “sorprendente dipendenza” verso l’acido gamma-aminobutirrico (Gaba), una sostanza chimica rilasciata da alcuni microrganismi intestinali e che giocherebbe un importante ruolo nelle comunicazioni con il cervello nei soggetti colpiti da problemi di salute mentale. La scoperta, descritta su Nature Microbiology, segue i risultati di un recente studio che per la prima volta metteva in evidenza come alcune specifiche carenze nel microbiota intestinale fossero collegate all’insorgere di disturbi depressivi o a un peggioramento della qualità di vita.

Cosa favorisce la crescita di KLE1738

KLE1738 era uno dei batteri più ‘ricercati’ dagli istituti sanitari nazionali di tutto il mondo, poiché i requisiti richiesti per la crescita del microrganismo erano piuttosto atipici. Il team di ricercatori, che comprende in tutto 19 esperti, sono riusciti a isolare il batterio, individuato circa nel 20% dei microbioti intestinali umani che sono stati analizzati. Studiando accuratamente KLE1738 il team ha potuto constatare che la crescita di questo agente richiedeva la presenza dei Bacteroides fragilis, una tipologia di batteri piuttosto comuni che si trovano nell’intestino. Successivamente, attraverso alcuni test biologici, è emerso che la componente specifica prodotta dai Bacteroides fragilis in grado di favorire lo sviluppo di KLE1738 era proprio l’acido gamma-aminobutirrico (Gaba).

Il legame con la depressione

Nella fase seguente dei test, i ricercatori hanno quindi cercato di individuare una correlazione tra i Bacteroides fragilis e la depressione, ottenendo da 23 soggetti colpiti dal disturbo sia campioni di feci che risonanze magnetiche relative all’attività cerebrale. I risultati delle analisi hanno poi portato il team di ricerca a stabilire una relazione inversa tra i batteri intestinali in questione e la connettività funzionale in una parte del cervello che, in caso di depressione, mostra un’elevata attività. Pur necessitando di ulteriori studi di conferma, l’associazione è particolarmente rilevante poiché, come già dimostrato dalla recente ricerca del centro VIB-KU di Leuven, sottolinea la capacità di alcuni batteri intestinali di comunicare con il cervello, agendo di fatto da neurotrasmettitori. 

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