Coronavirus Fase 2, Bonafede: pronto a rimandare in cella tutti i boss scarcerati

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Allo studio un provvedimento per rivalutare le scarcerazioni già disposte una volta passata l'emergenza. Crimi difende il Guardasigilli: “Le decisioni vengono prese dai giudici. Quelle leggi che hanno applicato sono leggi precedenti al ministro”. Sullo scontro con Di Matteo sulla direzione del Dap, Bonafede replica: "Nessuna interferenza nella nomina del capo"

"È in cantiere un decreto legge che permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l'attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni dei detenuti di alta sicurezza e al 41 bis". Ad annunciarlo il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che starebbe studiando una norma che permetta ai magistrati di sorveglianza di rivalutare le scarcerazioni già disposte di boss della criminalità organizzata, alla luce dell’evoluzione dell'emergenza Coronavirus (GLI AGGIORNAMENTI LIVE - LO SPECIALE - GRAFICHE). Come aveva spiegato Bonafede gran parte delle scarcerazioni erano state disposte per gravi patologie, ma molte ordinanze fanno esplicito riferimento all'emergenza da Covid-19. E agli attacchi dell’opposizione risponde il capo politico del M5S Vito Crimi: "Le persone che sono state scarcerate lo sono state su decisione dei magistrati di sorveglianza”. Intanto Bonafede, rispondendo in un question time in Parlamento sullo scontro con Nino Di Matteo sulla direzione del Dap, ha replicato: "Mi viene chiesto innanzitutto se e quali interferenze si siano manifestate sulla nomina di capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria nel 2018. La risposta è molto semplice: nel giugno 2018 non vi fu alcuna interferenza diretta o indiretta, nella nomina del capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria". Il ministro della Giustizia ha poi rivendicato la sua "massima determinazione" nella lotta alla mafia.

Le critiche a Bonafede

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Tra chi ha attaccato Bonafede c’è Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia, che in una nota ha dichiarato: “L'elenco diffuso da Repubblica sui 376 detenuti in massima sorveglianza scarcerati nell'ultimo mese desta allarme e impone spiegazioni politiche. Il ministro Bonafede non può trincerarsi dietro le libere scelte della magistratura di sorveglianza. Qui c'è il fondato sospetto che la criminalità organizzata sia riuscita a forzare le porte dei penitenziari usando a suo vantaggio l'allarme Covid". E anche il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, facendo riferimento allo scontro tra il ministro e Nino Di Matteo sulla direzione del Dap, ha scritto su Facebook: “Se ci fosse stato Nino in quel posto non avremmo assistito alla inaccettabile scarcerazione dal 41 bis di boss del calibro di Pasquale Zagaria. La responsabilità politica del ministro della Giustizia mi appare evidente".

Crimi: “Sono leggi precedenti al ministro Bonafede”

Ma Crimi, intervenuto sulla questione delle scarcerazioni, ha replicato alle critiche: "Le decisioni vengono prese dai giudici. Quelle leggi che hanno applicato sono leggi precedenti al ministro Bonafede. Oggi il ministro Bonafede ha fatto un decreto legge per impedire che ciò avvenga di nuovo e che un magistrato decida autonomamente senza avere dei pareri della direzione nazionale Antimafia e so che sta lavorando anche a una misura per riportarli in carcere, una volta venute meno le condizioni per l'emergenza".

De Raho: “Bene aperture di Bonafede”

Sulla vicenda si è espresso anche il procuratore Antimafia, Federico Cafiero de Raho: "Evidentemente andranno rivalutate tutte quante le posizioni e laddove c'è la possibilità di impugnazione probabilmente il ministro rappresenterà che sono disponibili posti nei centri ospedalieri, ma bisognerà vedere se il magistrato accoglie le istanze che dovrebbero comunque arrivare dalla magistratura. È un quadro che il ministro della Giustizia sta approfondendo e laddove ci sono aperture, è un'ottima soluzione individuare spiragli in cui almeno i più pericolosi possano rientrare nel carcere".

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Tra gli oltre 300 boss scarcerati c'è anche Franco Cataldo, 85 anni, condannato all'ergastolo per concorso nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo. A Cataldo, che stava scontando la pena nel carcere milanese di Opera, sono stati concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute. L’uomo era stato arrestato con diversi altri mafiosi dopo la scoperta del bunker sotterraneo, in un casolare di San Giuseppe Jato, dove era stato segregato nell'ultimo periodo il figlio del pentito Santino Di Matteo, prima di essere strangolato e sciolto nell'acido su ordine di Giovanni Brusca. Secondo l'accusa, uno dei covi utilizzati per nascondere il bambino sarebbe stata una masseria di proprietà di Cataldo.

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