Attacco Usa in Iran: cosa sappiamo sul programma nucleare di Teheran

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©Getty

Introduzione

Dopo settimane di avvertimenti pubblici, il presidente Donald Trump ha autorizzato raid congiunti con Israele contro obiettivi in Iran, dichiarando l’avvio di "operazioni di combattimento su larga scala" per impedire a Teheran di ottenere un'arma nucleare. L'attacco arriva a pochi giorni da un nuovo round di colloqui tra Washington e la Repubblica islamica e riapre interrogativi cruciali: qual è lo stato reale delle scorte di uranio altamente arricchito? Quanto sono stati danneggiati gli impianti sotterranei di Fordow e Natanz? E l’Iran conserva la capacità tecnica per ricostruire rapidamente il proprio programma atomico?  

 

 

Quello che devi sapere

Come siamo arrivati a questo punto

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare affondano le radici in decenni di sospetti e crisi diplomatiche, ma l’operazione militare del 28 febbraio segna una nuova fase di escalation. Dopo aver avvertito ripetutamente che Washington avrebbe potuto ricorrere alla forza in assenza di un accordo per limitare il programma atomico iraniano, Trump ha dato seguito alla minaccia. I raid, condotti insieme a Israele, hanno colpito diversi obiettivi sul territorio iraniano, pochi giorni prima dell’incontro previsto tra le delegazioni per un ulteriore ciclo di negoziati. La tempistica è significativa. Dopo il fallimento dei colloqui dello scorso anno - interrotti in seguito ai bombardamenti di giugno contro infrastrutture nucleari iraniane - le parti avevano riavviato il dialogo a febbraio. Trump aveva fissato una scadenza ai primi di marzo per raggiungere un’intesa. L’attacco è arrivato quando un nuovo round era imminente, alimentando il rischio che il canale diplomatico si richiuda definitivamente. 

Perché il programma nucleare iraniano preoccupa

Al centro delle tensioni c'è il sospetto, mai definitivamente fugato, che l'Iran punti a sviluppare la capacità di costruire un'arma atomica. Teheran ha sempre sostenuto che il proprio programma abbia finalità esclusivamente civili, legate alla produzione di energia. Anche davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Masoud Pezeshkian aveva ribadito che il Paese "non ha mai cercato e non cercherà mai" la bomba nucleare. Le preoccupazioni internazionali si sono riaccese dopo che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) ha segnalato attività regolari e non spiegate nei siti di arricchimento dell'uranio già colpiti in precedenza (a giugno). Già prima dei raid di giugno, l'AIEA aveva censurato l'Iran per violazioni degli obblighi di cooperazione, dichiarando di non essere in grado di stabilire se il programma fosse "esclusivamente pacifico". Dopo gli attacchi, Teheran ha limitato l'accesso degli ispettore, impedendo verifiche aggiornate sulle proprie scorte di materiale sensibile e provocando il ritorno di sanzioni ONU. 

 

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Le scorte di uranio arricchito: l’ultimo dato verificato

L’ultima fotografia completa disponibile risale al momento in cui gli ispettori dell'AIEA hanno potuto accedere alle riserve iraniane, alla fine del mese di agosto 2025. In quell'occasione è stato accertato che il Paese aveva accumulato 441 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, con un aumento superiore al 50% rispetto a febbraio 2025. Si tratta di un livello molto elevato: se ulteriormente raffinato, quel quantitativo potrebbe teoricamente essere sufficiente per circa una dozzina di ordigni nucleari. Da allora, tuttavia, l'AIEA non è stata più in grado di verificare la quantità e l'ubicazione esatta di questo materiale. L'incertezza sullo stato attuale delle scorte rappresenta uno dei principali fattori di rischio nel calcolo strategico di Stati Uniti e Israele. 

