Brexit, sondaggio rivela: metà degli elettori vuole rientrare nell'Ue

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Introduzione

Sono passati più di dieci anni dal referendum che sancì la volontà degli elettori del Regno Unito di uscire dall'Unione europea. A distanza di un decennio, sembra che anche gli stessi cittadini ci stiano ripensando: a dirlo è un nuovo sondaggio pubblicato dal quotidiano The Guardian.

Quello che devi sapere

La posizione del premier Burnham

I dati arrivano dopo le parole del premier britannico Andy Burnham che ha rimesso in discussione i benefici della Brexit, affermando che avrebbe fatto più male che bene, e ha dichiarato alla BBC che è possibile che un futuro programma elettorale laburista possa promettere un nuovo referendum sul tema.

Il sondaggio

Il maxi-sondaggio pubblicato dal The Guardian riporta che quasi la metà degli elettori del Regno Unito supporterebbe l'idea del premier. Secondo la rilevazione condotta dal Messina Group (TMG), il Partito Laburista potrebbe aumentare fino a sette punti percentuali il proprio bacino elettorale, se il primo ministro proponesse un nuovo referendum per il rientro nell'Ue. 

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Le posizioni degli elettori

Quasi un terzo degli elettori ha affermato che sarebbe necessario prima un referendum sulla permanenza o sull'uscita dall'Ue, mentre più di un elettore su sei ritiene che sarebbe sufficiente un mandato ottenuto alle elezioni politiche e la stessa proporzione pensa che la decisione potrebbe essere presa dal Parlamento.

I dati

TMG ha intervistato 11.461 persone, con un campione ponderato in base al risultato del referendum, tra il 12 e il 24 settembre, sottoponendo agli intervistati sette diverse opzioni per il rapporto con l’Ue. La più popolare è il rientro nell’Unione: il 49% è favorevole e il 28,5% contrario. Subito dopo, gli elettori sceglierebbero l’attuale rapporto, ma con una riduzione delle barriere commerciali: opzione sostenuta dal 48,2%, contro il 20,9% di contrari. L’unione doganale vede invece il 47,1% a favore e il 20,7% contrario. L’adesione al mercato unico e l’adesione come membro associato alla pari: rispettivamente il 45,1% e il 45,5% degli intervistati è favorevole. Il 42% sostiene invece il mantenimento dell’attuale rapporto con l’Ue. La settima opzione — allontanare ulteriormente il Regno Unito dall’Ue — è sostenuta solo dal 27,9%, mentre il 41,2% è contrario. Una pluralità di elettori — il 25,9% — ha dichiarato di volere che il Regno Unito rientri nell’Ue immediatamente; una percentuale leggermente inferiore, il 22,9%, vorrebbe che ciò avvenisse nei prossimi tre anni, mentre l’8,4% nell’arco del prossimo decennio. Il 23% ha invece affermato di non volere affatto un rapporto più stretto con l’Ue.

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Rapporti con l'Ue più importanti che con gli Usa

Il sondaggio ha mostrato che più di due terzi degli elettori ritengono che i rapporti commerciali con l’Ue siano più importanti di quelli con Stati Uniti o Cina, nel caso in cui il Regno Unito fosse costretto a scegliere. Tuttavia, lo studio ha anche rilevato che le argomentazioni della Brexit sul controllo dell’immigrazione e sulla sovranità continuano ad avere presa sull’opinione pubblica. La ricerca di TMG ha rilevato che il 29,7% degli intervistati ritiene che il Regno Unito abbia fatto bene a lasciare l’Ue, mentre il 52,4% pensa che abbia fatto male e il 17,9% non sa. Alla domanda se la Brexit sia stata un successo o un fallimento, il 12,2% ha risposto “successo”, il 54,9% “fallimento”, il 23,2% “né l’uno né l’altro” e il 9,7% non ha saputo rispondere.

Le divisioni

Secondo il quotidiano britannico, da una parte ci sarebbe l'opposizione di alcuni ministri del governo, che, preoccupati di riaprire le divisioni sulla Brexit, già starebbero chiedendo a Burnham di procedere con cautela. Dall'altra, molti anche a Downing Street vorrebbero, in vista delle prossime elezioni, promettere almeno che il Labour avvierebbe dei negoziati con l'Ue.

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Un tempo per la Brexit

The Guardian infatti sottolinea come due terzi dei ministri del governo in carica (tra cui lo stesso Burnham, il suo primo segretario Louise Haigh, il cancelliere dello Scacchiere John Healey, e il ministro degli Esteri Ed Miliband), rappresentano collegi che avevano votato per la Brexit e in passato avevano dichiarato che avrebbero rispettato il risultato del referendum del 2016. Ma, spiega il quotidiano, la strategia di Downing Street sembra essere quella di concentrarsi su chi aveva fatto grandi promesse sulla Brexit ma poi non è riuscito a mantenerle, piuttosto che accusare chi aveva votato per lasciare l’Ue di aver preso la decisione sbagliata. 

Le fonti interne al governo

Un ministro del governo ha dichiarato al The Guardian: “È evidente che la Brexit non ha funzionato e che le promesse fatte non sono state mantenute, quindi Andy fa bene a riaprire la questione di come dovrà essere il rapporto futuro. Ma deve assolutamente procedere con cautela, perché non vogliamo riaccendere le divisioni”.

Un secondo ministro ha detto: “Andy ha ragione quando dice che abbiamo bisogno di chiarezza sul nostro rapporto a lungo termine. La cooperazione in materia di sicurezza e commercio è oggi più importante di quanto non fosse dieci anni fa. Ma non so se questo si traduca in un reale desiderio di un cambiamento radicale da parte della popolazione. I miei elettori saranno prudenti”.

Un terzo ha aggiunto: “È evidente che all’interno del governo ci sono opinioni diverse, ma l’agenda ‘Made in Europe’ significa che dobbiamo parlare con l’Ue del tipo di rapporto che vuole avere con noi nel lungo periodo, perché ciò che sta proponendo attualmente è molto impegnativo”.

Un’altra fonte governativa ha dichiarato: “Tra diversi ministri che rappresentano collegi che avevano votato per l’uscita dall’Ue c’è la consapevolezza che le opinioni saranno diverse e che gli argomenti sul futuro dovranno essere presentati con attenzione, mettendo al centro l’interesse nazionale”.

Una quinta fonte ha affermato che ci sono interrogativi reali su quale sia la migliore delle opzioni sul tavolo. “Sono scettico, nel caso in cui rientrassimo, sui termini a cui lo faremmo e sul fatto che questo possa davvero risolvere i problemi delle persone. Ma se si guarda al contesto globale, non si può iniziare a risolvere i problemi delle persone senza avere un rapporto più stretto con l’Ue”.

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