Il gigante situato nel Sud-est dell’Iran, a pochi chilometri dal confine con il Pakistan, è finito sotto la lente d’ingrandimento della comunità scientifica internazionale a causa di un’insolita deformazione della sua sommità, sollevatasi di circa 9 centimetri
Dopo un silenzio geologico durato quasi 700mila anni, il Monte Taftan torna a dare segni di vita. Il gigante situato nel Sud-est dell’Iran, a pochi chilometri dal confine con il Pakistan, è finito sotto la lente d’ingrandimento della comunità scientifica internazionale a causa di un’insolita deformazione della sua sommità, sollevatasi di circa 9 centimetri tra l’estate del 2023 e la primavera del 2024. A dare l’allarme non sono stati i sismografi locali, ma gli "occhi" elettronici dei satelliti Sentinel-1 dell'Agenzia Spaziale Europea. Grazie alla tecnologia radar InSAR, i ricercatori hanno documentato un rigonfiamento millimetrico ma costante, segno inequivocabile che sotto la crosta del vulcano, alto 3.940 metri, qualcosa sta premendo con forza.
Accumulo di gas e vapori caldi
Secondo le analisi geofisiche, riportate in studi recenti su Nature-Scientific Reports, la causa del fenomeno non sarebbe una risalita immediata di lava, bensì l’accumulo di gas e vapori caldi. La "bolla" di pressione si troverebbe a una profondità esigua, tra i 490 e i 630 metri, alimentata da un serbatoio magmatico molto più profondo (oltre i 3 km). È l'agitazione del sistema idrotermale a deformare la montagna, una condizione che non accenna a diminuire. Nonostante il movimento, gli esperti gettano acqua sul fuoco: non ci sono evidenze. di un'eruzione vulcanica imminente. Tuttavia, il rischio più concreto è rappresentato dalle esplosioni freatiche – causate dal surriscaldamento improvviso delle acque sotterranee – e dalle emissioni di gas tossici che potrebbero investire la vicina città di Khash, situata a soli 50 chilometri dal cratere.