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Premi e punizioni: hanno senso? O trattiamo i nostri figli come foche ammaestrate?

5' di lettura

Madri e Figli

Minacciare la telefonata a Babbo Natale per sedare un capriccio dei bambini è un classico. Ma attenzione: gli esperti dicono che punizioni e premi sono deleteri.

Babbo Natale ha una lista di buoni e cattivi. Ai buoni porta regali. Ai cattivi, no.

Quanti di voi in questi giorni hanno minacciato di telefonare a Babbo Natale per sedare un capriccio dei propri figli?

Io l’ho fatto, e credo di non essere la sola…

Del resto, il modello educativo con cui noi stessi siamo stati cresciuti funziona così: ci sono punizioni e premi, bastone e carota.

E il Natale è un po’ la summa di tutto questo.

Ecco perché ho scelto proprio questo momento per chiedermi: si tratta di uno stile educativo davvero efficace?

Premi e punizioni per i figli: funzionano?

Ho girato la domanda a un’esperta: la dottoressa Francesca De Cagno, psicologa, formatrice comportamentale, counsellor di approccio rogersiano e formatrice accreditata Gordon.

Il punto di partenza, ci spiega, è il "potere genitoriale”.

“Il potere genitoriale è ciò che viene percepito dai nostri figli su di noi: di solito pensiamo che questo potere sia legato all’autorità, e dunque alla nostra possibilità di dare loro premi e punizioni. Lo pensiamo un po’ perché ne siamo persuasi, un po’ perché noi stessi, crescendo, abbiamo ricevuto questo input culturale ed educativo”.  

L’autorità è qualcosa di negativo?

“Non ci serve: ci allontana da una relazione efficace. Ricorriamo all’autorità quando sentiamo che non abbiamo più risorse, che siamo con le spalle al muro. Ma se le nostre relazione sono efficaci, non ci serve l’autorità.

Bisogna evitare il braccio di ferro con i figli: il genitore si irrigidisce, il figlio non comprende. Si esasperano le situazioni, e non si entra in contatto con reali bisogni affettivi e reali bisogni tout court del bambino in quello specifico momento.

Il punto è l’empatia, che è una delle frecce al nostro arco di genitori efficaci.

Dobbiamo chiederci: come si sente davvero il bambino?

Faccio un esempio concreto.

Mio figlio a 4 anni mi ha detto: «Ho paura dei mostri, in camera ci sono i mostri». 

La mia prima reazione: è stata quella di ricorrere al pensiero razionale (“i mostri non esistono”), ma non funzionava, perché la paura di mio figlio era reale.

Quando invece ho detto: «Ok, affrontiamo insieme il mostro», lui mi ha prima guardato stupito e poi abbiamo iniziato a cercarlo insieme, e a parlarne.

Dov’è questo mostro? E com’è fatto? È un mostro cattivo o simpatico? È venuto forse a giocare?

Questo ha cambiato completamente le carte in tavola”.

E nel caso di un’impuntatura?

“Le altre due frecce a cui ricorrere sono l’accettazione e la congruenza.

L’accettazione è il primo passo: dobbiamo sottolineare che quello che non ci piace è il comportamento, non la persona. Sembra un passaggio banale, ma non lo è.

È il tuo comportamento che non mi piace ed è di questo voglio parlare.

Empatia, accettazione e congruenza: ecco gli strumenti per costruire relazioni efficaci con i figli. 

Anche qui, facciamo un esempio pratico: figlio adolescente che vuole a tutti i costi prendere il motorino, ma fuori diluvia. Un approccio efficace è dire qualcosa del tipo: «Capisco che per te è importante il motorino perché devi vedere i tuoi amici, ma oggi piove e fa freddo e io sono preoccupato». 

Questa verbalizzazione degli stati emotivi dei genitori è la congruenza, l’altra freccia di cui disponiamo.

In questo modo la regola viene compresa dal ragazzo/bambino e ne deriva una relazione di fiducia”.

E con figli piccolissimi?

"Questo approccio funziona molto bene anche con loro, soprattutto la parte della verbalizzazione delle emozioni, che consente ai bambini di sentirsi compresi.

Siamo al parco, ma è tardi, dobbiamo tornare a casa. Il bambino si dispera.

Quello che può essere utile in questo frangente è dirgli: «Capisco che tu avevi proprio voglia di continuare a giocare e che per te il parco è un momento molto bello».

Questo fa cambiare l’atteggiamento del bambino, anche solo perché resta sorpreso dal rimando emotivo. A questo punto si crea uno spazio in cui si può parlare e comunicare".

Funziona anche nella fase dei "terrible 2"?

"I momenti di crisi ci sono e sono fisiologici, la differenza è come possiamo gestirli.

Non c’è nulla che non va nei nostri figli: stanno cercando di capire le regole del mondo ed esprimono in modo ancora goffo quello che sentono, le loro emozioni. 

A volte il difficile è proprio riuscire a verbalizzare. Ma se in quella fase instauriamo una relazione basata sulla fiducia, nel futuro avremo sempre meno bisogno di premi e punizioni".

E quindi minacciare la telefonata a Babbo Natale è sbagliato?

"Diciamo che non è utile: cadiamo nel meccanismo di premi e punizioni e utilizziamo questo strumento per far sì che il bambino si comporti bene. Ma Natale è un momento speciale, è un periodo dell’anno specifico e circoscritto, e dunque non ci sono ripercussioni durature sul bambino".

La punizione non è mai utile?

"Una tantum può andare bene. Ma se diventa uno stile educativo, no.

Il figlio immagazzina sfiducia, senso si ribellione, rabbia. O al contrario arrendevolezza e sottomissione. E tutto esploderà nell’adolescenza.

Vale lo stesso discorso per i premi. Ti sto dicendo che tu funzioni bene e ti accetto solo se sei bravo. Non si incentiva una relazione basata sulla fiducia. Ovviamente, non mi riferisco alle eccezioni, ma a quando questo è il modello di riferimento.

Come per gli animali che vengono addestrati: diventa un meccanismo stimolo-risposta, il bambino tende a ottenere semplicemente il premio. Mi comporto così per avere quello che voglio, non perché ho compreso e accettato quello che mi hanno detto".

Il parallelismo con i voti a scuola appare evidente.

"Il voto a scuola è una delle cose più deleterie dal punto di vista educativo. Vieni educato alla prestazione, ma quel numero non rappresenta nulla di quello che quel bambino è o ha appreso".  

 

 

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