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Due magistrati del Tribunale di Roma arrestati per corruzione

5' di lettura

Si tratta di Antonio Savasta e di Michele Nardi, rispettivamente ex PM ed ex Gip al Tribunale di Trani, entrambi ora in servizio a Roma. È finito in manette anche un ispettore di polizia. Nell'inchiesta anche un incontro con Lotti

L'ex Pubblico Ministero del Tribunale di Trani, Antonio Savasta, ora giudice del Tribunale di Roma, e il suo collega Michele Nardi, PM a Roma e in precedenza Gip a Trani e magistrato all'ispettorato del Ministero della Giustizia, sono stati arrestati e condotti in carcere su disposizione della magistratura di Lecce. Sono stati interdetti dalla professione per un anno anche gli avvocati Simona Cuomo, del Foro di Bari, e Ruggiero Sfrecola, del Foro di Trani. La Procura di Lecce ha indagato in base all'articolo 11 del Codice di Procedura Penale, poiché si tratta di reati commessi da magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari, di cui è competente la magistratura salentina.

Arrestato anche ispettore di polizia

È stato arrestato e condotto in carcere anche l'ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro, in servizio al commissariato di Corato (Bari). Di Chiaro si sarebbe messo "al servizio dell'imprenditore coratino D'Introno (tra gli indagati, ndr) quale momento indispensabile di collegamento con il magistrato Savasta per il complessivo inquinamento dell'attività investigativa e processuale da quest'ultimo posta in essere", secondo quanto afferma la Procura.

Interdetto imprenditore fiorentino

È inoltre in corso di notifica una misura interdittiva a carico di Luigi Dagostino, imprenditore di Firenze nei confronti del quale è stato disposto il divieto temporaneo di esercizio dell'attività imprenditoriale e di esercizio degli uffici direttivi per un anno. Secondo l'accusa, l'allora PM di Trani, Antonio Savasta, avrebbe omesso i dovuti approfondimenti sul conto di Dagostino, su cui indagava per una serie di false fatturazioni imputabili anche ad altri imprenditori, in cambio di danaro e altre utilità. Le indagini su Dagostino, che sarebbe stato il reale beneficiario degli utili derivanti dalle falsificazioni, erano state avviate a Trani dopo la trasmissione di atti processuali dalla Procura di Firenze.

Le accuse

Secondo la Procura di Lecce, gli ex magistrati avrebbero garantito esiti processuali positivi in diverse vicende giudiziarie e tributarie in favore degli imprenditori coinvolti in cambio di ingenti somme di danaro e, in alcuni casi, di gioielli e diamanti. Gli imprenditori avrebbero pagato per i favori ricevuti e gli avvocati avrebbero svolto il ruolo di intermediari e facilitatori. Nardi, Savasta, Di Chiaro e Cuomo rispondono dunque di associazione per delinquere finalizzata a una serie di delitti contro la pubblica amministrazione, corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e materiale. I fatti risalgono al quadriennio tra il 2014 e il 2018, quando i tre erano in servizio a Trani. Gli altri indagati sono accusati, a vario titolo, di millantato credito, calunnia e corruzione in atti giudiziari. 

L'incontro a Palazzo Chigi

Per far ottenere un incarico a Roma a Savasta, all'epoca dei fatti sottoposto a diversi procedimenti penali e alla richiesta di trasferimento d'ufficio, l'imprenditore fiorentino Dagostino - si legge nel provvedimento cautelare - gli procurò un incontro a Palazzo Chigi, con l'allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti. Questo incontro, che Savasta sollecitò a Dagostino tramite l'avvocato Ruggiero Sfrecola, avvenne il 17 giugno 2015. All'epoca Savasta indagava su Dagostino per un giro di presunte fatture false. Nardi, Sfrecola e Dagostino parteciparono insieme all'incontro con Lotti. Dagostino - come emerso da un'inchiesta della procura di Firenze - era in rapporti d'affari con Tiziano Renzi, padre dell'ex premier Matteo.

L’incontro con Lotti

Sarebbe stato Tiziano Renzi, il padre dell'ex presidente del Consiglio, Matteo, a combinare l'incontro tra l'imprenditore toscano Luigi Dagostino, l'allora pm di Trani Antonio Savasta e l'allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Luca Lotti, avvenuto a Palazzo Chigi nel giugno 2015. A dirlo ai pm di Firenze è lo stesso imprenditore, interrogato nell'aprile 2018. Dagostino riferì di aver chiesto a Tiziano Renzi di incontrare Lotti perché il pm Savasta aveva in mente un disegno di legge sui rifiuti a Roma. Sul punto è stato successivamente sentito due volte lo stesso Lotti, ad aprile e a maggio 2018.

Le parole di Lotti

"Ho una conoscenza superficiale di Antonio Savasta - spiegava Lotti ai pm - sicuramente me l'hanno presentato ma non ricordo chi ne' in quale occasione". Lotti diceva di non ricordare l'argomento dell'incontro ma "di regola Dagostino - aggiungeva - mi parlava di suoi interessi a Firenze e delle sue attività riguardanti il the Mall e sul fatto che voleva costruire un centro commerciale in Puglia a Fasano", negando - rispondendo ad una specifica domanda del pm - di essere a conoscenza di "interessi" dello stesso Tiziano Renzi nel Mall a Fasano. La vicenda che ha portato la magistratura salentina a indagare e oggi arrestare l'ex di Trani Savasta, il collega gip Michele Nardi, trae origine da una inchiesta della Guardia di Finanza di Firenze su un giro di false fatture da parte di diverse società riferibili a Dagostino. L'indagine fu poi trasmessa alla Procura di Trani e assegnata al pm Savasta, che non indagò - secondo l'accusa - su Dagostino.

I beni sequestrati

La magistratura ha anche disposto nei confronti degli indagati il sequestro preventivo dei beni, che comprendono diamanti, beni immobili, un Rolex d'oro e conti correnti, per un valore complessivo di due milioni di euro. In particolare, a Michele Nardi sono stati sequestrati beni per 672mila euro, tra cui un orologio Daytona Rolex d'oro e diamanti, mentre a Savasta sono stati sequestrati beni per quasi 490mila euro. Altri 436mila euro sono stati sequestrati rispettivamente al poliziotto Vincenzo Di Chiaro, e all'avvocato barese Simona Cuomo. All'imprenditore fiorentino e all'avvocato Ruggiero Sfrecola altri 53mila euro.

Procuratore: "Grave rischio di inquinamento probatorio"

"Il ricorso alla misura cautelare si è reso indispensabile, tenuto conto del concreto pericolo di reiterazione di condotte criminose e del gravissimo, documentato e attuale rischio di inquinamento probatorio". Lo evidenzia in una nota il Procuratore della Repubblica di Lecce, Leonardo Leone de Castris.

Data ultima modifica 14 gennaio 2019 ore 22:24

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