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Cucchi, carabiniere superteste stringe la mano a Ilaria: "Mi dispiace"

5' di lettura

"Dopo il primo schiaffo, Stefano non ha avuto il tempo di lamentarsi, non ha gridato. È caduto in terra stordito e non ha urlato neppure dopo il calcio che gli è stato sferrato a terra", ha detto in aula Francesco Tedesco

"Dopo il primo schiaffo, Stefano non ha avuto il tempo di lamentarsi, non ha gridato. È caduto a terra stordito e non ha urlato neppure dopo il calcio che gli è stato sferrato a terra. Poi, quando l'ho aiutato a rialzarsi, gli ho chiesto come stava e lui mi ha detto di stare tranquillo perché era un pugile. Ma si vedeva che non stava bene". Lo ha detto in aula davanti alla Corte d'Assise Francesco Tedesco, il carabiniere superteste e imputato di omicidio preterintenzionale che per primo ha parlato di pestaggio, accusando gli altri due militari coinvolti, Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo, nel processo per la morte di Stefano Cucchi, il giovane geometra deceduto nel 2009.

Le scuse a Ilaria Cucchi

Dopo l'interrogatorio reso in aula davanti alla Corte d'Assise, Francesco Tedesco si è alzato dirigendosi verso Ilaria, sorella di Stefano Cucchi, e stringendole la mano ha pronunciato la frase "Mi dispiace".

"Fui l'unico ad affrontare la situazione"

"Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo si sono nascosti per dieci anni dietro le mie spalle. A differenza mia, non hanno mai dovuto affrontare un PM. L'unico ad affrontare la situazione e ad avere delle conseguenze ero io. In tutti questi anni l'unica persona che aveva da perdere ero io, ero l'unico minacciato - ha detto ancora in aula Francesco Tedesco -. Cominciai a maturare la convinzione di dover parlare il 30 luglio 2015, quando fui convocato dal PM". Tedesco in aula ha anche ricostruito tutte le fasi dell'arresto di Stefano dicendo di aver visto personalmente lo scambio droga-denaro di Cucchi con il suo cliente e indicando tutti i componenti del gruppo che realizzarono le varie perquisizioni (personale, dell'auto e domiciliare) del giovane quella notte.

"Io muoio ma a te ti levano la divisa": frase mai pronunciata

"Vorrei ringraziare l'avvocato Lampitella, difensore di D'Alessandro, che ci ha fornito un ulteriore e rilevante elemento. Stefano in auto con i carabinieri al rientro dalla stazione Casilina avrebbe detto 'io muoio ma a te ti levano la divisa'. Stefano era stato appena picchiato e stava proprio male". Lo scrive su Facebook Ilaria Cucchi, in merito ad una domanda formulata in aula dal legale della difesa, che ha chiesto al carabiniere Francesco Tedesco, imputato e superteste al processo, se fosse stata pronunciata la frase in questione. La risposta di Tedesco è stata negativa.

Agenti della penitenziaria saranno parti offese

Proprio a pochi giorni dal momento in cui la Procura di Roma depositerà la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti degli otto carabinieri accusati dei depistaggi che nel 2009 e nel 2015 avrebbero caratterizzato la vicenda della morte di Stefano Cucchi, si è saputo che i tre agenti della polizia penitenziaria che sono stati assolti in via definitiva - e allo stato persone offese - hanno depositato oggi un atto di nomina dei difensori al fine di costituirsi parte civile contro i rappresentanti dell'Arma indagati nella terza tranche dell'inchiesta. Atto propedeutico, questo, ad ottenere un risarcimento dei danni dai carabinieri indagati che dovessero eventualmente essere condannati. Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici (assolti in via definitiva dalla Cassazione nel 2015), rappresentati dagli avvocati Diego Perugini, Corrado Oliviero e Massimo Mauro, hanno depositato la nomina dei rispettivi avvocati al PM titolare delle indagini, Giovanni Musarò. E questa mattina anche la famiglia Cucchi - parte offesa nel nuovo procedimento - ha conferito incarico ai propri legali storici, gli avvocati Fabio Anselmo e Stefano Maccioni, per costituirsi parte civile contro i carabinieri accusati dei depistaggi.

Le parole del luogotenente Mastronardi

"Conosco il maresciallo Mandolini (imputato di calunnia e falso nel processo per la morte di Cucchi): è stato mio collaboratore per 3-4 anni - ha detto il luogotenente Enrico Mastronardi, teste della difesa Mandolini -. All'epoca della vicenda Cucchi, lo incontrai per pochi minuti nel mio ufficio presso la Stazione di Roma Tor Vergata". "Ricordo, inoltre, che Mandolini mi disse - prosegue Mastronardi - che al momento della perquisizione la madre di Cucchi era molto arrabbiata con il figlio, dicendo 'non lo voglio più vedere'. Nella circostanza Mandolini mi disse anche che il generale Tomasone, all'epoca Comandante del Provinciale di Roma, aveva tenuto una riunione per avere particolari in relazione alla vicenda". Il luogotenente Mastronardi ha tenuto comunque a precisare che Mandolini "non mi disse mai, nel modo più assoluto, che Cucchi era stato pestato dai carabinieri. L'ho detto e lo dirò finché campo. Altrimenti avrei trascinato la cosa davanti all'autorità competente. Nessuno dei tre argomenti di cui Mandolini mi fece cenno velocemente era una notizia criminis, altrimenti avrei denunciato tutto", conclude il luogotenente.

Le parole del maresciallo Mastronardi

"Escludo nella maniera più assoluta di aver saputo che Stefano Cucchi era stato pestato; avrei fatto immediatamente un'informativa di reato. Mai nessuno me lo ha detto, e non ho mai riferito ad alcuno questa circostanza". Sono le parole del maresciallo Sabatino Mastronardi. Il maresciallo vide Cucchi la mattina presto del 16 ottobre 2009, il giorno dopo l'arresto, in quanto all'epoca era in servizio alla Stazione Carabinieri di Roma Tor Sapienza. "Quella mattina, se non sbaglio, gli offrii anche un caffè - ha detto -. Lo incontrai davanti al distributore automatico del caffè, mentre i colleghi lo avevano prelevato dalle camere di sicurezza per condurlo in udienza. Lo vidi precisamente per un minuto e 46 secondi. Sono certo del tempo in quanto scrissi alla Lavazza per sapere quanto tempo le macchinette impiegano per erogare i caffè. Le condizioni di Stefano Cucchi erano quelle di una persona che aveva occhiaie pronunciate, una postura ingobbita ed era estremamente magro. Lo vidi salire autonomamente gli ultimi gradini delle scale, quelli che da dov'ero io riuscivo a scorgere". Prossima udienza, il 17 maggio; saranno protagonisti ancora testimoni citati dalle difese degli imputati. Poi, a fine mese o al massimo all'inizio di giugno, ci sarà l'udienza nella quale compariranno i periti incaricati dal gip in sede d'incidente probatorio, aprendo così l'importante fase dibattimentale dedicata alle argomentazioni mediche.

Data ultima modifica 16 aprile 2019 ore 17:10

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