Il quotidiano americano analizza la posizione dell'Europa e le possibilità sul tavolo per una riapertura dello Stretto
"Le opzioni dell'Europa per lo Stretto di Hormuz: poche e rischiose". Questo il titolo di un'analisi del New York Times, che si apre citando la proposta presentata dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani alla riunione in videoconferenza organizzata dal Regno Unito due giorni fa per la creazione di un "corridoio umanitario" che permetta il passaggio sicuro di fertilizzanti e altri beni essenziali.
La posizione dell'Europa
Il quotidano americano scrive che l'incontro in videoconferenza si è concluso senza un piano concreto per riaprire lo stretto: "i leader europei sono sotto pressione da parte del presidente Trump per impegnare risorse militari, porre fine al blocco dello stretto da parte dell'Iran e contrastare la crisi energetica ed economica globale". Finora, gli europei non hanno accolto le richieste di Trump di inviare navi da guerra e continuano a discutere su cosa fare per sbloccare lo stretto, attraverso il quale transita il 20% di petrolio e gas mondiali.
Secondo il Nyt, la difficoltà a mettersi d'accordo su un piano comune riflette anche le difficoltà interne alla diplomazia europea. Molti Stati coinvolti nei colloqui, tra cui Italia e Germania, hanno insistito affinché qualsiasi sforzo internazionale nasca sotto l'ombrello dalle Nazioni Unite, il che potrebbe rallentare ulteriormente l'azione.
Le 4 opzioni a disposizione
Nell'articolo vengono elencate le quattro opzioni disponibili.
1) Scorte navali: il presidente francese Emmanuel Macron ha ripetutamente sollevato la possibilità che navi da guerra francesi possano scortare i mercantili attraverso lo stretto dopo la fine della guerra. Anche funzionari americani hanno spinto affinché gli europei e altri alleati, come il Giappone, scortino navi che battono bandiera dei loro stessi Paesi. Il problema è che le scorte navali sono costose. Inoltre, i loro sistemi di difesa aerea da soli potrebbero non essere sufficienti per fermare alcuni tipi di attacchi, come quelli con droni, qualora l'Iran decidesse di ricominciare a sparare.
2) Bonifica dalle mine: funzionari tedeschi e belgi, tra gli altri, affermano di essere pronti a inviare dragamine per liberare lo stretto dagli esplosivi dopo la guerra. In realtà, i leader militari occidentali non sono convinti che l'Iran abbia effettivamente minato lo stretto, anche perché alcune navi iraniane lo attraversano ancora. Quindi, sebbene i dragamine possano essere dispiegati come parte di una scorta navale, potrebbero non avere molto da fare.
3) Aiuto dall'alto: inviare jet da combattimento e droni per intercettare qualsiasi attacco aereo iraniano alle navi. Funzionari americani hanno spinto l'Europa a farlo, ma anche questo piano sarebbe piuttosto costoso. E non è ancora garantito che funzioni. L'Iran può attaccare le navi con un singolo soldato su una lancia, e se solo pochi tentativi riescono, ciò potrebbe essere sufficiente a spaventare assicuratori e armatori, scoraggiandoli dal tentare il passaggio.
4) Tutte queste opzioni, più la diplomazia: usare negoziati e leve economiche per fare pressione sull'Iran affinché si astenga da futuri attacchi, e impiegare una varietà di mezzi militari per far rispettare tutto questo. Lo sforzo andrebbe oltre l'Europa. Giovedì, il ministero degli Esteri tedesco ha invitato la Cina a usare la sua influenza con l'Iran in modo "costruttivo" per aiutare a porre fine alle ostilità. I negoziati finora sembrano aver fatto poco per fermare i combattimenti, ma questa potrebbe essere la migliore scommessa dell'Europa, in mancanza di una migliore.