 

Ispettore AIEA all'impianto nucleare di Natanz, Gennaio 2014

Che cos’è l’uranio altamente arricchito

L’uranio naturale contiene principalmente due isotopi: U-238 e U-235. È quest’ultimo a rendere possibile la reazione di fissione necessaria sia per le centrali nucleari sia per le armi atomiche, ma in natura è presente in concentrazioni molto basse. Per essere utilizzato, il materiale deve essere arricchito, processo che avviene attraverso migliaia di centrifughe che separano gli isotopi. Per alimentare la maggior parte delle centrali nucleari civili è sufficiente un arricchimento al 3,7%. Oltre il 20% si parla di "uranio altamente arricchito", perché a quel punto il salto verso il livello militare diventa tecnicamente più rapido. La concentrazione tipica per un'arma nucleare è intorno al 90%. L'uranio al 60%, come quello accumulato dall'Iran, non è ancora "weapon-grade", ma può essere ulteriormente raffinato in tempi relativamente brevi e potrebbe già essere impiegato per un ordigno rudimentale, con minore potenza e affidabilità. 

 

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Dall’uranio alla bomba: quali passaggi mancano

Portare il materiale dal 60% al 90% non è considerato l'ostacolo principale: alcune centina di centrifughe potrebbero completare il processo in settimane o mesi. Più complessa sarebbe la fase successiva, ossia la trasformazione dell'uranio in metallo e l'assemblaggio del dispositivo. La capacità iraniana in questo ambito era stata colpita negli attacchi al sito di Isfahan, anch'esso preso di mira nei bombardamenti odierni secondo media locali. Oltre al materiale fissile, servirebbe un meccanismo esplosivo adeguato e un sistema di consegna. Gli analisti ritengono probabile che l'Iran disponga delle conoscenze tecniche per costruire un ordigno a implosione relativamente semplice, ma non vi sono prove pubbliche che abbia sviluppato una testata miniaturizzata compatibile con i propri missili balistici. Le stime sui tempi necessari per completare l'intero processo variano da quattro mesi a due anni. Il missile balistico più potente di Teheran avrebbe una gittata stimata fino a 5.000 chilometri. 

 

 

Il sigillo dell’AIEA sui collegamenti tra le cascate gemelle per la produzione di uranio arricchito al 20%

Gli impianti di arricchimento dopo i bombardamenti

Come riporta anche questa analisi di Bloomberg, resta incerto lo stato effettivo degli impianti di Fordow e Natanz, i due principali siti di arricchimento iraniani. Le immagini satellitari successive ai raid del 2025 avevano mostrato danni significativi alle strutture di superficie, ma non era chiaro se le installazioni sotterranee - alcune situate a oltre 40 metri di profondità e protette da spesse colate di acciaio e cemento - fossero state compromesse in modo irreversibile. Fordow, scavato nel fianco di una montagna e ritenuto sepoltro tra 60 e 90 metri sotto terra, è considerato uno degli impianti più protetti al mondo. Nonostante le dichiarazioni di Trump sull'avvenuta distruzione del programma nucleare, il consenso tra gli esperti è che l'iran abbia conservato competenze e capacità chiave. Una valutazione preliminare del Pentagono aveva stimato che gli attacchi avessero ritardato il programma di uno o due anni. Una valutazione definitiva potrà arrivare solo quando gli ispettori dell'AIEA torneranno ad avere pieno accesso ai siti. 

 

Immagine satellitare del sito nucleare di Fordow, Giugno 2025
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Il rischio di impianti non dichiarati

L'ipotesi più inquietante è quella di strutture non note alla comunità internazionale. A metà giugno, l'Organizzazione iraniana per l'energia atomica aveva annunciato la costruzione di un terzo impianto di arricchimento in una località sicura non specificata. Esiste un precedente: sia Natanza sia Fordow furono costruiti in modo clandestino e rivelati solo quando erano quasi completati, con l'AIEA ammessa in una fase avanzata dei lavori.  Se Teheran disponesse di una struttura segreta operativa, potrebbe teoricamente trasferire parte dell'uranio altamente arricchito e completarne la raffinazione lontano dagli occhi degli ispettori. È questo scenario - più ancora delle capacità già note - a rendere particolarmente delicato il momento attuale.

Agenzia Internazionale per l'energia atomica
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