Introduzione
Mancano ancora diversi mesi alle elezioni di midterm, l’appuntamento elettorale che cade a metà di ogni mandato presidenziale e vede il rinnovo di tutta la Camera e di un terzo del Senato. Nonostante il voto sia in calendario - come previsto dalla legge americana - il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre, i due grandi partiti si stanno da tempo muovendo per arrivare pronti a quel momento. E se i Dem, dopo la netta sconfitta alle ultime presidenziali, sembrano aver ritrovato fiducia, diametralmente opposto è l’umore tra le fila dei Repubblicani.
Quello che devi sapere
Cosa sono le midterm
Negli Stati Uniti le elezioni federali per il Congresso si tengono ogni due anni. I membri della Camera dei rappresentanti, che sono 435, rimangono in carica per 24 mesi e vengono tutti rinnovati a ogni tornata elettorale. Quelli del Senato - che sono 100, due per ogni Stato - invece restano in carica per 6 anni, e dunque in ciascuna elezione si rinnova circa un terzo dei membri a rotazione. Poiché le elezioni si tengono ogni due anni, una volta il voto cade sempre in coincidenza con quello per la Casa Bianca mentre la volta successiva a metà mandato presidenziale: è quest’ultima elezione a venire definita di “midterm”.
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Verso il voto di novembre
Attualmente lo scenario per i Repubblicani, che oltre alla Casa Bianca con Donald Trump controllano anche entrambi i rami del Congresso, appare cupo: se infatti storicamente il voto di metà mandato è già sfavorevole al presidente in carica, a questo giro il timore che serpeggia tra i membri del Grand old party è che a novembre si possa registrare una disfatta tale da perdere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato.
La paura dei Repubblicani
Dietro al timore di una debacle c’è il calo di consensi per Donald Trump registrato dai sondaggi, dovuto alla sempre più impopolare guerra contro l'Iran e alle sue conseguenze per i consumatori americani. E se pubblicamente i repubblicani festeggiano il cessate il fuoco di due settimane, dietro le quinte tremano e si preparano a perdere il voto di novembre. "La tregua è troppo poco e troppo tardi per salvarlo", ha spiegato uno stratega conservatore a Politico spiegando lo stato d'animo della maggioranza dei Repubblicani, ormai rassegnati all'idea di una sconfitta.
I risultati sfavorevoli delle elezioni locali
Del resto, le recenti performance dei candidati repubblicani in diverse elezioni locali hanno già insinuato dubbi sulle loro chance di mantenere la maggioranza al Congresso e la guerra in Iran sembra averli rafforzati. In Georgia il dem Shawn Harris ha perso di 12 punti un'elezione suppletiva per il seggio alla Camera di Marjorie Taylor Greene, ma è riuscito a ridurre di molto l'enorme margine di 37 punti con cui Trump aveva trionfato in quel distretto nel 2024. In Wisconsin, invece, il candidato democratico alla Corte suprema statale ha ottenuto una vittoria schiacciante, riuscendo persino a conquistare le roccaforti repubblicane dello Stato.
Cosa dicono i sondaggi
Gli occhi dei Repubblicani sono concertanti sui recenti sondaggi politici: questi indicano infatti che Donald Trump è in calo di consensi soprattutto per il carovita. Secondo una ricerca della società Navigator Research, il 65% degli elettori non approva il modo in cui il presidente americano sta gestendo la questione dei prezzi della benzina, balzati in media a oltre 4 dollari al gallone, e il 71% ritiene che l'aumento dei costi sia una diretta conseguenza della guerra in Iran.
I timori per i prezzi della benzina
La paura tra le fila di Trump è che i prezzi della benzina ci mettano un po' di tempo a rientrare nella norma, sempre che il cessate il fuoco regga e che si arrivi davvero a un accordo di pace con l’Iran. Per questo, secondo gli esperti e la maggior parte dei repubblicani, il tempo non gioca a favore del presidente: anche perché lui e i suoi più stretti consiglieri hanno trascorso gran parte degli ultimi mesi sostenendo che gli Stati Uniti fossero sul punto di una svolta economica, che invece oggi sembra sempre più lontana.
La rivolta della base Maga
Infine a scuotere il partito repubblicano c'è la rivolta della base Maga - acronimo del movimento Make America Great Again - contraria sin dall'inizio all'operazione militare all'estero: secondo i sostenitori del presidente, la guerra in Iran infatti ha tradito lo spirito 'America first' grazie al quale Trump è riuscito a tornare alla Casa Bianca. Il presidente intanto ha annunciato due viaggi in Arizona e Nevada per decantare le sue politiche economiche. "Sentirete il presidente parlare di come abbiano giovato al popolo americano", ha spiegato la portavoce Karoline Leavitt.
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