Introduzione
Alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca, Donald Trump ha rilanciato tra il serio e il faceto l'ipotesi di ricandidarsi, indossando a sorpresa un cappellino con la scritta "Trump 2028" e annunciando l'intenzione di correre per un nuovo mandato. Una provocazione più che una candidatura reale: il 22mo emendamento della Costituzione americana vieta di essere eletti presidente più di due volte. Restano però alcuni "metodi" evocati dallo stesso tycoon, dalla difficilissima modifica costituzionale fino all'ipotesi di un ticket "Trump-Trump", con un familiare candidato alla presidenza e lui alla vice. Uno scenario che ricorda la staffetta dei Bolsonaro in Brasile.
Quello che devi sapere
Cosa dice il 22mo emendamento
Il testo costituzionale è netto: nessuno può essere eletto alla carica di presidente più di due volte. È la norma che gli esperti di diritto costituzionale richiamano ogni volta che Trump evoca un nuovo mandato. Lo ha ribadito senza margini di ambiguità anche Todd Blanche, durante l'audizione per la conferma a ministro della Giustizia: il presidente non è rieleggibile per una terza volta.
Perché fu introdotto: il precedente Roosevelt
L'emendamento fu approvato dal Congresso nel 1947 e inviato agli Stati, che lo ratificarono nel 1951. Alla sua origine c'è soprattutto la reazione ai quattro mandati consecutivi di Franklin Delano Roosevelt, che aveva rotto una consuetudine risalente a George Washington, il primo presidente a fermarsi volontariamente dopo due mandati. Da allora il limite dei due incarichi è diventato regola scritta.
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I "metodi" evocati da Trump: la strada quasi impossibile
In passato il tycoon ha sostenuto che esistono dei "metodi" per aggirare il vincolo. Il principale sarebbe una modifica costituzionale, già proposta da alcuni deputati repubblicani, che richiederebbe però il via libera di due terzi di Camera e Senato. In alternativa, una convention costituzionale convocata su richiesta di due terzi delle legislature statali (oggi 34 su 50), procedura mai utilizzata. Una volta approvato, l'emendamento andrebbe comunque ratificato da tre quarti degli Stati (38 su 50): un percorso che gli stessi esponenti repubblicani giudicano privo di sbocchi concreti.
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L'escamotage: un ticket "Trump-Trump"
C'è un'ipotesi che circola nell'ambiente e che aggira il problema per via politica anziché giuridica. A candidarsi alla presidenza potrebbe essere un familiare che porta il cognome Trump, con il tycoon nel ruolo di vicepresidente: un ticket "Trump-Trump" costruito per sfruttare il peso elettorale del nome. Uno scenario plausibile sul piano della strategia, che permetterebbe alla famiglia di restare al centro della scena anche senza una ricandidatura diretta del presidente.
I nomi in campo: chi potrebbe portare il cognome
Se l'ipotesi è un familiare in corsa, i nomi che i media associano al possibile "erede" sono tre, tutti con posizioni diverse. Donald Trump Jr., il primogenito, è il più citato per peso politico, ma ha più volte escluso una candidatura nel 2028, dichiarando di non avere interesse e richiamando l'amicizia con il vicepresidente JD Vance. Più possibilista Lara Trump, nuora del presidente ed ex co-presidente del Comitato nazionale repubblicano, che interrogata sull'ipotesi non l'ha mai smentita ("mai dire mai"). Anche Eric Trump, l'altro figlio, non ha chiuso a un futuro impegno. Nessuno di loro ha però avanzato una candidatura formale: si tratta, allo stato, solo di scenari.
L'ostacolo del 12mo emendamento (e il dibattito tra i giuristi)
Lo schema si scontra però con un secondo vincolo. Il 12mo emendamento stabilisce che chi è costituzionalmente inidoneo alla presidenza non può nemmeno essere eletto vicepresidente. Secondo l'interpretazione prevalente, un ex presidente con due mandati alle spalle diventa così automaticamente inidoneo anche al ruolo di vice, e un ticket costruito per farlo subentrare subito dopo sarebbe una palese elusione del limite costituzionale. Esiste una lettura letterale di minoranza (sostenuta tra gli altri da Laurence Tribe di Harvard) secondo cui il 22mo vieta di essere "eletti" ma non di "servire", per cui Trump non sarebbe formalmente inidoneo. Un'eventuale candidatura finirebbe comunque impugnata davanti alla Corte Suprema, e la larga maggioranza dei costituzionalisti ritiene che i giudici la boccerebbero, per rispettare l'intenzione originaria della norma: impedire a una stessa persona di accumulare più di due mandati. Lo stesso Trump, del resto, ha già liquidato l'ipotesi come "troppo furba" e "non giusta".
Il precedente Bolsonaro in Brasile
Un caso analogo arriva dal Brasile. L'ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a oltre 27 anni per tentato colpo di Stato e quindi ineleggibile, ha indicato il figlio Flávio come candidato della destra alle presidenziali di ottobre. Proprio oggi il Partito Liberale ne ha ufficializzato la candidatura in una convention a San Paolo. La logica è la stessa che ispira l'ipotesi americana: capitalizzare il peso politico di un cognome quando il suo portatore più noto non può correre. Con una differenza sostanziale, però: in Brasile il figlio corre al posto del padre, mentre nello scenario statunitense Trump resterebbe in campo come numero due.
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