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Chi era Frank Calì, ponte di Cosa nostra tra Italia e Stati Uniti

A sinistra, la foto segnaletica di Calì all'arresto nel 2008. A destra una foto più recente dal New York Post
4' di lettura

Il boss, ucciso davanti a casa sua a New York, era l'esponente di spicco della famiglia Gambino ed era considerato il mediatore tra le cosche statunitensi e la mafia siciliana. Secondo i magistrati nascondeva i traffici illeciti dietro un'attività di commercio di frutta

Ambasciatore, mediatore, ponte fra Cosa nostra siciliana e la mafia americana. È questo l’”identikit” con cui già undici anni fa l'inchiesta "Old Bridge", scattata tra Italia e Stati Uniti nel febbraio 2008, descriveva in Francesco “Frank”Calì - ucciso davanti alla sua casa di Staten Island - l'esponente di spicco della famiglia Gambino di New York. Nato a New York nel 1965, Calì era considerato il mediatore tra Cosa Nostra statunitense e mafia siciliana. Venne arrestato nel febbraio 2008 nell’operazione Old Bridge insieme ad altri 62 presunti affiliati, con le accuse di racket, estorsione e associazione a delinquere. Prima del suo arresto non c'erano sue foto e lo si sentiva solo nominare al telefono in alcune intercettazioni. Condannato per associazione a delinquere finalizzata all'estorsione, venne scarcerato il 6 aprile 2009. Dal 2015 era considerato il boss della famiglia Gambino, succeduto a Domenico Cefalù, e da tempo aveva riallacciato i rapporti con Cosa nostra siciliana.

I legami con Cosa nostra

Dietro il paravento di una fiorente e redditizia attività di commercializzazione di frutta, Calì nascondeva, spiegavano i magistrati, la sua vera occupazione: quella di gestore di una serie di traffici illeciti. Era proprio l'italoamericano, sostenevano la Dda di Palermo e l'Fbi, l'uomo-chiave di nuovi affari e vantaggiose relazioni. A lui si rivolgevano i mafiosi partiti da Palermo, come Nicola Mandalà e Gianni Nicchi. I loro contatti americani erano Pietro Inzerillo e il cognato, appunto “Franky Boy”. "Frank Calì è amico nostro", raccontava il 21 ottobre 2005 l'emergente Nicchi al suo capo Nino Rotolo. E nella conversazione intercettata nel capanno in lamiera di Rotolo, il giovane boss usava un'espressione che secondo chi indagava era molto significativa: “È il tutto di là". Un modo per sottolineare la “vicinanza” sia di Calì sia di Inzerillo a Cosa nostra.

La ripresa dei rapporti con le cosche siciliane

I rapporti con i Gambino e con Cosa nostra americana, ritengono dunque gli inquirenti, non erano mai cessati, sin dai tempi di "Iron Tower" e dell'operazione "Romano-Adamita", che avevano evidenziato i collegamenti tra i Gambino, gli Inzerillo, gli Spatola e i Mannino, perdenti in Sicilia, ma non negli Usa, dove si dedicavano al traffico internazionale di stupefacenti. E proprio per questo i boss Lo Piccolo garantirono appoggio e consentirono a Sarino Inzerillo di tornare a Palermo con una sorta di “mandato esplorativo”, per riprendere i vecchi contatti. Contatti che i “torrettesi”, dal loro punto di vista, non avevano mai perso: Calì si era offeso per essere stato escluso da alcuni lavori edili realizzati negli Usa da un nipote di Salvatore Badalamenti, molto vicino al boss di Torretta, paese in provincia di Palermo, Vincenzo Brusca. E il capomafia rassicurò Badalamenti: "Ci penso io, per 'u Franki, lo raccomando io, per altri lavori edili". Insomma da tempo chi indaga aveva registrato la ripresa dei rapporti in grande stile.

Il nuovo traffico di stupefacenti Stati Uniti-Sicilia

È tra la fine del 2003 e il 2004 che i giovani rampanti mafiosi siciliani, in rappresentanza di più famiglie e mandamenti, andarono negli Stati Uniti, per organizzare un nuovo e imponente traffico di stupefacenti, per riprendere le tradizioni delle joint-venture di successo già sperimentate negli anni '80 e '90. La Cosa nostra siciliana si divise all’epoca fra chi intravedeva nei boss d’oltreoceano una nuova prospettiva d’affari e altri boss che temendo ritorsioni restarono fedeli a Riina e Provenzano. Secondo quanto emerso, i contatti negli Usa erano stati riallacciati con alcuni esponenti di primo piano di Cosa nostra, tra cui gli appartenenti alle famiglie Inzerillo-Gambino, ritenute dall'Fbi inserite nel traffico internazionale di stupefacenti. Frank Calì era uno dei più noti boss della famiglia Gambino e la moglie era una Inzerillo, sorella del più noto Pietro, ucciso negli anni ’80.

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