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Turchia-Siria, perché Trump abbandona i curdi e le possibili conseguenze. Cosa è successo

5' di lettura

A inizio ottobre il presidente statunitense ha deciso di ritirare i soldati americani presenti nel nord della Siria, agevolando l’operazione militare di Ankara contro le milizie curde fino a quel momento alleate degli Usa nella guerra contro l’Isis

Un "tradimento", una "pugnalata alle spalle": con questi termini i curdi siriani e molti analisti hanno definito la decisione del presidente statunitense Donald Trump di ritirare a inizio ottobre 2019 i soldati americani presenti nel nord della Siria. Una mossa che ha accelerato l’offensiva della Turchia, che il 9 ottobre ha dato il via all’operazione militare “Fonte di pace” contro i combattenti curdi (I MOTIVI DELL'ATTACCO DELLA TURCHIA IN SIRIA). Ma perché si parla di tradimento e quali sono le possibili conseguenze? (USA E UE VALUTANO SANZIONI CONTRO LA TURCHIA)

Il ruolo dei combattenti curdi contro l’Isis

Dal 2014, i combattenti curdi sono stati impegnati nel nord della Siria nella guerra contro l’Isis. La riconquista di Raqqa, capitale dell’autoproclamato Califfato di al-Baghdadi, è stata la vittoria più significativa. Grazie al loro impegno sul territorio sono diventati un punto di riferimento per le potenze occidentali, Stati Uniti in testa, che hanno iniziato, durante la presidenza Obama, a sostenere logisticamente, economicamente e militarmente le milizie appartenenti alle Forze democratiche siriane (Fds). Le Ypg, le milizie curdo siriane parte delle Fds, sono state considerate da Washington - come spiega il Sole 24 ore - "la spina dorsale" della coalizione voluta dagli Usa per sconfiggere lo Stato Islamico.

Le prime offensive della Turchia

Grazie alle loro conquiste sul campo e al ruolo riconosciuto dalla comunità internazionale, i curdi siriani sono riusciti a controllare un territorio molto vasto, pari a circa un quarto della Siria. Chi fin dall’inizio non ha visto di buon occhio il consolidamento delle milizie curde è stata la Turchia, che confina con la Siria e considera le Ypg un gruppo terroristico, alla stregua del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Con il pretesto di allontanare l’Isis dal confine, impedendo così alle Ypg di controllare quasi tutta la linea di confine, Ankara nell’agosto 2016 ha dato il via all'Operazione “Scudo dell’Eufrate”, terminata con successo nel marzo 2017. A inizio 2018, la Turchia ha dato inizio a una nuova operazione, ribattezzata “Ramoscello d’Ulivo”: con l’appoggio dell’Esercito Libero Siriano (un gruppo di ribelli sunniti) ha attaccato la città di Afrin, che da due anni era controllata dai curdi siriani, e l’ha infine conquistata. L’offensiva di Erdogan si è fermata a Manbij, la città dove si trovava il contingente americano, circa 2mila soldati.

L’accordo di agosto tra Ankara e Washington

Da quel momento, la situazione è rimasta stabile: i territori a ovest del fiume Eufrate sono rimasti sotto il controllo della Turchia, quelli a Est sotto quello dei combattenti curdi. Al termine di un lungo negoziato, il 7 agosto, Washington e Ankara avevano raggiunto un’intesa per la costituzione di una "safe zone" nel nord della Siria, per stabilizzare il confine. Una “zona cuscinetto”, che avrebbe dovuto dividere le zone turche da quelle curde. Tra le altre cose, l’accordo prevedeva che i curdi siriani si ritirassero dagli avamposti di confine. In cambio, il governo statunitense avrebbe garantito ai curdi protezione e sicurezza. Il 27 agosto, in base all'accettazione dell’accordo, le forze curdo-siriane avevano informato di aver completato il ritiro delle loro unità da sei postazioni vicino alla frontiera.

La decisione di ritirare i soldati americani

A sorpresa, però, a inizio ottobre Trump - che considera l’Isis ormai sconfitto - ha deciso di ritirare i soldati americani presenti nel nordest della Siria in modo da non interferire nelle operazioni militari turche. Il 9 ottobre le forze di Ankara hanno iniziato l’offensiva contro le milizie curde. Trump, da sempre ostile alla presenza militare statunitense in Siria e molto critico nei confronti della gestione diplomatica del conflitto da parte dell’amministrazione Obamba, ha annunciato il disimpegno degli Usa da "queste stupide guerre". La decisione del tycoon è stata però duramente contestata non solo dal partito democratico statunitense ma anche da molti repubblicani, che hanno definito un errore strategico catastrofico l’abbandono degli alleati curdi, fondamentali nella lotta all’Isis. Il senatore Lindsey Graham ha chiesto esplicitamente al presidente di riconsiderare le sue decisioni "finché si fa ancora in tempo”.

"I curdi non ci hanno aiutato durante la Seconda Guerra mondiale"

Trump ha provato a calmare le acque con una dichiarazione in cui ha spiegato che "gli Stati Uniti non appoggiano l'attacco turco in Siria", assicurando che ad Ankara è stato detto che le operazioni militari avviate “sono una cattiva idea”. Ha poi giustificato il ritiro affermando: “I curdi non ci hanno mica aiutati nella Seconda Guerra mondiale”. “I curdi non ci hanno aiutato con lo sbarco in Normandia, per esempio”, ha detto Trump, citando un articolo non meglio precisato. “Sono lì per aiutarci con la loro terra, è una cosa diversa”. Ha inoltre fatto riferimento alla “tremenda quantità di denaro” spesa dalla sua amministrazione per aiutare le forze curde nella lotta all’Isis. “Detto questo, a noi piacciono i curdi”, ha concluso. Difficile che questo riesca a placare la rabbia che monta per una decisione, quella di ritirare le truppe Usa dal nord della Siria, che viene vista da molti come una minaccia alla sicurezza nazionale (basti pensare alle migliaia di prigionieri dell'Isis che potrebbero fuggire) e come una mina sulla credibilità dell'America agli occhi di tutti gli alleati.

I civili in fuga

Con le sue parole il presidente americano non ha peraltro chiarito qual è l'eventuale linea rossa che Ankara non dovrà superare. Nei primi giorni dell’offensiva, sono stati centinaia i civili curdi in fuga, a causa dei bombardamenti dell’aviazione turca (LE FOTO DELL’ESODO).

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