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Attacco ai siti petroliferi sauditi, anche Boris Johnson accusa l'Iran

I Titoli delle 18 di Sky TG24 del 23 settembre

2' di lettura

Il premier britannico si allinea a Usa e Arabia Saudita nel puntare il dito contro Teheran per il raid con droni alla Saudi Aramco. E valuta un sostegno militare nel Golfo agli Usa. Intanto è stata rilasciata la petroliera britannica sequestrata a luglio dai pasdaran

Anche la Gran Bretagna, dopo gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita, accusa l'Iran per l'attacco ai siti petroliferi sauditi del 14 settembre. "Stiamo attribuendo la responsabilità con un livello molto alto di probabilità all'Iran", ha detto il primo ministro Boris Johnson ai giornalisti, durante il viaggio verso New York per l'assemblea generale dell'Onu. Johnson ha aggiunto che i britannici potrebbero contribuire agli sforzi militari degli Usa nel Golfo, dove invieranno altre truppe. Se ce lo chiedessero, "valuteremmo in che modo essere utili", ha detto Johnson. Intanto trova una risoluzione una vicenda che riguardava proprio Gran Bretagna e Iran: la petroliera britannica Stena Inpero, sequestrata dai Pasdaran a luglio, è "libera di muoversi" e quindi di lasciare l'Iran. Lo ha reso noto il portavoce del governo di Teheran, Ali Rabiei, spiegando che le procedure legali e burocratiche relative al suo rilascio sono state completate.

Unico Paese europeo ad allinearsi a Usa e Arabia Saudita

Il governo britannico, finora, si era astenuto dall'indicare un responsabile dell'attacco ai pozzi di petrolio. Adesso, Londra è l’unica cancelleria europea ad allinearsi all’Arabia Saudita e agli Stati Uniti nel puntare il dito contro Teheran. "Lavoreremo con i nostri amici americani e i nostri amici europei per una risposta che cerchi di ridurre le tensioni nel Golfo", ha affermato Johnson, aggiungendo che incontrerà il presidente iraniano Hassan Rohani all'Onu. Per il premier britannico sono attesi anche colloqui con Donald Trump, Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Per Johnson, la Gran Bretagna dovrebbe essere un "ponte tra i nostri amici americani e gli europei quando si parla della crisi del Golfo".

Data ultima modifica 23 settembre 2019 ore 11:38

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