Lo speciale di Sky TG24 sulla guerra in Iran
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Perché non ci sono alternative al passaggio del petrolio dallo Stretto di Hormuz

Mondo
©Getty

Introduzione

Mentre la guerra in Iran non sembra vicina a una conclusione, lo Stretto di Hormuz resta al centro del conflitto. Il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi ha detto che lo specchio d’acqua tra l’Iran e l’Oman è chiuso solo per "petroliere e navi dei nemici e dei loro alleati". Mentre secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump la tutela del passaggio in sicurezza dello Stretto di Hormuz "avrebbe dovuto essere, fin dal principio, un'impresa collettiva, e ora lo sarà: un'iniziativa che unirà il mondo nel segno dell'armonia, della sicurezza e di una pace duratura!".

Quello che devi sapere

Le mancate alternative a Hormuz

Lo stesso inquilino della Casa Bianca poche ore prima aveva detto che “molti Paesi, specialmente quelli colpiti dal tentativo dell'Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra - in collaborazione con gli Stati Uniti d'America - per mantenere lo Stretto aperto e sicuro". Lo scrive Donald Trump su Truth. Quel tratto di mare è in effetti cruciale per il passaggio del petrolio che dai Paesi del Golfo raggiunge il resto del mondo, eppure sembra che finora non si sia riusciti a trovare una soluzione per preservare il commercio di circa il 20% del greggio a livello globale.

 

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Uno dei rischi più temuti

Sembra dunque che la geografia, le rivalità politiche e i limiti delle infrastrutture abbiano lasciato oggi i Paesi del Golfo senza una reale alternativa allo Stretto di Hormuz, come detto di fatto bloccato dalla guerra esploda in Medio Oriente ha di fatto quasi bloccato. Secondo un'analisi del New York Times in queste settimane il sistema energetico globale si trova di fronte a uno dei rischi più temuti: la chiusura dello stretto che collega il Golfo al resto del mondo.

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Il ‘collo di bottiglia’

Nonostante da tempo sia ritenuto un possibile 'collo di bottiglia' per l'energia globale, la produzione e la vendita della maggior parte del petrolio e del gas provenienti nelle monarchie del Golfo continua a dipendere quasi esclusivamente da questo braccio di mare. Le alternative costruite negli anni, come oleodotti in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, possono trasportare solo una quota limitata della produzione complessiva. E la guerra scoppiata due settimane fa ha riportato il problema al centro dell'attenzione, facendo salire il petrolio oltre i 100 dollari al barile per la prima volta da diverso tempo.

Quanto sono diminuite le spedizioni

In base a quanto comunicato dall'Agenzia Internazionale per l'Energia (Aie), le spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto sono scese a meno del 10% dei livelli precedenti al conflitto. Inoltre fin dai primi giorni della guerra il Qatar ha sospeso il processo di liquefazione del gas destinato all'esportazione, e  di conseguenza il petrolio e il gas restano oggi bloccati nella regione mentre i serbatoi di stoccaggio si stanno riempendo rapidamente.

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Perché non ci sono alternative

A cosa è dovuta però la mancanza di alternative a Hormuz? Questa sembra dipendere sia alla geografia sia alle tensione tra i Paesi dell'area. Per molti produttori, l'unico modo per evitare lo stretto sarebbe costruire oleodotti attraverso Paesi vicini, un'operazione costosa e complicata dal punto di vista politico. Il Qatar, ad esempio, confina via terra solo con l'Arabia Saudita, con cui ha avuto una lunga crisi diplomatica che si è risolta solo cinque anni fa. Inoltre anche gli oleodotti sono vulnerabili agli attacchi. "Non c'è nulla di totalmente sicuro, chi ha cattive intenzioni può colpire le infrastrutture energetiche in molti modi”, ha detto John Browne, l’ex ceo di BP.

“Conseguenze catastrofiche”

Esistono in realtà alcuni corridoi alternativi, che però sono limitati. Gli Emirati hanno costruito un oleodotto da Abu Dhabi al porto di Fujairah, che evita Hormuz, mentre l'Arabia Saudita dispone di una grande infrastruttura verso il Mar Rosso capace di trasportare fino a sette milioni di barili al giorno. Tuttavia una parte significativa di questa capacità è destinata alle raffinerie interne del regno, lasciando solo circa cinque milioni di barili al giorno disponibili per l'export alternativo. Senza accesso a Hormuz, ha avvertito il ceo di Saudi Aramco, Amin Nasser, il mercato petrolifero mondiale potrebbe affrontare "conseguenze catastrofiche".

 

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